Ue, Paesi “sicuri” e rimpatri: asilo sempre più impossibile

Il via libera dei ministri dell’Interno dell’Unione europea al pacchetto su Paesi “sicuri” e rimpatri assomiglia, solo in apparenza, a un aggiustamento tecnico del sistema asilo. In realtà segna un ulteriore spostamento del baricentro: meno spazio per l’esame nel merito delle domande dentro l’Unione, più possibilità di decidere il destino delle persone lontano dai suoi confini.

Il Consiglio ha definito la propria posizione su tre pilastri: la riscrittura delle regole sul “Paese terzo sicuro”, il primo elenco comune di “Paesi di origine sicuri” e un regolamento sui rimpatri che apre esplicitamente la strada alla creazione di centri in Stati terzi. Il voto contrario di alcuni governi – Spagna, Grecia, Francia, Portogallo – segnala che la frattura è politica prima ancora che giuridica: da un lato la linea della chiusura, dall’altro il timore che il diritto d’asilo venga svuotato dall’interno.

Il nodo del Paese terzo sicuro è il più delicato. Finora il principio era che una persona potesse essere rinviata verso uno Stato extra-Ue solo se lì poteva effettivamente chiedere e ottenere protezione.

Con il nuovo impianto, la soglia si abbassa: diventa sufficiente un “legame” anche molto generico con il Paese terzo, il semplice transito sul suo territorio, oppure un accordo attraverso il quale quello Stato si impegna a esaminare la domanda. In altre parole, l’attenzione si sposta dalla situazione concreta del richiedente alla disponibilità – politica – di governi terzi a farsi carico delle pratiche.

Unica eccezione parziale: i minori non accompagnati, per i quali la sola esistenza di un accordo non basterà.

Si restringe nel frattempo anche lo spazio del ricorso. Chi contesta una decisione di inammissibilità non avrà più automaticamente diritto a restare nell’Unione per tutta la durata della procedura: dovrà chiedere e ottenere un’autorizzazione specifica. È un passaggio che, nella pratica, può scoraggiare la difesa giurisdizionale dei diritti, soprattutto per le persone più fragili o prive di un supporto legale strutturato.

Accanto a questo, i governi Ue hanno concordato un primo elenco comune di “Paesi di origine sicuri”. Chi proviene da questi Stati potrà essere sottoposto a procedure accelerate, spesso svolte direttamente alle frontiere o in zone di transito, partendo dall’idea che, in linea di principio, non si corra un rischio generalizzato di persecuzione.

In teoria, il meccanismo dovrebbe limitarsi a introdurre una presunzione relativa, superabile caso per caso. In pratica, la preoccupazione di chi lavora nella tutela dei diritti è che l’etichetta di “Paese sicuro” si trasformi in un filtro quasi insormontabile, più forte dei fatti ricostruibili sul terreno.

La tensione emerge in modo particolarmente evidente per alcuni Paesi inclusi nella lista, dove da anni vengono documentate violazioni sistematiche delle libertà fondamentali, repressione del dissenso, discriminazioni su base etnica, religiosa o politica.

Nei Paesi indicati come “sicuri” il quadro dei diritti umani resta infatti critico. In Egitto si continua a segnalare repressione del dissenso, arresti arbitrari e torture; in Bangladesh e India persistono violenze contro oppositori e minoranze; in Tunisia le cronache parlano di aggressioni e respingimenti brutali di migranti, spesso abbandonati nelle zone di confine.

In questo quadro, definire “sicuro” un contesto segnato da arresti arbitrari, torture, violenze contro migranti e minoranze rischia di essere un atto eminentemente politico, che finisce per pesare direttamente sulla vita delle persone che cercano protezione.

Per i governi che spingono in questa direzione, l’obiettivo dichiarato è lineare: chiudere il più rapidamente possibile le domande considerate infondate, aumentare i rimpatri, rendere meno “attraente” l’ingresso irregolare.

Dietro la formula della deterrenza, tuttavia, si intravede un cambio di paradigma: non più partire dalla storia individuale di chi chiede asilo, ma da una griglia di presunzioni negative legate alla provenienza e ai percorsi compiuti.

Il regolamento sui rimpatri completa il quadro. Viene disegnata una cornice comune per allontanare chi è giudicato “in soggiorno irregolare”, con obblighi stringenti di collaborazione verso le autorità: presentarsi quando richiesto, fornire documenti e dati biometrici, non frapporre ostacoli all’esecuzione del provvedimento.

Il rifiuto può tradursi nella riduzione dei benefici, nella revoca dei permessi, fino alla previsione di sanzioni penali e detenzione. Per chi è ritenuto un pericolo per la sicurezza, il divieto di rientro potrà estendersi oltre il limite oggi previsto, diventando anche potenzialmente indeterminato.

Ma il punto politicamente più sensibile è un altro: il “Paese di rimpatrio” non dovrà essere necessariamente quello di origine. Potrà essere qualsiasi Stato terzo con cui l’Unione o un gruppo di Stati membri abbia siglato un’intesa. Qui entra in gioco il concetto di return hub, i centri di rimpatrio collocati fuori dallo spazio Ue.

Il governo italiano ha provato a presentare i centri in Albania come prova generale di questo modello: strutture sotto giurisdizione italiana, ma situate in territorio albanese, in cui trattenere, esaminare e – se del caso – avviare il rimpatrio delle persone sbarcate sulle nostre coste.

I numeri, finora, raccontano però una storia diversa dalla retorica dell’efficienza. I trasferimenti sono stati limitati, a fasi alterne bloccati da interventi dei giudici, e il contributo effettivo alla gestione complessiva degli arrivi è rimasto marginale. Nel frattempo, i costi a carico del bilancio pubblico sono lievitati: lavori, infrastrutture, nave di supporto, personale, appalti gestiti in larga parte dalla Difesa.

È legittimo chiedersi se non ci troviamo di fronte a un esperimento costoso, utile più come messaggio simbolico – “porteremo le procedure fuori dall’Italia” – che come reale risposta alle complessità dei movimenti migratori.

Sul piano europeo, i Ventisette hanno discusso anche di un fondo di solidarietà che, nelle intenzioni, dovrebbe sostenere i Paesi di primo arrivo attraverso ricollocamenti e contributi economici. È il tentativo di riequilibrare, almeno in parte, il rapporto fra responsabilità e solidarietà nel nuovo Patto. Ma se guardiamo all’insieme delle misure, l’asse resta spostato sul controllo: rafforzamento delle procedure accelerate, ampliamento delle ipotesi di inammissibilità, esternalizzazione dei rimpatri.

La domanda, a questo punto, è semplice e scomoda: che fine fa il diritto d’asilo in un sistema costruito sempre più su presunzioni di sicurezza, accordi con Paesi terzi e centri di trattenimento fuori dall’Unione? Per i governi favorevoli, siamo di fronte a un aggiornamento necessario, dettato dall’aumento degli arrivi e dalla pressione sociale interna.

Per una parte del mondo giuridico e delle organizzazioni per i diritti umani, invece, il rischio è che l’asilo resti in piedi solo sulla carta, mentre nella pratica il confine dei diritti viene spinto qualche chilometro più in là, oltre l’orizzonte del controllo democratico.

By User:Albinfo – Picture taken by myself out of an airplane, CC BY-SA 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2495519