Gli effetti della guerra su semina e prezzo del cibo

Quando scoppia una crisi in Medio Oriente, il primo allarme riguarda quasi sempre benzina, diesel e bollette. È comprensibile: il petrolio reagisce subito, i prezzi dei carburanti salgono in pochi giorni e l’impatto è visibile quasi in tempo reale.

Ma questa volta il rischio più profondo potrebbe arrivare altrove, con tempi meno immediati ma effetti più duraturi: sui prezzi del cibo. A lanciare l’avvertimento è la Fao, secondo cui l’aumento dei prezzi alimentari mondiali potrebbe continuare se la guerra con l’Iran dovesse protrarsi.

A marzo 2026 l’indice Fao dei prezzi alimentari è salito a 128,5 punti, con un aumento del 2,4% su febbraio, toccando il livello più alto da settembre 2025. L’indice resta ancora circa il 20% sotto il picco del marzo 2022, quello seguito all’inizio della guerra in Ucraina, ma il segnale è chiaro: il conflitto in Medio Oriente ha già cominciato a trasmettersi ai mercati agricoli globali attraverso il canale dell’energia.

La Fao spiega che i rincari osservati finora sono stati “modesti”, ma legati proprio ai prezzi energetici più alti e contenuti solo grazie a scorte mondiali di cereali ancora abbondanti.

Il punto decisivo, però, è che il danno più serio non si misura nei prossimi giorni ma nelle prossime semine. Se il conflitto dovesse durare oltre 40 giorni, ha avvertito il capo economista della Fao Máximo Torero, gli agricoltori potrebbero ridurre l’uso di fertilizzanti, seminare meno o spostarsi verso colture meno intensive.

Ed è qui che la crisi energetica diventa crisi alimentare: meno input oggi significa raccolti più deboli domani, e quindi prezzi più alti per il resto del 2026 e anche nel 2027.

La catena è semplice, ma potentissima. La guerra fa salire petrolio e gas; petrolio e gas fanno aumentare il costo dei trasporti, dell’irrigazione, dell’essiccazione e soprattutto dei fertilizzanti; i fertilizzanti più cari comprimono le scelte degli agricoltori; i raccolti futuri ne risentono; il cibo rincara.

La Fao parla apertamente di “shock sistemico” per i sistemi agroalimentari globali e stima che, se la crisi persiste, i prezzi mondiali dei fertilizzanti potrebbero essere mediamente tra il 15% e il 20% più alti nella prima metà del 2026.

Non è un allarme astratto. La stessa Fao segnala che il Golfo pesa in modo cruciale nel commercio di input agricoli: la regione rappresenta quasi la metà del commercio globale di zolfo, fondamentale per produrre fertilizzanti fosfatici, mentre l’aumento dei premi assicurativi marittimi e le difficoltà di navigazione stanno già spingendo verso l’alto i costi di spedizione.

In questo quadro, anche una de-escalation non riporterebbe subito la situazione alla normalità: Torero ha avvertito che il ritorno a condizioni logistiche regolari potrebbe richiedere mesi.

I primi segnali sono già dentro il paniere della Fao. A marzo i cereali sono saliti dell’1,5% su febbraio, con il grano in aumento del 4,3%, spinto anche dalle attese di minori semine in Australia proprio per i costi dei fertilizzanti. Gli oli vegetali sono aumentati del 5,1%, al terzo rialzo mensile consecutivo, sospinti sia dall’energia più cara sia dalle aspettative di una maggiore domanda di biocarburanti.

Lo zucchero è salito del 7,2%, anche perché i prezzi alti del petrolio fanno prevedere che il Brasile possa destinare più canna da zucchero all’etanolo invece che al mercato alimentare.

E qui sta uno dei punti più interessanti da raccontare: la guerra alza il prezzo del cibo anche quando non manca fisicamente il cibo. Non serve una carestia per far salire i listini.

Basta che il petrolio salga, che i fertilizzanti costino di più, che i produttori ricalibrino le colture e che una parte delle materie prime venga assorbita dai biocarburanti.

È una trasmissione indiretta, ma molto concreta, ed è proprio questa che rende il fenomeno meno visibile del rincaro alla pompa e potenzialmente più insidioso per le famiglie.

Per adesso, a contenere lo shock c’è un fattore rassicurante: la Fao ha leggermente rivisto al rialzo la stima sulla produzione mondiale di cereali del 2025, portandola al record di 3,036 miliardi di tonnellate, pari a un aumento del 5,8% sull’anno precedente.

Questo contribuisce a spiegare perché, nonostante la tensione, i rincari non siano ancora esplosi come nel 2022. Ma la stessa Fao avverte che se l’interruzione si prolunga per tre mesi o più, il problema smette di essere solo congiunturale e comincia a incidere sulle decisioni produttive globali.

L’effetto può essere particolarmente pesante per i Paesi più esposti alle importazioni di fertilizzanti e cereali, ma non riguarda solo il Sud globale. In Europa l’inflazione di marzo è risalita al 2,5% dal 1,9% di febbraio, trainata soprattutto dall’energia, mentre il comparto alimentare ha già registrato una crescita del 2,4%.

Anche nei mercati di Roma gli operatori hanno già segnalato rincari legati ai maggiori costi di trasporto dovuti al diesel. In altre parole: il meccanismo ha già cominciato a scaricarsi sui prezzi al dettaglio.

Per l’Italia questo punto è politicamente rilevante. Nel dibattito pubblico l’attenzione si concentra quasi sempre sul costo del pieno, che è immediato, fotografabile, facile da trasformare in polemica. Ma il rincaro del cibo è socialmente ancora più sensibile, perché colpisce la spesa quotidiana e pesa di più sui redditi bassi.

Inoltre, a differenza dei carburanti, i prezzi alimentari incorporano non solo il costo dell’energia ma l’intera catena: fertilizzanti, logistica, trasformazione, mangimi, imballaggi. Quando si muovono, tendono a farlo in modo più diffuso e più persistente. Questa è un’inferenza economica coerente con il quadro descritto da Fao e dalle dinamiche inflattive europee.

La guerra con l’Iran non minaccia quindi soltanto pompe di benzina e bollette. Minaccia anche la sicurezza alimentare e il costo del carrello. Il rischio immediato è l’energia, ma quello più profondo è che un conflitto abbastanza lungo trasformi lo shock petrolifero in shock agricolo, e poi in inflazione alimentare. Se succederà, molte famiglie se ne accorgeranno non quando faranno rifornimento, ma quando andranno a fare la spesa.