L’opposizione che si oppone a se stessa sulla guerra in Iran

C’era una volta l’occasione perfetta per fare opposizione a Giorgia Meloni. Ed era questa: la guerra contro l’Iran. Una guerra insensata, ingestibile, destinata non a “risolvere” il problema iraniano ma a spalancare l’ennesimo conflitto permanente in Medio Oriente.

Bisogna essere davvero ottimisti fino all’imbecillità, oppure strateghi da salotto, per credere che basti bombardare l’Iran per chiudere la partita. Chi l’ha pensata così, più che sottovalutare Teheran, ha mostrato di non capirne nulla: risorse, capacità di tenuta, reti regionali, profondità strategica. Tutto scambiato per una pratica da sbrigare con due raid e tre dichiarazioni virili.

Qui, volendo, ci sarebbe stato da inchiodare Meloni. Perché il suo governo è il più filo-Trump d’Europa, o comunque quello che più si è messo comodo sotto quell’ombrello politico, culturale e simbolico. Se c’è una destra europea che non ha mai voluto davvero distinguersi dal trumpismo, è quella italiana.

E dunque ecco il bersaglio: la sua ambiguità, la sua doppiezza, il suo stare con il piede in due staffe mentre finge equilibrio, prudenza, “interesse nazionale”. Una maggioranza così si potrebbe smontare pezzo per pezzo.

Ma per farlo servirebbe un’opposizione.

Invece arriva il Pd, e fa il Pd. Cioè l’unica cosa che gli riesce con costanza ammirevole: sembrare ambiguo anche quando la realtà gli mette davanti una linea quasi obbligata. Sull’Iran i democratici vorrebbero dire una cosa semplice, ma prima la sterilizzano, poi la lucidano, poi la rendono compatibile con l’idea che, se fossero loro al governo, in fondo farebbero qualcosa di molto simile a Meloni, solo con più subordinate e meno smorfie patriottiche. Il Pd non rassicura: galleggia. Non guida: amministra il proprio imbarazzo. Non colpisce il governo: gli somiglia in anticipo.

Poi c’è il M5S, che naturalmente non perde occasione per chiarire la sua priorità: non fermare la guerra, ma vincere la gara di opposizione. Ogni crisi è buona per ribadire che Conte è più duro, più puro, più oppositore degli altri. Che il Pd è compromesso, molle, esitante, quasi complice per insufficienza di indignazione. E magari, in parte, è pure vero. Ma il punto è un altro: al M5S dell’unità dell’opposizione interessa poco. Gli interessa l’egemonia sull’opposizione. Non costruire un fronte, ma metterci il cappello. Non battere Meloni, ma battere Schlein.

AVS, infine, fa AVS: posizione più netta, più avanzata, più limpida, più inattaccabile. Ed è anche normale che sia così. Quando non devi portarti sulle spalle il peso della contendibilità, la chiarezza viene meglio. La radicalità costa meno. La coerenza, soprattutto se non rischia di passare, è una merce politicamente molto conveniente. Giusta, magari. Ma conveniente.

Eppure stavolta una sintesi non solo era possibile: era già stata trovata. Una settimana prima, su quel nucleo essenziale — no all’escalation, no al coinvolgimento italiano, no all’uso delle basi — Pd, M5S e AVS una convergenza l’avevano già messa nero su bianco. Il punto è che non ha retto. Quando si è trattato di arrivare al confronto con Meloni con una posizione davvero unitaria, quell’intesa si è sfarinata e l’opposizione è tornata a presentarsi in ordine sparso, fino a dividersi in cinque mozioni.

Il punto è che una piattaforma comune esisteva, ed era perfino facile da formulare. Bastava dirla così: “Contro la guerra all’Iran, che non chiuderà la crisi ma aprirà un conflitto permanente nel cuore del Medio Oriente. No all’uso di basi, infrastrutture e supporti logistici italiani per operazioni dirette o indirette. Basta con la foglia di fico della “fedeltà atlantica”, usata per coprire la subordinazione alle scelte di Trump e dei suoi alleati. Serve un’iniziativa europea autonoma per il cessate il fuoco, il negoziato e la stabilizzazione regionale. E serve piena trasparenza davanti al Parlamento“.

Non serviva molto di più. Serviva solo la volontà di farlo.

Semmai è difficile trovare, dentro questo perimetro, qualcosa che un’opposizione degna di questo nome non potesse sottoscrivere. Il Pd ci avrebbe trovato il terreno istituzionale che dice di volere. Il M5S il rifiuto del coinvolgimento italiano e della subalternità a Washington. AVS il no netto alla guerra e all’escalation.

Non era una piattaforma estremista, né una formula annacquata: era il minimo serio per stare insieme contro Meloni. Proprio per questo pesa ancora di più il fallimento. Perché non siamo davanti a opposizioni divise da differenze inconciliabili, ma a opposizioni che preferiscono consumare le differenze compatibili pur di non concedersi un terreno comune.

E così il capolavoro è servito: di fronte a una guerra sciagurata e a un governo che offrirebbe materia abbondante per essere travolto dalle sue contraddizioni, le opposizioni scelgono il passatempo che preferiscono.

Non colpire Meloni, ma marcare il territorio l’una contro l’altra. Il Pd per far capire che è serio. Il M5S per far capire che è il vero oppositore. AVS per far capire che è l’unica sinistra senza annacquamenti. Tutti occupati a distinguersi, nessuno capace di convergere.

L’opposizione, insomma, si oppone a se stessa. E nel frattempo fa il gioco di Meloni. Non perché la crisi iraniana sia troppo complessa. Ma perché ciascuno la usa per posizionarsi contro gli altri, anche dopo avere dimostrato che un punto d’incontro era possibile. Meloni resta ambiguamente appesa a Trump. E chi dovrebbe approfittarne resta ambiguamente appeso a sé stesso.

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