Il rito del monito presidenziale
Ogni anno, alla vigilia del Primo Maggio, il Presidente della Repubblica pronuncia un discorso sul lavoro. Ogni anno torna il dolore, la condanna, l’appello. Il 30 aprile 2026, dallo stabilimento Piaggio di Pontedera, Sergio Mattarella ha ripetuto parole già sentite. Ma il punto non è la sincerità del Capo dello Stato – che è fuori discussione. Il punto è la distanza abissale tra le parole e i fatti.
“Tra luoghi di lavoro e in itinere sono oltre mille le vite spezzate ogni anno. Nel ricordarle, rinnovando la vicinanza alle famiglie delle vittime, ribadiamo che si tratta di un tributo inaccettabile.”
“C’è una piaga che non accenna a sanarsi. La lotta alle incurie, all’illegalità, alle imprudenze deve coinvolgere tutti. Sono le cronache a intimarci che ciò che facciamo non è ancora abbastanza per tutelare la salute di chi lavora.”
Un’ammissione importante, quella del Presidente: «ciò che facciamo non è ancora abbastanza». Ma chi è responsabile di farlo? E perché, anno dopo anno, non lo si fa abbastanza? Questo mini-dossier prova a rispondere.
Il bilancio 2025
L’INAIL ha certificato per il 2025 un totale di 1.093 morti tra lavoratori e studenti. Di questi, 798 sono deceduti direttamente sul posto di lavoro, 295 negli spostamenti casa-lavoro (in itinere). Rispetto al 2024 (1.090 morti totali) il dato è sostanzialmente piatto: +0,3%. Una stabilizzazione che non è miglioramento.
Tre persone ogni giorno, sabato e domenica compresi. Questo è il ritmo con cui l’Italia perde i suoi lavoratori.

*Il picco del 2020 è dovuto all’inclusione dei contagi da Covid-19 tra gli infortuni sul lavoro, scelta adottata solo da Italia, Spagna e Slovenia. Escludendo i decessi Covid, il trend resta di oltre 1.000 morti/anno dall’inizio degli anni 2000 a oggi.
Cosa si nasconde dietro i numeri
I dati INAIL registrano solo i lavoratori assicurati. L’Osservatorio Indipendente di Bologna, che include anche lavoratori in nero, pensionati, lavoratori domestici e vittime di stress da lavoro (il cosiddetto karoshi), ha stimato per il 2025 ben 1.450 vittime complessive. Sono almeno 357 morti in più che la statistica ufficiale non conta.
Chi muore di più: il 60% dei decessi coinvolge lavoratori tra i 45 e i 64 anni. I lavoratori stranieri hanno un tasso di mortalità 2,5 volte superiore agli italiani (72,4 decessi ogni 100.000 occupati contro 28,8). Gli uomini rappresentano circa il 94% delle vittime sul luogo di lavoro.
Dove si muore di più: Basilicata, Campania, Umbria, Puglia, Sicilia e Marche sono le regioni in ‘zona rossa’, con un’incidenza superiore del 25% alla media nazionale.
I settori più letali nel 2025

Costruzioni, manifattura, logistica e agricoltura concentrano quasi tre quarti dei morti sul lavoro. Sono i settori dove i contratti sono più precari, le catene di subappalto più lunghe, i lavoratori stranieri più presenti, i controlli più rari.
Perché ogni anno succede la stessa cosa
Il sistema ispettivo è in crisi strutturale
L’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) è il corpo principale preposto alla vigilanza della sicurezza nei luoghi di lavoro. Nel 2024 disponeva di 4.585 ispettori in totale (INL, INAIL e INPS). Di questi, quelli specificamente dedicati alle ispezioni tecniche sulla sicurezza sono circa 2.200 (tra ispettori INL e personale delle ASL). A fronte di 1,7 milioni di aziende con dipendenti.
Il rapporto: un ispettore tecnico ogni 773 aziende. E le ispezioni tecniche di sicurezza effettive nel 2024 sono state 20.755: coprono appena il 6,7% del totale delle imprese edili e industriali con più di 3 dipendenti.
