Arabia Saudita, Neom si sgonfia, ma la violenza resta

Neom è il grande progetto con cui Mohammed bin Salman, principe ereditario dell’Arabia Saudita, voleva mostrare al mondo il volto futuristico del regno: una regione artificiale nel nord-ovest del paese, sul Mar Rosso, pensata come vetrina della cosiddetta Vision 2030, il piano con cui Riad promette di ridurre la dipendenza dal petrolio e costruire una nuova economia fatta di tecnologia, turismo, finanza e grandi infrastrutture.

Dentro Neom dovevano sorgere opere simboliche come The Line, una città lineare lunga 170 chilometri, e Trojena, una stazione sciistica nel deserto. Negli ultimi mesi, però, il progetto è stato ridimensionato: contratti tagliati, opere riviste, priorità spostate verso settori considerati più redditizi come industria, logistica e data center.

Questa, però, è solo metà della storia. Se ci si limita a dire che Neom costa troppo e rende meno del previsto, si perde il punto più importante. Neom non è stata soltanto un’ambizione urbanistica troppo cara. È stata, fin dall’inizio, una gigantesca operazione di trasformazione forzata del territorio.

Per costruirla, il potere saudita ha trattato un’area abitata come se fosse vuota, disponibile, pronta a essere ridisegnata dall’alto. E qui sta il problema: quella terra non era una pagina bianca. Ne avevamo parlato qui su Diogene Notizie due anni fa.

Era abitata da comunità reali, in particolare dalla tribù beduina degli Huwaitat, che da anni denunciava sgomberi, demolizioni e repressione. Il pezzo pubblicato da Diogene nel 2024 ricordava proprio questo: la modernità di Neom veniva costruita sulla cancellazione di chi già viveva lì.

Per capire perché il ridimensionamento di oggi è così grave, bisogna tenere insieme le due cose: la fantasia del progetto e la realtà della sua costruzione. Per anni Neom è stata raccontata come il futuro: città senza auto, architetture verticali, turismo di lusso, piste da sci in mezzo al deserto, energia pulita.

Ma quel futuro, prima ancora di essere economicamente insostenibile, era politicamente autoritario. Il progetto partiva da un’idea molto semplice e molto violenta: che un territorio possa essere messo a disposizione del potere come un plastico, e che le persone che lo abitano siano un ostacolo secondario, da spostare se necessario. È la logica classica del potere assoluto quando si traveste da innovazione.

E infatti Diogene aveva già messo a fuoco il punto più duro: le autorità saudite, secondo le denunce raccolte allora, avevano autorizzato l’uso della forza letale per sgomberare l’area destinata a The Line. Non si parlava soltanto di espropri o trasferimenti amministrativi, ma di un vero uso della coercizione per liberare il terreno.

Questo cambia completamente il significato: se Neom si riduce, non abbiamo davanti solo un fallimento di bilancio. Abbiamo davanti un progetto che ha già prodotto espulsione e violenza prima ancora di realizzare ciò che prometteva.

È qui che il ridimensionamento diventa ancora più osceno. Perché un conto è imporre un’opera gigantesca e devastante che poi davvero si materializza. Un altro conto è imporla, reprimere, spostare comunità, distruggere assetti territoriali e poi, quando i numeri non tornano, ridurre tutto, tagliare, ricalibrare.

In altre parole: la violenza resta anche quando il rendering si ritira. Il progetto può accorciarsi, ma gli sfratti restano; i moduli di The Line possono diminuire, ma la militarizzazione del territorio è già avvenuta.

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C’è poi un altro elemento che oggi pesa e che non può essere ignorato: la guerra nella regione. Negli ultimi mesi il conflitto nel Golfo e lo scontro con l’Iran hanno reso molto più fragile l’immagine del Golfo come area perfettamente stabile, sicura, protetta dagli shock del Medio Oriente.

Il Financial Times ha scritto che questa guerra ha incrinato l’idea del Golfo come “porto sicuro” per investitori, turismo e grandi operazioni immobiliari. Anche questo conta per Neom: perché un progetto così gigantesco vive non solo di soldi, ma anche di fiducia, immagine, percezione di invulnerabilità. Se il contesto regionale si militarizza, se i missili e l’instabilità si avvicinano, anche la grande vetrina del futuro perde credibilità.

Questo non significa che la guerra sia la causa principale del ridimensionamento. Le fonti parlano soprattutto di costi esplosi, ritardi e scelte strategiche mutate. Il punto è che la guerra agisce da acceleratore di una crisi già aperta.

Mostra che il modello su cui Neom era stata costruita — denaro infinito, sicurezza assoluta, capacità di plasmare il territorio senza resistenze — era molto meno solido di quanto sembrasse. In un Medio Oriente attraversato da tensioni militari, anche il futurismo saudita deve tornare a fare i conti con la realtà.

E però, ancora una volta, il punto politico resta un altro. Neom non viene ridimensionata perché qualcuno ha finalmente capito che non si può cancellare una popolazione in nome di una città per ricchi. Non viene corretta per ragioni morali.

Viene corretta perché costa troppo e rende troppo poco. Il potere saudita non ha scoperto i limiti etici della propria fantasia. Ha scoperto i limiti finanziari. Questo è forse l’aspetto più rivelatore di tutta la vicenda: la vita delle comunità locali non vale abbastanza da fermare il progetto, ma un cattivo foglio Excel sì.

Per questo sarebbe sbagliato leggere la frenata di Neom come un salutare ritorno al buon senso. Non c’è nessun ritorno al buon senso. C’è semmai la rivelazione piena di ciò che Neom è sempre stata: un progetto di potere prima che un progetto urbano.

Una fantasia autoritaria che si presentava come modernizzazione. Una regione trattata come spazio vuoto da occupare, una popolazione trattata come elemento rimovibile, una promessa di futuro costruita con gli strumenti più vecchi del dominio.

Se oggi The Line si accorcia, se Trojena perde centralità, se il porto, la logistica e i data center prendono il posto delle visioni più folli, non cambia la sostanza. Cambia solo la forma del capriccio. Il vero lascito di Neom, almeno per ora, non è una città del futuro. È l’idea che il futuro possa essere usato come licenza per cancellare il presente.

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