La parola “centro” è tornata improvvisamente indispensabile, accanto al termine “moderati”. Accade ogni volta che ci sono elezioni politiche all’orizzonte: nel centrosinistra si moltiplicano partiti, coordinamenti, federazioni e progetti che si propongono di conquistare l’elettorato moderato. Matteo Renzi lavora a Casa Riformista, Ernesto Maria Ruffini prepara il lancio di Più Uno, Alessandro Onorato ha fondato Progetto Civico Italia, altre componenti discutono di coordinamenti e liste comuni.
Nel centrodestra Antonio Tajani risponde rivendicando a Forza Italia l’esclusiva della rappresentanza moderata: «Il centro è uno solo». La competizione è dunque aperta e attraversa entrambi gli schieramenti.
Presentata in questi termini, sembrerebbe una normale questione elettorale: alle ali ci sono gli elettori più ideologizzati, in mezzo una grande massa moderata che bisogna conquistare per vincere. Ma questa descrizione nasconde la funzione politica che la retorica del centro ha assunto negli ultimi decenni.
Il centro politico, la cui esistenza è simile a quella di dio – la maggioranza delle persone ne è convinta ma nessuno riesce a dimostrarla scientificamente e inoltre ce n’è più d’uno – non indica soltanto un gruppo di elettori. Definisce soprattutto il confine entro il quale una politica viene giudicata ragionevole, responsabile, compatibile con l’economia e quindi adatta a governare.
Per la sinistra questo confine è una trappola, perché interviene precisamente sui temi sui quali dovrebbe essere più riconoscibile: la distribuzione del reddito, la tassazione, i salari, i patrimoni, le rendite, il potere contrattuale del lavoro. Ogni volta che uno di questi argomenti mette realmente in discussione l’equilibrio esistente, compare la necessità di “non spaventare il centro”.
La lotta alle disuguaglianze rimane nei programmi e nei discorsi, ma le politiche capaci di spostare quantità significative di reddito e ricchezza vengono sottoposte a un esame supplementare di rispettabilità.
Basta guardare come è distribuita oggi la ricchezza italiana. I dati pubblicati dalla Banca d’Italia nel giugno scorso dicono che alla fine del 2025 il 10 per cento più ricco delle famiglie possedeva il 60,6 per cento dell’intera ricchezza netta del Paese. Alla metà meno abbiente delle famiglie restava il 7,2 per cento. La concentrazione, inoltre, era aumentata rispetto all’anno precedente: l’indice di Gini della ricchezza è passato da 71,5 a 72,2.
La distanza non riguarda soltanto quanto si possiede. Riguarda anche quanto vale il lavoro. Secondo l’OCSE, nel primo trimestre del 2026 i salari reali italiani erano ancora inferiori del 6,1 per cento rispetto al primo trimestre del 2021. È il divario più ampio registrato fra le maggiori economie dell’organizzazione.
L’occupazione, nel frattempo, è cresciuta, a colpi di precariato istituzionale, e la disoccupazione è scesa, ma l’aumento del numero degli occupati non ha recuperato la perdita di potere d’acquisto subita dai salari durante la fiammata inflazionistica.
Nel 2025, secondo l’OCSE, il cuneo fiscale per un lavoratore single senza figli con una retribuzione pari al salario medio era in Italia del 45,8 per cento del costo complessivo del lavoro, contro una media OCSE del 35,1 per cento. Tra i 38 paesi dell’organizzazione soltanto Belgio, Germania, Francia e Austria registravano un valore più elevato.
Nello studio economico dedicato all’Italia nel 2026, la stessa OCSE descrive il sistema tributario italiano come sbilanciato verso il lavoro: contributi sociali e imposte sul reddito hanno un peso elevato, mentre proprietà e redditi da capitale pesano relativamente meno.
L’organizzazione propone esplicitamente di spostare parte del prelievo dal lavoro alla proprietà, di aggiornare i valori catastali, di ampliare la base della tassazione sul capitale e di rafforzare le imposte su successioni e donazioni, che considera limitate da aliquote basse e da esenzioni generose.
Questi dati rendono più difficile sostenere che una politica redistributiva debba necessariamente partire dall’aumento della pressione su chi vive del proprio lavoro. Mostrano, al contrario, che esistono scelte possibili su ciò che viene tassato e su ciò che viene protetto.
Si può alleggerire il lavoro e aumentare il contributo di alcune forme di ricchezza; si possono trattare diversamente grandi successioni e piccoli patrimoni familiari; si possono rivedere rendite ed esenzioni senza confonderle con il reddito di un lavoratore dipendente. Sono decisioni politiche, non leggi naturali dell’economia.
Eppure è proprio quando la discussione arriva su questo terreno che la retorica del centro mostra tutta la propria efficacia. La progressività viene facilmente tradotta nell’espressione generica “aumento delle tasse”.
La tassazione dei grandi patrimoni viene fatta coincidere con la patrimoniale sulla casa della famiglia media. Una maggiore imposizione sulle grandi eredità viene assimilata a un attacco al risparmio.
Il risultato consiste nel mettere nello stesso contenitore il proprietario di un appartamento comprato con trent’anni di mutuo e chi eredita patrimoni da decine di milioni di euro. Una confusione politicamente utilissima, perché rende quasi impossibile discutere di redistribuzione senza apparire intenzionati a colpire tutti.
Il paradosso diventa ancora più evidente considerando le condizioni materiali di una parte molto ampia della popolazione. Nel 2025 erano a rischio di povertà o esclusione sociale 13 milioni e 265 mila persone, il 22,6 per cento degli italiani.
La situazione risultava leggermente migliore dell’anno precedente, ma coinvolgeva ancora quasi un abitante su quattro. Le persone propriamente a rischio di povertà erano circa 10,9 milioni.
