I dati dell’Osservatorio ISEE dell’Inps sulle dichiarazioni 2025 non sono una semplice classifica di redditi: raccontano, in controluce, quanto welfare e “diritti a domanda” (bonus, tariffe agevolate, prestazioni) siano diventati parte della normalità per milioni di famiglie. Nel 2025 le DSU con ISEE ordinario sono 11.032.564, riferite a 10,37 milioni di nuclei familiari distinti. E il salto è strutturale: rispetto al 2016 le DSU crescono dell’88%, quasi un raddoppio.
La media nazionale dell’ISEE si attesta a 17.639,68 euro, ma è una media che copre un Paese nettamente diviso. Il Nord viaggia a 20.247,50 euro, il Centro a 19.478,75 euro, mentre Sud e Isole scendono a 14.588,08 euro.
Non è solo una differenza numerica: è la misura del margine che una famiglia ha per assorbire aumenti di spese quotidiane, dall’affitto alle bollette, dalle cure ai trasporti. Dove quel margine è più sottile, l’ISEE non è un documento “in più”: è un passaggio necessario per restare agganciati a servizi essenziali.
Gli estremi regionali rendono la frattura ancora più evidente. Nel 2025 il valore medio più alto è in Trentino-Alto Adige con 23.176 euro, mentre l’ultimo posto è della Calabria con 13.141 euro: oltre 10 mila euro di distanza.
In mezzo c’è l’Italia reale, quella che cambia faccia attraversando poche centinaia di chilometri: opportunità di lavoro stabile, qualità dei servizi pubblici, peso dei costi dell’abitare e capacità patrimoniale delle famiglie.
Dentro le macro-aree, inoltre, non tutto è uniforme: nel Nord la regione con l’ISEE medio più basso è la Liguria (18.321 euro); nel Centro la Toscana risulta la più alta (20.883 euro) e il Lazio la più bassa (18.606 euro).

Nel Sud, l’Abruzzo viene indicato come il valore medio più elevato dell’area (18.198 euro), a conferma che anche nel Mezzogiorno esistono differenze interne, pur restando complessivamente più distante dai livelli del Settentrione.
Un altro dato aiuta a leggere la dimensione sociale del fenomeno: il 43% delle DSU arriva da Sud e Isole, contro il 38% del Nord e il 19% del Centro.
È la fotografia di una domanda di certificazione economica più intensa dove il reddito familiare è più esposto alla precarietà, al part-time involontario, ai lavori discontinui e ai bassi salari: condizioni che non sempre fanno “povertà assoluta”, ma alimentano una fragilità diffusa, fatta di rinvii e rinunce, e di dipendenza crescente dalle agevolazioni per non scivolare indietro.
La distribuzione per fasce completa il quadro: nel 2025 il 3,3% delle DSU ha ISEE nullo, il 14,8% è tra 0 e 4.999 euro e il 19,3% tra 5.000 e 9.999 euro. In totale, circa il 37% delle dichiarazioni resta sotto i 10 mila euro: non una nicchia, ma una parte ampia del Paese. All’opposto, l’11% supera 35 mila euro, segno di una polarizzazione che convive nello stesso perimetro nazionale.
Infine, c’è un indizio “di calendario” che vale quanto una nota sociologica: il 38% delle DSU viene presentato a gennaio e il 71% entro marzo. La corsa di inizio anno dice che l’ISEE è diventato una scadenza collettiva: non per misurarsi, ma per accedere.
E quando l’accesso diventa la routine, significa che la nuova povertà – spesso meno visibile, ma più estesa – è quella di chi lavora eppure non basta, e deve ogni anno certificare la propria vulnerabilità per tenere insieme la vita quotidiana.



