Barriere invisibili e povertà educativa a Napoli: lo studio

A Napoli le chiamano “barriere invisibili”. E infatti non si vedono: non hanno transenne, non fanno rumore, non richiedono permessi. Semplicemente funzionano. Sono il tornello sociale che decide chi può studiare, chi deve arrangiarsi e chi, a diciassette anni, ha già capito che il futuro è un aeroporto.

La fotografia arriva dalla ricerca “Barriere invisibili”, realizzata dal Dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche della Federico II insieme a Save the Children e presentata il 13 gennaio 2026. Parliamo di numeri veri, non di impressioni: 3.800 studenti tra i 14 e i 19 anni, più 300 ragazzi e ragazze già usciti dal circuito scolastico, con il coinvolgimento di oltre 55 scuole e circa 25 enti del terzo settore e servizi sociali. La povertà educativa qui non è un concetto da convegno: è un percorso a ostacoli misurato, tracciato, mappato.

Il punto di partenza: famiglia e territorio

La prima barriera è quella che si porta a casa ogni giorno: reddito basso o molto basso, dichiarato dal 12% degli intervistati; e poi la versione “hard”, la grave deprivazione materiale (il 5%). Non sono percentuali astratte: le situazioni più critiche si concentrano in alcune aree periferiche della città e in diversi comuni dell’area metropolitana.

La seconda barriera è il territorio, cioè ciò che dovrebbe compensare e invece spesso conferma: servizi scarsi, opportunità poche, spazi pubblici vissuti male. Qui non c’è alcuna sorpresa, se non l’abitudine con cui la sorpresa viene archiviata.

Studiare “quando avanza tempo”

Poi c’è il capitolo che da solo basterebbe a smentire la retorica del “se vuoi, puoi”. A Napoli una quota non marginale di adolescenti lavora: 6,7% ogni giorno, 16% saltuariamente, 21% cerca un’occupazione. E non finisce qui: 12% dice che il tempo per lo studio si restringe perché deve occuparsi di familiari o della gestione della casa.

In pratica, la scuola compete con un doppio turno: quello del lavoro e quello della cura. Ma lo raccontiamo ancora come “mancanza di motivazione”, che è il modo educato per non nominare la parola più semplice: necessità.

La scuola tra buona volontà e palestre fantasma

Gli studenti non bocciano in blocco la scuola: 59,4% valuta positivamente servizi come recupero e attività culturali. Ma quando si passa alle strutture la musica cambia: 43,3% giudica insoddisfacenti palestre, strumenti digitali, biblioteche. E dentro le mura scolastiche, 12% dichiara episodi di bullismo.

È una scuola che prova a tenere insieme tutto, ma spesso lo fa con mezzi che somigliano a un esercizio di resistenza più che a un investimento pubblico.

Vita quotidiana: poca cultura, poco sport, molta connessione

Le “barriere invisibili” hanno anche la forma delle abitudini, cioè di ciò che un territorio offre (o non offre) fuori dall’orario scolastico:

46,5% non ha letto un libro nell’ultimo anno oltre ai testi scolastici;

42,8% non pratica sport;

solo 13,1% frequenta un’associazione;

33,4% passa online più di cinque ore al giorno.

Qui la connessione non è “colpa del telefono”. È spesso l’unica forma di accesso a qualcosa che somigli a un altrove, quando l’altrove fisico è troppo lontano o troppo costoso.

Il territorio com’è: sporco, insicuro, isolante

Quando gli adolescenti descrivono il contesto, non fanno poesia: 63% indica la scarsa pulizia delle strade come elemento di insoddisfazione; 41,6% parla di insicurezza legata alla criminalità; 27,7% segnala isolamento per carenza di servizi pubblici.

E il futuro? Prevale un misto che suona come un referto: speranza (29,6%) e ansia (27,4%), con l’ansia più diffusa tra le ragazze. Molti non credono di potersi costruire un futuro “appagante” restando qui e guardano all’estero come a un’uscita di sicurezza.

Spendiamo poco, poi ci stupiamo

Questo quadro non nasce nel vuoto. Mentre si chiede ai ragazzi di essere “resilienti”, l’Italia continua a investire nell’istruzione come se fosse un hobby: la spesa pubblica resta tra le più basse in Europa. La povertà educativa, a quel punto, non è un incidente: è un metodo. Prima si taglia l’ossigeno, poi si giudica la fatica di chi respira.

Barriere “invisibili”, risultati visibilissimi

La ricerca insiste su un punto che andrebbe appeso nelle stanze della politica: la povertà educativa è un fenomeno multidimensionale, un intreccio di famiglia, scuola e territorio, ma anche di competenze socio-emotive, relazioni, stress, aspettative e sogni. E soprattutto c’è un divario netto tra ciò che i ragazzi desiderano e ciò che si aspettano davvero di poter ottenere.

Ecco perché le “barriere invisibili” sono così efficienti: non vietano, non proibiscono, non urlano. Si limitano a restringere. Stringono il tempo, restringono gli spazi, abbassano le aspirazioni fino a farle diventare “realistiche”. Che è un altro modo per dire: rassegnate.