Non siamo quindi davanti a una società nella quale il conflitto distributivo appartiene al passato e resta soltanto da amministrare con qualche aggiustamento. Da una parte esiste una forte concentrazione patrimoniale; dall’altra milioni di persone vivono in condizioni di vulnerabilità economica; nel mezzo, il lavoro ha subito una perdita di potere d’acquisto che non è stata ancora recuperata.
L’intervento pubblico riesce a ridurre sensibilmente le disuguaglianze di reddito, ma è importante leggere correttamente anche questo dato. L’Istat stima che nel 2025 l’indice di Gini dei redditi primari delle famiglie fosse pari a 47,28. Dopo trasferimenti pubblici e prelievo fiscale e contributivo, l’indice sul reddito disponibile equivalente scendeva a 31,17. Dei 16,11 punti di riduzione, 11,45 derivavano dai trasferimenti — nei quali hanno un peso rilevante le pensioni — e 4,66 dal prelievo tributario e contributivo.
Il dato non dice che basterebbe aumentare le tasse per cancellare le disuguaglianze. Dice qualcosa di più preciso e politicamente rilevante: la distribuzione finale del reddito cambia profondamente in base alle istituzioni e alle politiche pubbliche.
Pensioni, trasferimenti, imposte e contributi modificano in maniera sostanziale le distanze prodotte prima dell’intervento dello Stato. La questione politica riguarda quindi la direzione di quell’intervento, la sua intensità e soprattutto il modo in cui il suo costo viene distribuito.
La retorica del centro tende invece a presentare l’assetto esistente come il punto di partenza neutrale dal quale ogni spostamento deve essere giustificato. Tassare maggiormente una grande eredità richiede spiegazioni; lasciare invariata la sua tassazione no.
Aumentare il prelievo su un grande patrimonio viene considerato una scelta ideologica; mantenere un sistema che grava pesantemente sul lavoro viene presentato come una condizione data. Rafforzare il potere contrattuale dei lavoratori viene sottoposto alla verifica della competitività; la distribuzione esistente dei profitti e delle rendite non incontra quasi mai un controllo politico altrettanto severo.
In questo modo il “centro” finisce per coincidere con la conservazione degli equilibri economici fondamentali, anche quando cambia il governo. Il conflitto politico può essere durissimo su immigrazione, sicurezza, diritti civili, politica estera, linguaggio e identità. Destra e sinistra possono apparire inconciliabili su tutto. Ma una società può essere estremamente polarizzata sul piano culturale e contemporaneamente molto poco conflittuale sul piano della distribuzione della ricchezza.
Per ciò che resta della sinistra questa separazione è devastante. Forze nate storicamente per rappresentare il lavoro e ridurre le disuguaglianze possono continuare a definirsi progressiste, difendere i diritti civili, opporsi alla destra sui valori e al tempo stesso accettare che il terreno economico rimanga sostanzialmente delimitato dalle compatibilità stabilite dal centro?
Non occorre rinunciare esplicitamente alla redistribuzione. È sufficiente ridurla a misure compensative: bonus, detrazioni, sostegni selettivi, interventi contro la povertà. Politiche spesso necessarie, ma che diventano un alibi se sostituiscono la discussione sulla distribuzione primaria della ricchezza e del reddito.
La differenza è sostanziale. Aiutare chi è povero significa intervenire dopo che la disuguaglianza si è prodotta. Una politica redistributiva più ambiziosa interviene anche sui meccanismi attraverso i quali quella disuguaglianza nasce e si riproduce: salari, contrattazione, fiscalità, successioni, rendite, servizi pubblici, accesso all’istruzione, proprietà e concentrazione patrimoniale. Nel primo caso si rende più sopportabile l’ordine esistente; nel secondo se ne modificano alcuni rapporti di forza.
La ricerca spasmodica del centro serve precisamente a rendere la seconda strada più difficile. Non perché ogni elettore moderato sia contrario alla redistribuzione e nemmeno perché esista una cabina di regia nella quale qualcuno abbia progettato questo risultato.
Il meccanismo è molto più ordinario e, proprio per questo, più efficace: si stabilisce che per vincere bisogna rassicurare il centro; per rassicurarlo bisogna evitare le proposte considerate divisive; le politiche che redistribuiscono davvero reddito e ricchezza sono necessariamente divisive, perché modificano interessi concreti. Alla fine rimangono praticabili soprattutto quelle che correggono gli effetti del sistema senza metterne in discussione la distribuzione del potere economico.
La corsa al centro che accompagna la preparazione delle prossime elezioni dovrebbe quindi essere osservata per ciò che produce, non soltanto per i simboli che metterà sulla scheda. Il problema non è stabilire quanti piccoli partiti riusciranno a federarsi intorno a Renzi, Ruffini, Onorato o agli altri protagonisti di questa area. La questione riguarda il prezzo politico che il centrosinistra sarà disposto a pagare per conquistarla.
Se quel prezzo sarà ancora una volta la rinuncia a discutere seriamente di chi possiede la ricchezza, di quanto contribuisce chi la eredita, di quanto pesa il fisco sul lavoro rispetto al patrimonio, di come si recupera la perdita dei salari reali e di quali rapporti di forza determinano la distribuzione del reddito, avremo trovato una definizione molto concreta del nuovo centro italiano.
Non il luogo nel quale interessi diversi trovano un compromesso, ma il luogo nel quale alcuni interessi vengono sottratti al conflitto. Una retorica della moderazione abbastanza elastica da consentire alla politica di dividersi furiosamente su quasi tutto, purché sulla distribuzione della ricchezza non cambi troppo. In altre parole: il centro è la formula politica perfetta per lasciare tutto ingiusto com’è già adesso.



