Accordi di Abramo e basi USA: il Golfo nell’asse anti-Iran

Molti lettori, disinformati dalla scarsa copertura dei giornali sull’area del Medio Oriente e dintorni quando non compare per via delle guerre sulla stampa, hanno espresso stupore per il lancio di missili iraniano verso Paesi islamici, in reazione al bombardamento Usa-Israele.

Lo stupore è frutto di una mappa mentale ereditata dal Novecento: Israele contro “il mondo arabo”, e per estensione Israele contro “il mondo musulmano”. È una cornice che per decenni ha dominato propaganda, diplomazia e copertura mediatica.

Il problema è che quella cornice, oggi, spiega solo una parte del quadro. Dalla guerra Iran-Iraq in poi, la regione ha cambiato asse. La frattura più operativa, quotidiana, che muove scelte militari e alleanze, è diventata un’altra.

Da un lato l’Iran rivoluzionario, con deterrenza missilistica e proiezione asimmetrica; dall’altro lo status quo del Golfo, cioè monarchie e sistemi di rendita che puntano alla stabilità interna, appoggiati (in modo più o meno esplicito) dall’architettura di sicurezza statunitense.

Quando questa è la geometria reale, l’idea che l’Iran possa colpire o minacciare altri paesi islamici smette di essere una “contraddizione”: diventa, per Teheran, il modo più diretto di colpire nodi logistici, finanziari e strategici del sistema che percepisce ostile.

Questa trasformazione, poi, è stata accelerata da un altro fenomeno spesso rimosso dal racconto generalista: la separazione crescente tra linguaggio pubblico e politica reale. Si può mantenere una retorica ostile verso Israele, anche intrisa di antisemitismi sociali, e al tempo stesso normalizzare, cooperare, scambiare tecnologia e intelligence. In Medio Oriente, la coesistenza di slogan e realpolitik non è un incidente: è diventata strutturale.

Anni ’80: rivoluzione iraniana, guerra Iran-Iraq e nascita del Golfo “anti-rivoluzionario”

La rivoluzione del 1979 non produce solo un cambio di regime. Produce un progetto, una promessa di influenza, una grammatica politica esportabile: rivoluzione, mobilitazione religiosa, legittimazione del potere attraverso un’idea missionaria.

Le monarchie del Golfo la percepiscono come una minaccia esistenziale, non tanto per una questione teologica (sciiti contro sunniti), quanto per una questione di stabilità interna: quando un modello politico si presenta come “rivoluzionario”, la prima cosa che fa tremare una monarchia è la parola stessa.

La guerra Iran-Iraq (1980-1988) cementa questa paura. Molti Stati del Golfo non amano Saddam, ma temono di più la capacità iraniana di contagio politico e di pressione sulle minoranze sciite. In quel clima, nel 1981 nasce il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC): ufficialmente integrazione e cooperazione, nella sostanza anche una cintura di sicurezza per proteggere i regimi.

Qui avviene il primo spostamento che molti lettori non hanno registrato: “Islam” non è un collante automatico; il collante è la difesa dello status quo.

Anni ’90: la protezione USA da eccezione diventa sistema

L’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq nel 1990 è uno shock fondativo. Dimostra che il pericolo può arrivare dal vicino arabo, non solo dall’Iran rivoluzionario. E dimostra soprattutto che le monarchie del Golfo non reggono da sole. Da quel momento, la presenza militare americana non è più percepita come intervento occasionale: diventa la struttura permanente della sicurezza regionale.

Negli anni successivi si stratifica una rete di basi, porti, infrastrutture, sistemi di difesa aerea, comando e controllo. È un punto decisivo per capire il presente: se l’America è dentro il Golfo con apparati militari stabili, chi colpisce il Golfo colpisce anche l’America, e colpisce soprattutto la credibilità dell’ombrello americano. Il “Grande Satana”, come figura propagandistica, può restare utile; ma sul piano reale la sicurezza del Golfo si appoggia sempre più a Washington. La regione comincia a vivere in una contraddizione permanente: antiamericanismo simbolico e dipendenza americana concreta.

Anni 2000: il vuoto iracheno e l’Iran “a rete”

Il 2003 è il secondo grande snodo. La caduta di Saddam elimina un contrappeso arabo-militare che, pur brutale, conteneva l’Iran. Nel vuoto che si apre, Teheran cresce non tanto come potenza convenzionale, ma come potenza “a rete”: influenza politica, milizie, capacità missilistica, droni, strumenti di pressione indiretta.

Foto US gov Public domain

Per le monarchie del Golfo questo significa una cosa: la minaccia non è più la colonna di carri armati al confine, ma una pressione continua, asimmetrica, fatta di sabotaggi, attacchi a infrastrutture, guerra per procura, destabilizzazione politica.

