Calabria e Campania guidano classifica povertà in Europa

C’è un’Europa che cresce e un’altra che si trascina. Dentro questa faglia, l’Italia non solo resta spaccata, ma la frattura si allarga. L’ultima fotografia di Eurostat, che misura il rischio di povertà o esclusione sociale, mostra un Paese dove la Calabria e la Campania competono non con Lombardia o Veneto, ma con le regioni più fragili del continente.

Quasi una persona su due, nel Mezzogiorno, vive in condizioni di precarietà economica o sociale. Una cifra che non sorprende più nessuno, ma che fotografa la cronicizzazione del divario: il Sud non arretra perché è povero; resta povero perché non ha mai davvero smesso di esserlo.

Il dato europeo, nel suo insieme, racconta una storia diversa. Mentre in gran parte dell’Unione il rischio di povertà cala, in Italia cresce, e cresce soprattutto dove il lavoro è più debole e il welfare più sottile. È la prova che la ripresa post-Covid – pure robusta nei numeri del PIL – non ha toccato i redditi reali.

Si è lavorato di più, ma non si è vissuto meglio. Anche il presidente Mattarella lo ha ricordato: i salari reali sono fermi, la quota di reddito da lavoro è scesa, e le disuguaglianze si sono cristallizzate in differenze territoriali.

Dietro l’astrazione statistica, c’è la geografia del presente: Bolzano e la Valle d’Aosta tra le aree più ricche e stabili d’Europa; Calabria, Campania, Sicilia tra le più fragili. La distanza tra i due estremi supera ormai i trenta punti di tasso d’occupazione. È come se due Paesi convivessero nello stesso perimetro, ma con regole economiche e sociali opposte.

Non è solo questione di numeri. È un equilibrio politico e civile che si incrina. Il Nord discute di transizione digitale, intelligenza artificiale e lavoro qualificato; il Sud vive di precarietà, assistenza e emigrazione giovanile. Le politiche pubbliche si rincorrono, ma nessuna riesce a invertire la tendenza: i fondi arrivano, ma non producono struttura. La distanza non è più soltanto economica, è di aspettative.

L’Eurostat colloca la Calabria accanto alla Guyana francese, la Campania vicino a Melilla. Non è un confronto solo geografico, è simbolico: il Sud Italia è l’avamposto della povertà europea dentro un Paese che, formalmente, è tra i più industrializzati del mondo. È come se l’Italia vivesse in due tempi: uno continentale, agganciato all’Europa produttiva, e uno coloniale, relegato all’assistenzialismo di sopravvivenza.

Eppure, il problema non è irrisolvibile: lo dimostra il caso Bolzano, dove un modello di autonomia e politiche mirate al lavoro hanno reso strutturale la resilienza. Non si tratta di “miracoli” economici, ma di strategie coerenti e continue, che altrove sono mancate o sono state interrotte a ogni cambio di governo.

La povertà del Mezzogiorno, dunque, non è un destino. È il risultato di decenni di mancata programmazione, di progetti che non si sedimentano, di un’idea di sviluppo ridotta a slogan. Ogni volta che un nuovo piano annuncia di “colmare il divario Nord-Sud”, la distanza riparte da capo, più profonda.

L’Italia è così diventata un Paese che non riesce a essere contemporaneamente se stessa. In Europa, si presenta come locomotiva industriale e culla del Made in Italy; al suo interno, resta il principale laboratorio della disuguaglianza.
E finché metà del Paese vivrà sotto la soglia della sicurezza economica, la crescita dell’altra metà resterà, comunque, un’illusione statistica.

“File:Vele di Scampia Di Salvo.JPG” by Federica Zappalà is licensed under CC BY-SA 3.0.