Quando la smart city diventa un filtro: il caso Arkadag

La “città intelligente” dovrebbe semplificare la vita. Ad Arkadag, in Turkmenistan, la modernità sembra invece diventare un criterio di selezione: chi non rientra nei requisiti rischia di sparire dalla mappa urbana.

Secondo quanto riportano Turkmen.news e The Times of Central Asia, nelle ultime settimane le autorità locali avrebbero intensificato ispezioni negli appartamenti per individuare residenti considerati “non regolari” perché privi di un lavoro ufficiale in città, senza registrazione locale o non appartenenti al nucleo familiare stretto del proprietario.

Chi non soddisfa i criteri verrebbe spinto a lasciare rapidamente l’alloggio, in un quadro giuridico poco trasparente e con regole applicate come se fossero ovvie, anche quando non sono scritte.

Il punto non è solo l’ennesima storia di controllo poliziesco. Arkadag è un progetto simbolico: una città costruita per incarnare “ordine”, “decoro”, “futuro”, promossa su iniziativa dell’ex leader e “Leader Nazionale” Gurbanguly Berdimuhamedow e pensata come vetrina dell’efficienza statale.

Proprio per questo, ciò che accade qui conta più che altrove: se la città-vetrina viene “ripulita” da chi non lavora, non è registrato o non è “familiare autorizzato”, il messaggio è che l’appartenenza non coincide con la presenza, ma con l’utilità amministrativa.

È una cittadinanza ridotta a algoritmo sociale: lavoro, registrazione, parentela. Il resto diventa eccedenza.

Il meccanismo di esclusione passa da un dettaglio che, in un sistema democratico, dovrebbe essere neutro: la residenza. Le fonti descrivono un circuito quasi perfetto.

Affittare legalmente sarebbe di fatto impraticabile; senza affitto regolare non si ottiene la registrazione temporanea; senza registrazione si è vulnerabili a controlli e sfratti; e proprio questa vulnerabilità alimenta un mercato abitativo informale che, a sua volta, impedisce di regolarizzare la posizione.

By Bayram A – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=140640220

La smart city, che promette servizi e ordine, produce così una zona grigia in cui si può anche trovare un impiego, ma non un’esistenza amministrativa piena.

È qui che l’idea di “città intelligente” mostra la sua ambivalenza politica. La tecnologia non deve nemmeno essere sofisticata: in un contesto autoritario basta l’incrocio di registri e controlli per trasformare l’urbanistica in una macchina di filtraggio. La città non è più un luogo che assorbe differenze e bisogni; diventa un dispositivo che classifica.

In questo modello, la povertà non è soltanto economica: è anche “amministrativa”. Non si viene esclusi perché si è senza casa; si viene esclusi perché non si dispone della sequenza corretta di timbri, contratti e appartenenze.

Il contesto nazionale rende plausibile questa lettura. Freedom House descrive il Turkmenistan come uno Stato autoritario repressivo, dove diritti politici e libertà civili sono quasi completamente negati nella pratica. In un sistema del genere, la burocrazia non è soltanto amministrazione: è una leva di governo.

La norma non serve tanto a proteggere, quanto a rendere “revocabile” la posizione di chi è già debole. Arkadag, allora, non è un’anomalia urbana: è l’estensione, in forma elegante e asfaltata, di un principio più antico — il controllo sociale attraverso la possibilità di espellere.

Questa vicenda parla anche oltre la geografia dell’Asia centrale perché mette a fuoco un rischio universale: quando la modernizzazione viene misurata solo in termini di performance, sicurezza e decoro, l’efficienza tende a trasformarsi in selezione.

La domanda decisiva non è quante telecamere o quanta automazione abbia una città, ma quali garanzie impediscano che i dati diventino criteri di esclusione. Senza diritti esigibili, la “smartness” non è un progresso: è la possibilità di applicare più rapidamente, e con meno frizioni, decisioni arbitrarie.

Nel frattempo, la regione manda segnali contraddittori. Il vicino Kazakhstan ha annunciato l’adesione agli Accordi di Abramo nel novembre 2025, un passo letto da molti osservatori come scelta di posizionamento internazionale e di diplomazia economica, più che come svolta interna sui diritti.

Ma la contraddizione è istruttiva: mentre alcuni governi cercano riconoscimento fuori, altrove si raffina il controllo dentro. Arkadag mostra come la modernità possa diventare un marchio di facciata e, insieme, un laboratorio di gestione selettiva dell’appartenenza.