Mobilità sanitaria record. Ma è una tassa sulla fragilità

Nel 2023 gli italiani hanno “spostato” la sanità per 5,15 miliardi di euro: è il valore record della mobilità sanitaria interregionale, cioè delle cure ricevute fuori dalla propria Regione di residenza e poi regolate a consuntivo tra i sistemi regionali.

Ogni anno questo numero viene raccontato come la solita cartolina: il Sud che “fugge” e il Nord che “incassa”. Ma il dato più rivelatore, quest’anno, non è geografico. È sociale: il viaggio di cura è diventato una scorciatoia necessaria, e come tutte le scorciatoie in Italia non è uguale per tutti.

C’è chi può partire, attendere, prenotare, appoggiarsi a parenti, pagarsi giorni di assenza dal lavoro. E c’è chi invece resta dov’è, anche quando sa che altrove avrebbe tempi più rapidi o servizi migliori.

La Fondazione GIMBE, presentando il report, ha chiarito che la mobilità è “sempre meno una scelta e sempre più una necessità”, perché l’offerta non è omogenea e il diritto alla tutela della salute non è garantito in modo equo sul territorio.

È un cambio di prospettiva importante. “Scelta” fa pensare a preferenze individuali. “Necessità” racconta una pressione strutturale: liste d’attesa, reparti non disponibili, servizi che mancano o funzionano a intermittenza.

Quando si guarda dentro i numeri, questo spostamento dal desiderio al bisogno diventa evidente. Secondo i dati dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (AGENAS) ripresi da GIMBE, l’80,4% della mobilità per ricoveri è “effettiva”, cioè dipende dalla decisione del paziente (2,311 miliardi).

L’urgenza conta il 16,7% e i casi “apparenti” (domicilio diverso dalla residenza) il 3%. Quella parola, “decisione”, però non va letta come libertà astratta.

In sanità la scelta spesso è una forma di costrizione: scelgo perché non posso aspettare; scelgo perché nella mia provincia quell’esame non arriva; scelgo perché ho già capito che il tempo, per la mia malattia, è parte della cura.

La disuguaglianza più concreta non sta nel fatto che ci si muove, ma in chi può muoversi. Viaggiare per curarsi significa sostenere costi che non compaiono nelle tabelle: trasporti, pernottamenti, giornate di lavoro perse, assistenza per chi resta a casa (figli, anziani), burocrazia, e spesso anche visite “ponte” private per entrare più rapidamente nel percorso pubblico.

Il Servizio sanitario nazionale (SSN) paga la prestazione ospedaliera, ma molte famiglie pagano il resto. Ed è qui che la mobilità sanitaria assomiglia a un pedaggio: trasforma un diritto universale in un diritto che, nei fatti, premia chi ha rete sociale, tempo e reddito.

Foto Nicholas Gemini CC BY-SA 3.0

Dentro questo meccanismo ce n’è un altro ancora meno discusso e ancora più “Diogene”: chi incassa la mobilità. Nel 2023, per le prestazioni specialistiche erogate fuori Regione, oltre metà della spesa è finita alla sanità privata convenzionata: circa 1,966 miliardi contro 1,643 alle strutture pubbliche.

Non è un dettaglio tecnico ma il centro della questione. Significa che una parte crescente del “viaggio di cura” si appoggia a strutture private che operano con fondi pubblici (accreditamento), cioè una forma ibrida: non è mercato puro, ma è neppure solo servizio pubblico.

E, come tutte le forme ibride, rischia di funzionare bene per chi è già forte: dove il privato convenzionato è organizzato per attrarre, la mobilità diventa carburante economico; dove il sistema pubblico è fragile, la mobilità diventa perdita e indebolimento ulteriore.

In effetti la cartolina Nord-Sud esiste, ed è pesante. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto concentrano quasi tutto il saldo attivo; Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Lazio e Sardegna la quota maggiore del saldo passivo. Ma fermarsi qui significa non vedere la dinamica sociale: la mobilità non è solo una fotografia delle differenze, è un motore che le consolida.

I soldi seguono i pazienti. Quando una Regione perde risorse perché i suoi residenti si curano altrove, perde anche margine per assumere personale, aprire agende, aggiornare apparecchiature, rendere i reparti più attrattivi. Così la “fuga” diventa spirale: meno capacità → più mobilità → meno risorse → meno capacità.

È un circolo che si alimenta anche perché la mobilità non riguarda solo l’alta complessità. Il report GIMBE segnala che circa metà dei ricoveri in mobilità è legata a interventi ad alta complessità, ma una quota enorme riguarda procedure a media e bassa complessità.

Non si viaggia quindi soltanto per il “grande centro d’eccellenza” quando non c’è alternativa. Si viaggia anche per cose che, in un Paese equilibrato, dovrebbero essere garantite in modo decente vicino a casa. Quando questo accade, la mobilità smette di essere “selezione della qualità” e diventa sintomo di un servizio di base che non regge.

La conseguenza sociale più dura è che la mobilità sanitaria produce due Italie sanitarie sovrapposte. Una Italia mobile, che riesce a trasformare il bisogno in un percorso di cura migliore: parte, si organizza, si orienta tra le strutture, e spesso arriva dove il sistema funziona.

E una Italia immobile, che non viaggia non perché non capisca, ma perché non può: per reddito, lavoro, fragilità, solitudine, età. In questa seconda Italia il diritto alla salute resta formalmente identico, ma viene eroso dal tempo e dalla distanza.

La mobilità sanitaria si è trasformata in buona sostanza in una tassa invisibile sulla fragilità. E il fatto che superi i 5 miliardi non ci dice soltanto che il Sud è in affanno o che il Nord è attrattivo; ci dice che il Servizio sanitario nazionale sta delegando una parte crescente della sua promessa a un meccanismo che seleziona i cittadini per risorse, non per bisogno. Chiamarla “libertà di scelta” è un’ipocrisia che nasconde sotto al tappeto la realtà.

Foto Giuseppe Bollanti Public domain