È una minaccia che si insinua sotto la soglia della guerra totale e però consuma sicurezza e fiducia. Ed è proprio questa forma di minaccia a rendere sempre più preziosi due elementi: l’ombrello americano e la tecnologia di chi sa “vedere” e “intercettare” prima, meglio, più lontano.

È qui che, lentamente, si prepara il terreno per l’impensabile: la normalizzazione con Israele non come “amore”, ma come funzione.

Anni 2010: Siria, Yemen, e la logica dell’hub da proteggere

Negli anni 2010 il Medio Oriente diventa un sistema di conflitti collegati: Siria, Yemen, Iraq post-ISIS, Libano, Gaza. In questo scenario, soprattutto Emirati e Arabia Saudita sviluppano una visione del Golfo come “hub” globale: logistica, finanza, turismo, grandi piani industriali. Ma un hub vive di percezione. Se il Golfo smette di apparire sicuro, saltano investimenti, assicurazioni, rotte, valore immobiliare, e soprattutto saltano le promesse interne che legittimano il potere.

In parallelo, la causa palestinese resta centrale emotivamente nelle opinioni pubbliche, ma per molte élite di governo perde la capacità di determinare automaticamente la politica estera. Non scompare, ma viene subordinata a priorità più immediate: stabilità del regime, continuità economica, contenimento dell’Iran, riduzione del rischio di escalation.

Questo passaggio è fondamentale per capire perché una parte del mondo arabo può continuare a “odiare Israele” nel linguaggio pubblico e, al tempo stesso, cooperare con Israele nei corridoi della sicurezza.

2020: Accordi di Abramo, la normalizzazione come sintomo

Gli Accordi di Abramo sono spesso raccontati come un colpo di teatro diplomatico. In realtà sono il prodotto di un lungo slittamento. La normalizzazione tra Israele ed Emirati, e tra Israele e Bahrain, rende visibile ciò che stava già maturando: Israele entra nel calcolo strategico di alcuni governi del Golfo come partner utile su intelligence, cyber, difesa antimissile, tecnologia e persino economia.

Perché accade, nonostante l’impopolarità di Israele e la persistenza di pregiudizi antiebraici in ampi segmenti sociali? Perché lo Stato non è la società. Le élite, quando si muovono, lo fanno per sopravvivere e per crescere. E nel loro calcolo, la minaccia iraniana e la necessità di proteggere l’hub contano più dell’ortodossia ideologica.

È una scelta che spesso non viene spiegata, perché costringe a dire una cosa scomoda: la regione può essere antisemitica e allo stesso tempo pragmatica. Può essere “anti-Israele” come identità e “pro-cooperazione” come sicurezza.

2023: de-escalation selettiva con l’Iran, senza fiducia

Il riavvicinamento Iran-Arabia Saudita mediato dalla Cina nel 2023 è un altro passaggio spesso frainteso. Non è “pace” e non è conversione diplomatica. È gestione del rischio. Riyadh ha interesse a ridurre la probabilità di attacchi e instabilità mentre tenta trasformazioni economiche e sociali interne; Teheran ha interesse a respirare diplomaticamente e a spezzare isolamenti; Pechino guadagna ruolo e prestigio.

Ma la de-escalation non cancella la competizione strutturale. Non smonta l’ombrello americano. Non elimina la diffidenza sulle reti di influenza e sulle capacità missilistiche. È una tregua tattica dentro una rivalità che resta, perché riguarda la natura stessa dei regimi e il modo in cui ciascuno immagina l’ordine regionale.

Cosa rappresentano i Paesi arabi nella geometria attuale

L’Iran, in questa fase storica, combina deterrenza a distanza e proiezione indiretta. Ha una narrazione anti-USA e anti-Israele che serve a tenere insieme il fronte interno e a legittimarsi all’esterno, ma la sua logica operativa è concreta: rendere costoso l’allineamento dei vicini al sistema americano, e far capire che nessun hub è davvero “isola sicura” se Teheran decide di alzare il livello.

L’Arabia Saudita è il baricentro dello status quo sunnita nel Golfo. Non può permettersi né una guerra totale né una resa strategica. Per questo alterna durezza e pragmatismo: investe in difesa e nel rapporto con gli USA, ma quando può apre canali per ridurre rischi. Non è contraddizione: è sopravvivenza.

Foto U.S. Air Force photo by Staff Sgt. Alexander W. Riedel Public domain

Gli Emirati sono l’esempio più chiaro di “economia-hub”: hanno bisogno di un ambiente percepito come sicuro e moderno. In quest’ottica, la normalizzazione con Israele è anche un moltiplicatore economico, oltre che strategico. Se l’insicurezza cresce, gli Emirati hanno più da perdere di altri: e quindi tendono a muoversi in modo utilitaristico, anche quando la retorica regionale chiede fedeltà ideologica.

