Vladimir Solovyov, uno dei volti più fedeli al teatrino patriottico del Cremlino, ha dedicato a Giorgia Meloni una delle sue performance più raffinate: insulti volgari, sessisti, perfino pronunciati in italiano, e la solita postura da gladiatore televisivo che a Mosca scambiano per profondità geopolitica.
La risposta italiana è stata quella delle grandi occasioni: Meloni ha liquidato Solovyov come un “propagandista di regime”, Tajani ha convocato l’ambasciatore russo, dal Quirinale e da quasi tutto l’arco politico è arrivata la solidarietà di rito.
Fin qui, tutto lineare. Un professionista dell’insulto fa il professionista dell’insulto. Il Cremlino esporta rozzezza a mezzo satellite. L’Italia si indigna con la compostezza di chi sa che, in diplomazia, perfino l’offesa va protocollata.
E infatti è bello vedere il nostro sistema istituzionale muoversi con tale solennità davanti a uno che, più che un editorialista, sembra il risultato di un algoritmo addestrato male su testosterone, revanscismo imperiale e televisione spazzatura. Oppure, più semplicemente, la prova che in Russia il prezzo della vodka dev’essere rimasto sorprendentemente basso.
La parte migliore, però, arriva subito dopo. Perché in Italia ogni insulto straniero alla premier produce un piccolo miracolo ecumenico: per qualche ora scompaiono inflazione, liste d’attesa, salari, treni, riforme scritte come se fossero state assemblate al buio.
Sparisce tutto. Rimane lei, la Nazione, l’orgoglio, il barbaro che offende, il comunicato bipartisan, la foto in controluce della dignità repubblicana. È il carnevale dell’unità nazionale: durata limitata, ma scenografia impeccabile.
Meloni, va detto, in questo registro si muove benissimo. È un terreno che conosce: più l’avversario si fa caricatura, più lei può farsi statura. E Solovyov, in effetti, è una caricatura generosa. Ti consegna già pronto tutto il necessario: misoginia da esportazione, bullismo da studio televisivo, fedeltà canina al potere russo.

È il nemico perfetto per una premier che ama presentarsi come bersaglio dei rozzi e garante del decoro dell’Occidente. Non deve nemmeno forzare la parte: le basta stare ferma mentre dall’altra parte un uomo adulto urla come se fosse intrappolato per sempre in un talk show del 2007. E qui scatta il fastidio più sincero: ma quanto può essere stronzo uno che ti costringe a difendere un’erede del fascismo italiano?
Eppure il dettaglio più divertente resta la reazione russa successiva. Dopo la convocazione alla Farnesina, l’ambasciatore Alexey Paramonov ha spiegato che Roma avrebbe preso una “cantonata” e che nessun rappresentante delle autorità russe aveva offeso Meloni, invitando in sostanza a distinguere tra valutazioni personali e dichiarazioni ufficiali.
Il che è magnifico: il propagandista di punta del regime non rappresenta il regime; è solo lì, in tv, a insultare capi di governo stranieri per hobby. Una libera improvvisazione privata, come il bricolage o il birdwatching.
Naturalmente non c’è niente da minimizzare. Gli insulti restano insulti, e il sessismo resta sessismo. Ma proprio per questo converrebbe sottrarli almeno un po’ alla liturgia automatica dell’eroismo nazionale. Perché il rischio, ogni volta, è di regalare a un megafono del Cremlino un ruolo superiore ai suoi mezzi: non più un urlatore professionista, ma un attore geopolitico.
E invece no. Solovyov non è Dostoevskij impazzito né il Metternich delle parolacce. È un dipendente dello spettacolo bellico russo che ha trovato nel trash una nicchia di mercato.
Solo che da noi, appena apre bocca, diventa occasione per lucidare le istituzioni, stirare le posture e ricordarci che l’Italia sa ancora compattarsi davanti all’offesa esterna, soprattutto quando l’offesa esterna aiuta molto anche la politica interna.
In fondo, la scena è tutta qui: da una parte un propagandista che insulta in un italiano da bettola geopolitica; dall’altra un Paese che, offeso con volgarità da cabaret imperiale, ritrova per qualche ora il gusto della compostezza e della posa.
A Mosca producono fango televisivo. A Roma lo trasformiamo in una piccola cerimonia istituzionale. Loro producono spazzatura, noi le diamo una cornice prestigiosa. Ognuno valorizza le materie prime che ha.



