Kabul: ISIS-K colpisce attività cinese, avviso a Pechino

Un attentato suicida in un ristorante cinese nel quartiere Shahr-e Naw, una delle zone più presidiate di Kabul, ha riportato in primo piano la minaccia dello Stato Islamico della Provincia del Khorasan (ISIS-K) e, soprattutto, il suo obiettivo politico: colpire la presenza cinese e delegittimare la promessa talebana di aver “messo in sicurezza” il Paese.

L’attacco è avvenuto lunedì 19 gennaio 2026; il bilancio comunicato dalle autorità è di sette morti, tra cui un cittadino cinese, e oltre una dozzina di feriti. Secondo EMERGENCY, al centro chirurgico di Kabul sono arrivate 20 persone, sette già decedute all’arrivo.

Il ristorante era noto come punto di ritrovo per cittadini cinesi e per una piccola rete economica che negli ultimi anni ha continuato a operare a Kabul nonostante l’isolamento internazionale dei Talebani. La rivendicazione di ISIS-K (diffusa tramite i suoi canali mediatici) insiste su un punto ricorrente: la Cina viene descritta come nemico “legittimo” per la questione uigura e come potenza che, dialogando con i Talebani, renderebbe l’Afghanistan complice di Pechino.

In altri termini: non è solo terrorismo “contro gli stranieri”, ma un tentativo di sabotare un rapporto diplomatico ed economico che per i Talebani è vitale.

A differenza di molti Paesi occidentali, Pechino ha mantenuto un canale politico con Kabul e ha cercato di trasformare l’Afghanistan talebano in una sponda utile: sicurezza dei confini, accesso a progetti energetici e minerari, estensione dei corridoi commerciali regionali.

Ma proprio questa scelta rende la Cina più esposta. Dopo l’attacco, i segnali sono stati immediati: prudenza diplomatica, allerta ai cittadini, inviti a evitare viaggi e a rafforzare le misure di sicurezza.

Non è la prima volta che ISIS-K prova a “bucare” la protezione talebana con un bersaglio cinese: nel dicembre 2022 un assalto a un hotel frequentato da cittadini cinesi a Kabul era stato presentato con la stessa logica, colpire la cooperazione Talebani-Cina e dimostrare che il controllo del territorio non equivale a controllo della minaccia.

Per i Talebani, l’equazione è sempre la stessa: “ordine interno” in cambio di legittimità esterna e investimenti. Ogni attacco in un’area considerata sicura incrina quella promessa e complica la vendita del Paese come destinazione “gestibile” per capitali e infrastrutture. Ed è qui che ISIS-K mira: non solo uccidere, ma far salire il costo politico di qualunque normalizzazione con Kabul.

L’attentato arriva in un momento di crescente ansia regionale sul “rimbalzo” della violenza oltreconfine. Nelle ultime settimane si sono accumulati episodi e dichiarazioni che convergono su un messaggio: la sicurezza afghana non è una questione interna, ma una variabile che condiziona investimenti, corridoi logistici e stabilità di frontiera.

Non a caso, a inizio gennaio Cina e Pakistan hanno chiesto ai Talebani azioni “visibili e verificabili” contro le organizzazioni terroristiche basate in Afghanistan: una formula diplomatica che, tradotta, significa “non ci bastano rassicurazioni”.

Se ISIS-K riuscirà a ripetere colpi simbolici contro obiettivi cinesi, Pechino avrà davanti un bivio scomodo: ridurre l’esposizione e rallentare la presenza economica, oppure restare e pretendere dai Talebani risultati di sicurezza più tangibili, con il rischio di trasformare la cooperazione in un rapporto di dipendenza e ricatto reciproco.

In entrambi i casi, l’attacco al ristorante non è “solo” una strage: è un messaggio strategico recapitato a due destinatari contemporaneamente—Kabul e Pechino—nel luogo in cui la loro relazione dovrebbe apparire più protetta.