A Cernobbio la “favola” del decreto Caivano per la scuola

A Cernobbio va in scena l’ennesima fiaba di governo. Sul lago di Como, davanti a un pubblico elegante, il ministro Valditara annuncia il miracolo: la dispersione scolastica crolla grazie al decreto Caivano, quello che prevede il carcere per i genitori che non mandano i figli a scuola. Gli applausi scrosciano, i titoli dei giornali sono serviti.

Peccato che i numeri reali raccontino un’altra storia. Secondo Istat, nel 2023 l’abbandono scolastico in Italia era al 10,5%, in calo rispetto all’11,5% del 2022 ma ancora ben lontano dal “crollo” evocato dal ministro. E soprattutto con differenze abissali: al Nord l’8,5%, al Centro il 7%, al Sud il 14,6%. Altro che miracolo. Anche guardando a Eurostat, il tasso di early school leavers è oggi al 9,8%, vicino all’obiettivo europeo per il 2030. Ma questo trend discendente è iniziato anni fa, ben prima del decreto. Attribuirgli il merito è come intestarsi il tramonto del sole.

E se i numeri assoluti migliorano, resta la zavorra della cosiddetta dispersione implicita: secondo l’Invalsi, nel 2025 cresce la quota di studenti diplomati senza competenze minime in italiano e matematica. Significa che il titolo di studio viene consegnato, ma i ragazzi restano impreparati. È come vantarsi di avere più auto nuove in circolazione sapendo che metà non ha il motore.

Lo stesso ministero, nei suoi rapporti, ammette la forbice che separa Nord e Sud. Nei test Pisa il Settentrione supera Paesi come Germania e Finlandia, mentre il Mezzogiorno resta fanalino di coda. Non è colpa di un destino cinico e baro, ma di investimenti sistematicamente più bassi, scuole fatiscenti, carenza di docenti stabili. Una distanza che si allarga anche dentro le città: le scuole di centro a Torino o Milano non hanno nulla a che vedere con quelle delle periferie, dove si combatte con la scarsità di risorse e l’abbandono sociale.

Il dato più imbarazzante riguarda poi le scuole paritarie. In Campania, ad esempio, la dispersione implicita è del 9,1% nelle pubbliche, ma schizza al 39,3% nelle paritarie, trascinando la media regionale al 17,6%. Un fallimento educativo che non si può certo imputare alle famiglie da mandare in galera.

Intanto, dietro lo storytelling ministeriale, ci sono 1,3 milioni di minori in povertà assoluta e quasi un giovane su dieci che abbandona la scuola troppo presto. Lo studio presentato proprio a Cernobbio da Teha e Fondazione Crt lo dice chiaramente: colmare i divari di “povertà educativa” significherebbe generare 48 miliardi di euro di Pil aggiuntivi e ridurre di 2 milioni le persone a rischio esclusione sociale. E invece di costruire politiche su queste basi, si preferisce sbandierare i successi di un decreto che somiglia più a un manganello legislativo che a una riforma.

A Cernobbio, dunque, la narrazione fila liscia: si racconta un Paese che ha già risolto il problema e che può guardare con ottimismo al futuro. Fuori da quelle sale, però, le famiglie restano sole, le scuole arrancano, i ragazzi continuano a sparire – non dalle statistiche, ma dalle aule. Ed è qui che la favola si trasforma in farsa: la scuola italiana non ha bisogno di carceri, ma di maestri, risorse e fiducia.