Il Bahrain è piccolo ma strategico: ospita asset americani cruciali, e questo lo rende un simbolo e un nodo del dispositivo USA. È anche internamente sensibile. Proprio per questo, la sua strategia è tipicamente quella di un paese che cerca protezione dentro un sistema più grande.

Il Qatar è un perno logistico e di comando per gli USA e, contemporaneamente, un attore che coltiva ruoli di mediazione e canali multipli. La sua posizione dimostra che nel Golfo non esiste un’unica linea: esiste una pluralità di tattiche dentro un medesimo quadro di dipendenza securitaria.

Il Kuwait porta il trauma del 1990 e ha una relazione stretta con la protezione americana. È l’esempio di come la sicurezza del Golfo sia anche una memoria storica: quando il vicino invade, la geografia diventa vulnerabilità. E quella vulnerabilità orienta per decenni.

L’Oman rappresenta la diplomazia silenziosa: tenta equilibri, mantiene canali, riduce attrito. È una eccezione relativa, ma utile per capire che “Golfo” non è un blocco monolitico. C’è chi si integra in modo pieno nel sistema e chi cerca margini di autonomia senza romperlo.

Israele, nella nuova geometria, è diventato per alcuni governi del Golfo un partner funzionale. Non perché sia stato “perdonato”, e non perché la questione palestinese sia evaporata, ma perché l’asse prioritario si è spostato sulla deterrenza contro l’Iran e sulla protezione di un ordine economico che richiede sicurezza. Questa normalizzazione, però, non coincide con un cambiamento culturale profondo: spesso resta un patto di apparati più che un sentimento di popolo.

Gli Stati Uniti restano il perno. Anche quando parlano di “riduzione dell’impegno”, la rete di installazioni, difese e capacità logistiche significa una cosa semplice: il Golfo è parte del loro sistema di proiezione globale. E questo ha un effetto ambiguo: protegge il Golfo, ma lo rende anche bersaglio privilegiato quando qualcuno vuole colpire Washington senza colpire direttamente il territorio americano.

Dove va il Medio Oriente dopo questo mutamento

Se l’architettura che abbiamo descritto è corretta, il futuro prossimo della regione tenderà a tre movimenti simultanei. Il primo è un aumento dell’integrazione difensiva nel Golfo, anche informale: radar, difesa aerea, antimissile, intelligence. I missili e i droni hanno reso inutili molti confini “classici” e hanno trasformato la sicurezza in un problema di sistema, non di singolo Stato.

Il secondo movimento è una normalizzazione “a geometria variabile” con Israele. Non tutti andranno alla stessa velocità, perché la pressione dell’opinione pubblica e l’instabilità prodotta dalle guerre possono rallentare o rendere tossiche certe scelte. Ma la soglia psicologica è stata superata: Israele è entrato nel repertorio diplomatico arabo come attore trattabile. Da qui in poi non si torna al mondo in cui l’unica postura possibile era il rifiuto totale.

Il terzo movimento è una de-escalation tattica con l’Iran che non cancella la competizione. Vedremo altri momenti di dialogo e altri accordi di raffreddamento, perché nessuno nel Golfo vuole una guerra che bruci economia e stabilità. Ma la rivalità resterà strutturale finché l’Iran continuerà a fondare una parte della sua legittimazione sulla sfida al sistema americano e finché le monarchie del Golfo continueranno a fondare la loro sopravvivenza su quel sistema.

La previsione più dura è questa: il Golfo sarà sempre più centrale e sempre più esposto proprio perché è il cuore dell’infrastruttura americana e della ricchezza regionale. Chi vuole colpire l’America nella regione, o minare la credibilità dell’ombrello USA, è incentivato a farlo lì. E chi vuole proteggere investimenti e stabilità è incentivato a rafforzare ancora di più quel sistema.

È un circolo che spiega il presente e, probabilmente, il prossimo decennio: retoriche religiose e identitarie in superficie, e sotto la superficie un ordine determinato da sicurezza, tecnologia, deterrenza e sopravvivenza dei regimi.

In sintesi, la regione non si è “de-islamizzata”: si è ri-allineata. Il linguaggio resta spesso religioso. Le scelte reali, sempre più spesso, parlano un’altra lingua: quella della stabilità interna, della protezione degli hub, e della guerra moderna fatta di missili, droni e basi. Ed è per questo, oggi, che l’Iran può colpire anche paesi islamici: perché, nella mappa reale del potere, quei paesi sono diventati parte del sistema strategico che Teheran vuole intimidire o spezzare.

Foto U.S. Naval Forces Central Command/U.S. Fifth Fleet Public domain