La guerra in Iran non ha soltanto riaperto il fronte mediorientale. Ha anche rimesso in movimento una delle rivalità più stabili e pericolose dell’Asia: quella tra India e Pakistan. E in questo nuovo quadro si capisce meglio anche il ruolo dell’India.
Non perché Nuova Delhi sia diventata improvvisamente marginale, ma perché la crisi ha mostrato che il suo peso globale oggi passa meno dalla mediazione visibile e più dalla gestione delle conseguenze strategiche, energetiche e regionali del conflitto. Al tempo stesso, però, ogni avanzamento diplomatico del Pakistan viene letto in India come una perdita relativa di status, influenza e accesso a Washington.
È questo il punto che spesso sfugge. Se Islamabad si accredita presso gli Stati Uniti come possibile intermediario con Teheran, a Nuova Delhi la questione non appare come un semplice episodio di diplomazia mediorientale. Appare come l’ennesimo capitolo di una competizione permanente, in cui il Pakistan prova a rientrare dalla porta laterale della rilevanza internazionale.
Il Pakistan ha trasmesso alla leadership iraniana un piano americano in 15 punti e si è offerto di ospitare colloqui di pace, rafforzando ulteriormente i propri contatti con Washington in una fase in cui l’amministrazione Trump sembra considerarlo utile sul dossier iraniano.
Per capire perché questo irriti tanto l’India, bisogna ricordare che la rivalità con il Pakistan non è mai andata in archivio. Nel maggio 2025 i due Paesi, entrambi potenze nucleari, sono tornati vicini a uno scontro aperto, con un cessate il fuoco annunciato da Donald Trump e subito accompagnato da accuse indiane di violazioni pakistane della tregua.
In quel contesto era già emerso uno dei nervi più scoperti della strategia indiana: New Delhi rifiuta da sempre che il Pakistan possa recuperare centralità internazionale grazie a mediazioni esterne o a un ritorno della questione del Kashmir sotto tutela straniera.
È per questo che la guerra in Iran ha un doppio effetto su Nuova Delhi. Da una parte, l’India ha interessi enormi nella stabilità del Golfo. Modi, nella telefonata con Trump, ha insistito sull’importanza di mantenere aperto lo Stretto di Hormuz, da cui passa una quota decisiva delle forniture energetiche per l’Asia.
Oltre il 40% del greggio importato dall’India arriva dal Medio Oriente e che il governo si è mosso per mettere in sicurezza circa 60 giorni di forniture e diversificare ulteriormente gli acquisti. Questo significa che, per l’India, la guerra con l’Iran non è una crisi lontana: è una minaccia diretta a prezzi, crescita, fertilizzanti, Gpl e stabilità economica.
Dall’altra parte, però, la crisi offre al Pakistan una vetrina geopolitica inattesa. Confina con l’Iran, mantiene rapporti consolidati con gli Stati Uniti sul piano militare, ha legami con Arabia Saudita e Cina ed è più disponibile dell’India a prestarsi a mediazioni di terzi. Per Islamabad è l’occasione perfetta per dimostrare di non essere affatto irrilevante, ma anzi di restare un passaggio utile in ogni assetto regionale che tocchi Medio Oriente, Asia meridionale e grandi potenze.
E in India questo viene percepito con nervosismo, perché rimette in discussione un assunto molto diffuso negli ultimi anni: quello secondo cui il Pakistan fosse ormai un attore secondario rispetto all’ascesa indiana.

Qui entra in gioco il nuovo ruolo dell’India. Sarebbe sbagliato dire che Nuova Delhi è stata “messa da parte” in senso assoluto. Gli Stati Uniti continuano a considerarla decisiva, ma su un altro piano: non tanto come intermediario nel Golfo, quanto come pilastro della strategia indo-pacifica e del contenimento della Cina.
Elbridge Colby, in visita a Nuova Delhi, ha ribadito che il ruolo dell’India resta “indispensabile” e ha insistito sul fatto che Washington e New Delhi condividono soprattutto l’obiettivo di un Indo-Pacifico che nessuna singola potenza possa dominare. Tradotto: sul dossier Iran, in questa fase, il Pakistan può essere tatticamente utile; nel disegno strategico di lungo periodo, per gli Stati Uniti conta di più l’India.
Ma proprio qui si vede il cambiamento. Per anni l’India ha coltivato l’ambizione di essere insieme partner degli Stati Uniti, voce del Sud globale, interlocutore di Israele, ponte con l’Iran, potenza autonoma non allineata. La guerra in Iran mostra i limiti di questa postura “onnivora”. Nuova Delhi non è oggi l’attore che detta i termini della pace né il canale privilegiato tra Washington e Teheran.
È piuttosto una grande potenza di stabilità: parla con Trump, mantiene rapporti con Teheran, conserva il legame con Israele, ma soprattutto si concentra sul contenimento degli shock, sulla sicurezza delle rotte, sulla continuità energetica e sulla protezione del proprio spazio strategico.
La frase con cui Jaishankar ha preso le distanze dal ruolo pakistano è molto rivelatrice. Quando dice che l’India non è un “go-between country like Pakistan”, non sta solo rivendicando uno stile diplomatico diverso. Sta dicendo che Nuova Delhi non vuole essere percepita come uno Stato che presta i propri canali a una potenza esterna.
Vuole essere riconosciuta come un polo autonomo, non come un facilitatore per conto altrui. È una distinzione importante, ma contiene anche una fragilità: nel mondo di Trump, dove conta molto l’utilità immediata, chi media visibilmente può guadagnare spazio anche più di chi resta più grande ma più prudente.
Per questo la guerra in Iran racconta qualcosa di nuovo sull’India. Non la trasforma in una potenza minore, ma la costringe a fare i conti con una realtà meno comoda: il suo peso globale cresce, però non cresce in modo lineare né le garantisce automaticamente centralità in ogni crisi.
E soprattutto la rivalità con il Pakistan resta abbastanza viva da filtrare qualsiasi partita, anche quando si gioca lontano dal subcontinente. Una crisi nel Golfo può diventare, per Nuova Delhi, anche una battaglia sulla gerarchia regionale, sul rapporto con Washington e sul monopolio della rilevanza asiatica.
In questo senso, il nuovo ruolo dell’India dopo la guerra in Iran è meno spettacolare ma forse più realistico. Non quello di un arbitro universale, bensì quello di una potenza che tiene insieme energia, rotte marittime, equilibrio regionale e competizione con la Cina, senza perdere di vista il rivale di sempre. Il Pakistan può guadagnare visibilità come mediatore.
L’India, invece, prova a imporsi come qualcosa di più ambizioso e più stabile: il paese senza il quale non si può pensare l’ordine asiatico del dopo-guerra. Ma proprio la centralità riconquistata da Islamabad ricorda a New Delhi una verità scomoda: nella politica internazionale, nessun rivale resta davvero irrilevante per sempre.