Per confronto: in Germania ci sono 6.009 ispettori del lavoro per 45 milioni di occupati. In Italia ne abbiamo 4.585 per 24 milioni di occupati. Ma la Germania usa un sistema ‘duale’ che affianca alle ispezioni statali le Berufsgenossenschaften, enti autonomi di assicurazione infortuni che svolgono consulenza preventiva alle imprese, con circa 6.000 esperti tecnici aggiuntivi. Un sistema di prevenzione, non solo di sanzione.
Il paradosso: nel 2024 su 90.831 aziende ispezionate, il 71,7% è risultato irregolare. Tre aziende su quattro avevano violazioni. Se questo è il tasso di irregolarità tra le poche aziende controllate, cosa si nasconde nell’enorme numero di quelle che non vengono mai visitate?
La giungla del subappalto
Il 70% dei morti in edilizia è composto da lavoratori precari impiegati in catene di appalto e subappalto. Il meccanismo è semplice: l’azienda principale vince un appalto, lo subappalta al massimo ribasso, il subappaltatore lo subappalta ancora. Alla fine della catena ci sono lavoratori con contratti irregolari, senza formazione, senza dispositivi di protezione adeguati, e spesso senza documenti in regola.
Il risultato è un’opacità delle responsabilità che rende quasi impossibile perseguire penalmente i responsabili. Ogni livello di subappalto aggiunge uno scudo tra il committente e chi muore.
Il Testo Unico sulla Sicurezza (D.Lgs. 81/2008) prevede obblighi di sicurezza in capo a tutti i soggetti della catena. Ma le sanzioni – dopo la depenalizzazione del 2010 – sono prevalentemente amministrative e pecuniarie. Le imprese trovano spesso più conveniente pagare la multa che investire in prevenzione.
Il reato che non c’è: l’omicidio sul lavoro
In Italia non esiste il reato specifico di ‘omicidio sul lavoro’. I datori di lavoro che causano la morte di un dipendente per negligenza o inosservanza delle norme di sicurezza vengono processati per omicidio colposo, un reato che prevede pene ridotte e frequenti prescrizioni. I procedimenti penali durano anni: spesso quando arrivano a sentenza definitiva i reati sono già estinti.
La CGIL chiede da anni l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro con pene commisurate alla gravità della colpa e alla sistematicità delle violazioni. Il governo Meloni si è finora opposto. Il risultato è che per molti datori di lavoro il rischio legale di un infortunio mortale è inferiore al costo dell’investimento in sicurezza.
L’ossessione per la burocrazia, non per la prevenzione
Il decreto legislativo 103/2024 sulla ‘semplificazione dei controlli’ ha paradossalmente allentato le maglie della vigilanza: le aziende che si autodichiarano ‘a basso rischio’ vengono sottoposte a controlli più dilazionati nel tempo. L’autodichiarazione di conformità – senza verifica – diventa uno scudo burocratico.
Contemporaneamente, l’INL è stato sommerso di nuovi adempimenti: dal 2024 deve gestire anche le autorizzazioni per la conservazione delle email aziendali. Un compito paradossale per un ente già in crisi di organici, che rischia di ulteriormente distogliere risorse dall’attività ispettiva.
In alcune sedi, gli organici mancano fino a due terzi del personale necessario: a Milano, a fronte di un organico previsto di 370 unità, ne lavorano 130. I neoassunti (850 a seguito di un concorso del 2022) sono in parte già fuggiti verso enti con stipendi migliori.
Il confronto con l’Europa: dove siamo davvero
I confronti internazionali sui morti sul lavoro richiedono cautela metodologica. I sistemi di notifica variano tra Paesi: la Francia, ad esempio, include qualsiasi infortunio avvenuto durante l’orario lavorativo, anche se non strettamente connesso all’attività produttiva. L’Italia include i decessi da Covid-19 tra gli infortuni. I dati ‘grezzi’ non si confrontano direttamente.
