Iran: buio sulla «rivolta». Blackout non solo interno

Da più di quattro giorni l’Iran è, di fatto, un Paese a luci spente. Non è una metafora: secondo l’osservatorio NetBlocks, che misura la connettività su larga scala, siamo di fronte a un blackout prolungato che ha superato le cento ore, con ampie porzioni della popolazione senza accesso ai servizi online e senza la possibilità di comunicare con l’esterno.

Nel momento stesso in cui la voce si spegne, però, si accende un secondo buio, meno visibile ma altrettanto decisivo: quello che si forma fuori dall’Iran, nello spazio dell’informazione globale. Nella guerra moderna silenziare le voci autentiche crea un vuoto che viene riempito da narrazioni di parte e da disinformazione. Il blackout interno non è soltanto censura. È un moltiplicatore di opacità che rende più difficile verificare, più facile manipolare, più conveniente mentire.

Ma proprio su questo piano crolla la retorica “liberatoria” con cui questa guerra è stata presentata mostra la sua prima contraddizione strutturale. La Casa Bianca e l’ecosistema politico che la sostiene hanno invitato gli iraniani a “rialzarsi” e a “riprendersi il Paese”, come se la liberazione fosse un pulsante da premere. Una sollevazione popolare però non nasce da uno slogan, e non nasce da una rete clandestina di pochi contatti.

Perché una rivolta di massa esista serve una condizione banale: che le persone sappiano, nello stesso momento, che cosa sta accadendo, dove, con quali rischi, con quale speranza. Serve un linguaggio comune e un minimo di coordinamento. Serve, in altre parole, comunicazione.

Se davvero l’obiettivo dichiarato fosse “aiutare” una popolazione a sollevarsi contro gli ayatollah, la prima domanda più che quante bombe servono sarebbe con quale canale permettere a milioni di persone di restare connesse quando il regime taglia Internet. Il paradosso è questo: in una guerra che dice di voler liberare, la condizione tecnica e politica della liberazione – poter parlare, sapere, coordinarsi – viene resa impraticabile proprio quando la repressione si fa più pericolosa.

Come ha spiegato ieri Ben Rhodes, ex consigliere senior di Barack Obama, non si tratta di un dettaglio polemico: è il punto morale e operativo che inchioda alle sue menzogne la narrativa bellica. Se oggi la gente scendesse in piazza in Iran, chi la proteggerebbe dalla repressione?

Gli Stati Uniti e Israele possono colpire infrastrutture, possono decapitare vertici, possono distruggere radar. Ma non possono “scortare” una folla nelle strade di Sanandaj o di Teheran, non possono impedire a un apparato di sicurezza di fare ciò che gli apparati di sicurezza fanno quando temono di perdere il controllo: arrestare, sparare, terrorizzare. Invitare a sollevarsi quando non puoi proteggere chi si espone è un gesto politicamente irresponsabile.

La seconda contraddizione è ancora più rivelatrice, perché riguarda i mezzi. Non è vero che “non esiste” una tecnologia capace di bypassare la censura. Esistono connessioni satellitari, reti mesh, strumenti di aggiramento. Lo dimostra proprio la cronaca di questi mesi: il Wall Street Journal ha raccontato che l’amministrazione Trump avrebbe fatto arrivare clandestinamente in Iran migliaia di terminali Starlink, cioè dispositivi per collegarsi a Internet via satellite senza passare dalla rete controllata dallo Stato

Anche il Guardian ha descritto un vero e proprio ecosistema di tecnologia contrabbandata che, nelle settimane del grande blackout di gennaio, ha permesso a una minoranza di iraniani di restare agganciata al mondo, mentre Teheran rispondeva con disturbi elettronici, caccia ai terminali e pene durissime.

Foreign Policy ha aggiunto un dettaglio che fa capire quanto il conflitto sia entrato nella sfera delle comunicazioni: nelle fasi più dure non si bloccano solo social e messaggistica, ma anche reti mobili, linee telefoniche, servizi di base — e perfino l’accesso satellitare può essere ostacolato.

Foto Darafsh CC BY-SA 4.0 Wikimedia Commons

E allora la domanda che tutte le persone in buona fede capiscono immediatamente è: se esistono strumenti per “fare Radio Londra” nel 2026 – non una radio romantica, ma un’infrastruttura minima per mantenere informata una popolazione sotto censura – perché il risultato politico che si diceva di voler ottenere non si vede? Perché la sollevazione non arriva, o arriva solo in frammenti isolati e facilmente schiacciabili?

La risposta più onesta non è psicologica (“gli iraniani non vogliono”), ma strutturale: una sollevazione di massa non nasce nel buio, e soprattutto non nasce quando chi la invoca non paga il prezzo della repressione. Se la comunicazione alternativa è minoritaria, rischiosa, discontinua; se il Paese è spezzato tra chi riesce a connettersi e chi no; se la paura di essere individuati rende impossibile trasformare un messaggio in una folla; allora la “rivolta” resta un argomento da conferenza stampa, non un processo reale.

In questo senso, il blackout è già un pezzo di guerra: non perché “nasconde” soltanto, ma perché impedisce la formazione di una massa, cioè l’unico soggetto che potrebbe dare senso alla parola “liberazione”.

Il buio interno produce automaticamente il buio esterno. Quando dall’Iran escono meno immagini, meno testimonianze, meno verifiche incrociate, l’informazione globale cambia natura: diventa più dipendente da dichiarazioni ufficiali, da fughe di notizie, da account partigiani, da video non verificati.

È la condizione ideale per il rumore. Wired ha documentato come, dopo l’avvio dei raid, la piattaforma X sia stata invasa da contenuti fuorvianti sulla localizzazione e sulla scala degli attacchi. Un flusso che corre più veloce della verifica, e che si alimenta proprio dell’assenza di fonti dirette.

In questo ambiente, la volatilità comunicativa di Donald Trump è un acceleratore del caos. Annunci solenni, promesse di “opportunità storiche”, inviti alla popolazione a “riprendersi il Paese”, seguiti da smentite e correzioni operative. Il risultato non è solo la confusione nei commentatori: è un vantaggio per chiunque, dentro e fuori dall’Iran, abbia interesse a trasformare la guerra in una palude narrativa dove nessuno risponde davvero di ciò che dice e di ciò che fa.

Riprendendo quindi il filo della sollevazione popolare, che chi ha a cuore la libertà degli iraniani auspica materialmente, a differenza di chi la agita cinicamente, la continuazione dei bombardamenti senza comunicare con i soggetti della dichiarata rivolta denuncia ulteriormente la menzogna.

Se la guerra fosse davvero “per liberare”, il suo primo investimento sarebbe la possibilità per gli iraniani di parlare tra loro e con il mondo quando il regime chiude i rubinetti. Se la guerra fosse davvero “per liberare”, non basterebbe avere contatti clandestini con poche cellule interne – quelle del Mossad e della Cia già presenti all’interno del Paese – perché la liberazione non la fa una rete segreta, la fa una moltitudine.

Quindi: cosa stanno facendo concretamente, Usa e Israele per non consegnare quei civili alla repressione?

Questo doppio blackout, quello che spegne la società e quello che sporca la verità, non è un effetto collaterale. È la struttura stessa del conflitto. E la struttura di questa guerra che rende impraticabile la condizione minima della liberazione. La parola “liberazione” smette di essere un obiettivo e diventa un alibi. Ai civili si chiede il coraggio più alto mentre si offre la protezione più bassa. Perchè di quei civili in realtà non importa a chi sgancia bombe uccidendo anche loro.

Foto White House Public Domain Wikimedia Commons