Eurostat elabora quindi un ‘tasso standardizzato di incidenza infortunistica’ per 100.000 occupati, corretto per la struttura produttiva nazionale, che permette un confronto più equo.

*Tasso standardizzato Eurostat per infortuni mortali in occasione di lavoro (2022-23, ultimo disponibile). Esclusi incidenti stradali e in itinere.
** Il dato francese è sovrastimato per ragioni metodologiche: include tutti gli infortuni avvenuti durante l’orario lavorativo.
La fotografia reale
La Germania fa meglio dell’Italia in modo netto e sistematico: il suo tasso standardizzato (0,53) è meno della metà di quello italiano (1,20). Le ragioni strutturali sono chiare: il sistema duale di prevenzione (enti statali + Berufsgenossenschaften), un rapporto ispettori/aziende molto più favorevole, una cultura consolidata della sicurezza nei contratti aziendali e nella formazione obbligatoria.
Francia e Spagna hanno tassi ufficialmente più alti dell’Italia, ma occorre prudenza: il dato francese è influenzato da una metodologia di conteggio più ampia. La Spagna ha un mercato del lavoro con caratteristiche simili all’Italia (alta incidenza di lavoro stagionale, edilizia, agricoltura) e risultati simili.
Paesi Bassi e Scandinavia mostrano che è possibile scendere sotto 0,5 morti ogni 100.000 occupati. Il loro modello: ispezioni frequenti, sanzioni pesanti e penalmente rilevanti, sistema di welfare che incentiva la prevenzione (i costi degli infortuni ricadono sulle imprese attraverso un sistema assicurativo che premia chi lavora bene).
Dal 2010 a oggi l’Italia ha sempre avuto un tasso superiore alla media UE. Il divario si è ridotto, ma non è mai stato colmato. E in alcuni anni – come il 2024-2025 – si è allargato di nuovo.
Il modello tedesco in sintesi
La Germania ha un tasso di mortalità sul lavoro tre volte inferiore all’Italia pur avendo il 20% di lavoratori in più. Come ci riesce?
• Sistema duale: le Berufsgenossenschaften (enti mutualistici di settore) affiancano le autorità statali con 6.000 tecnici della prevenzione che visitano le aziende non per sanzionare, ma per consulenza preventiva.
• Responsabilità penale effettiva: i dirigenti aziendali che violano le norme di sicurezza rischiano pene detentive reali, non solo ammende.
• Incentivi economici: i premi assicurativi versati alle Berufsgenossenschaften variano in base all’andamento infortunistico dell’azienda. La sicurezza conviene economicamente.
• Formazione obbligatoria strutturata: ogni lavoratore riceve formazione specifica prima di iniziare qualsiasi attività a rischio. Nei subappalti, la responsabilità formativa è dell’appaltante principale.
• Co-determinazione sindacale: i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS) hanno poteri reali di ispezione e blocco dell’attività in caso di pericolo imminente.
A chi conviene questo sistema?
Le cause delle morti sul lavoro non sono misteri. Le conosce l’INAIL, le conosce l’INL, le conoscono i sindacati, le conoscono i magistrati. Eppure anno dopo anno, governo dopo governo, di centrodestra come di centrosinistra, il sistema non cambia. È lecito chiedersi perché.
Il costo dell’impunità
In un mercato fortemente basato sul ribasso dei costi – come quello degli appalti pubblici e privati in Italia – la sicurezza è un costo che si tende a comprimere. Finché le sanzioni penali sono rare, le multe basse, e i processi durano decenni, la equazione per molti imprenditori è semplice: investire in sicurezza costa più che rischiare.
Uno studio dell’INAIL stima il costo complessivo annuale degli infortuni sul lavoro per il sistema-Paese (cure, indennizzi, perdita di produttività) in circa 30 miliardi di euro. Un costo socializzato, pagato dalla collettività. I profitti della produzione a basso costo restano privati.
La precarietà come fattore di rischio
I dati lo dicono chiaramente: i lavoratori precari, stagionali, in somministrazione, a progetto muoiono più degli altri. La precarietà riduce il potere contrattuale di chi lavora (chi denuncia un’irregolarità rischia di non vedersi rinnovare il contratto), riduce il tempo per la formazione, aumenta la pressione sui ritmi di lavoro.
Le riforme del mercato del lavoro degli ultimi vent’anni – dalla Legge Biagi al Jobs Act al Collegato Lavoro – hanno progressivamente ampliato la flessibilità. Nessuna ha messo la sicurezza come condizione della flessibilità.
Le promesse non mantenute
Dopo ogni grande tragedia – Viareggio (2009, 32 morti), Torino Thyssen-Krupp (2007, 7 morti), Firenze cantiere ESM (2024, 5 morti), Casteldaccia (2024, 5 morti) – arrivano annunci, decreti urgenti, task force. Poi il ciclo ricomincia.
Nel 2024, dopo la strage di Firenze, il governo Meloni ha annunciato l’assunzione di 1.600 nuovi ispettori. A settembre 2024 ne erano stati assunti 6. Sei.
Cosa si potrebbe fare (se si volesse)
Non mancano le proposte. Manca la volontà politica di attuarle contro gli interessi di categorie produttive influenti.
• Introdurre il reato di omicidio sul lavoro con pene adeguate alla sistematicità e alla gravità delle violazioni. Non come strumento di vendetta, ma come deterrente reale.
• Portare il corpo ispettivo a un rapporto di almeno 1 ispettore tecnico ogni 100 aziende a rischio elevato, con specializzazione per settore.
• Riforma radicale del subappalto: responsabilità solidale piena per infortuni lungo tutta la catena, con obbligo di formazione a carico del committente principale.
• Creare un’Agenzia Nazionale per la Sicurezza sul Lavoro, sul modello tedesco, che unifichi INAIL, INL e ASL in un sistema coerente di prevenzione-controllo-sanzione.
• Rendere la patente a crediti (introdotta in edilizia nel 2024) realmente operativa e estenderla ad altri settori ad alto rischio.
• Rafforzare i poteri dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS) fino al diritto di blocco delle attività a rischio imminente, anche nei subappalti.
• Inserire la sicurezza come criterio premiante (non solo requisito formale) nei bandi di appalto pubblico, escludendo le imprese con recidiva di violazioni.
Le parole non bastano più
Mattarella ha ragione: è un tributo inaccettabile. Ma ‘inaccettabile’ non può più essere solo un aggettivo del discorso istituzionale del Primo Maggio. Deve diventare il presupposto di scelte politiche che qualcuno finora ha scelto di non fare.
Ogni anno mille persone muoiono di lavoro in Italia. Non muoiono ‘per fatalità’, come pure si continua a dire. Muoiono perché qualcuno ha deciso che la sicurezza costa troppo, o che il rischio di essere puniti è accettabile. Muoiono perché chi dovrebbe controllarli non ha gli organici per farlo. Muoiono perché la catena del subappalto dilata la responsabilità fino a dissolverla. Muoiono perché i processi durano dieci anni.
La differenza tra l’Italia e la Germania non è culturale, non è caratteriale, non è ‘il nostro modo di essere’. È politica. È una scelta di sistema che si può cambiare. La Germania ci ha impiegato trent’anni – dagli anni Ottanta a oggi. Ma ha deciso di cambiare.
Anche noi possiamo decidere. Il Primo Maggio sarebbe il momento giusto per farlo.
(Fonti principali: INAIL – Rapporto annuale 2025 e dati mensili 2026; Osservatorio Indipendente di Bologna; Osservatorio Vega Engineering; Eurostat – ESAW 2022-23; Osservatorio CPI Università Cattolica; EU-OSHA 2026; Ispettorato Nazionale del Lavoro – Rapporto vigilanza 2024; Ilostat; Il Fatto Quotidiano, Sky TG24, LaPresse, Editorialedomani.it, Vita.it.)
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