Il governo italiano ha appena trasformato Riyadh in una vetrina del made in Italy. Al Forum imprenditoriale Italia–Arabia Saudita, chiuso il 25 novembre, più di novecento aziende – circa cinquecento italiane e oltre quattrocentocinquanta saudite – si sono incontrate sotto l’ombrello politico di un partenariato “strategico” che vale almeno dieci miliardi di euro.
Antonio Tajani, vicepremier e ministro degli Esteri, è arrivato nella capitale saudita per benedire l’evento, rilanciare l’obiettivo di far salire l’export italiano verso il regno dagli attuali 6,2 miliardi a 7,1 miliardi entro il 2026 e ribadire che Roma vuole un posto fisso nel grande cantiere della Vision 2030 saudita.
Dentro questa cornice il governo racconta una storia liscia: l’Italia porta tecnologia, infrastrutture, competenze industriali, cultura e design in un paese che si sta “aprendo” e diversificando oltre il petrolio. La missione di Tajani ha un programma fitto: incontri istituzionali, tavoli su energia, infrastrutture, difesa, finanza, e soprattutto il passaggio simbolico al cantiere di Diriyah e all’anteprima del Salone del Mobile a Riyadh. In un’unica immagine, business, patrimonio e glamour.
Diriyah è il luogo dove la retorica della cooperazione culturale incontra il cemento. Il sito storico di At-Turaif, patrimonio UNESCO, è al centro di un maxi progetto urbano con alberghi di lusso, centri commerciali, parcheggi sotterranei da migliaia di posti, flussi previsti fino a centomila visitatori al giorno.
Qui il gruppo Webuild, punta di diamante dell’ingegneria italiana, è impegnato come partner strategico delle autorità saudite. Ufficialmente l’Italia esporta competenze di restauro e valorizzazione; nei fatti partecipa alla trasformazione di un luogo carico di storia in un dispositivo di consumo turistico, in un contesto dove le comunità locali non decidono nulla e dove chi lavora nei cantieri spesso è un migrante senza diritti, ostaggio del sistema della kafala.
In parallelo, Tajani ha inaugurato “Red in Progress. Salone del Mobile.Milano meets Riyadh”, tre giorni di design italiano nel King Abdullah Financial District, anticipo della prima edizione del Salone del Mobile che si terrà nella capitale saudita nel 2026. Anche qui la narrazione è pulita: il design come ponte tra culture, il made in Italy che si affianca alla “modernizzazione” saudita.
Ma questo ponte serve prima di tutto agli interessi del regime: costruire una immagine patinata fatta di architetture firmate, grandi eventi, musei scintillanti, da affiancare al Mondiale di calcio del 2034 e alla corsa per attrarre investimenti e turisti. L’Italia si offre come fornitore di soft power, mettendo la propria credibilità culturale al servizio di un’operazione di maquilllage.
Sul tavolo non ci sono solo memoria e design. Il pacchetto di intese discusso al Forum copre energia, logistica, infrastrutture, tecnologia, finanza, difesa. Dopo gli anni in cui – almeno sulla carta – Roma aveva limitato l’export di armi verso Riyadh per la guerra in Yemen, oggi il governo sostiene l’ingresso saudita nel programma del caccia di sesta generazione e rilancia la cooperazione militare.
La legge 185 del 1990, che vieta forniture militari a paesi responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, resta sullo sfondo come cornice giuridica, mentre la pratica va in tutt’altra direzione.

Intanto nel regno i dati sulle esecuzioni capitali hanno raggiunto livelli record. Nei primi dieci mesi del 2025 sono state messe a morte almeno trecento persone, con un numero impressionante di condanne per reati non violenti, in particolare legati alla droga, e con la conferma di esecuzioni per fatti commessi da imputati minorenni.
Nel 2024 le esecuzioni sono state almeno 345, una delle cifre più alte degli ultimi decenni. Le ONG parlano di processi opachi, torture per estorcere confessioni, difese inesistenti, corpi non restituiti alle famiglie. È questo il partner su cui l’Italia ha scelto di fare leva per garantirsi un pezzetto di “futuro condiviso”.
A reggere i cantieri della nuova Arabia Saudita sono soprattutto lavoratori migranti. Arrivano da Asia e Africa, spesso reclutati con promesse vaghe e salari minimi; una volta sul posto, vedono i passaporti trattenuti, alloggi affollati, temperature estreme nei cantieri, nessuna libertà sindacale.
Una coalizione internazionale di sindacati ha appena portato davanti all’Organizzazione internazionale del lavoro una denuncia dettagliata sulle condizioni di questi lavoratori, parlando esplicitamente di lavoro forzato. È in questo contesto che imprese italiane dell’edilizia, dell’impiantistica, del restauro lavorano, sotto regia politica italiana, senza che nei comunicati ufficiali compaia una sola riga sulle condizioni materiali di chi costruisce quel “nuovo volto” del regno.
La retorica ufficiale insiste sul fatto che dialogare con Riyadh servirebbe anche a “promuovere i diritti”, che la presenza italiana sarebbe una garanzia di standard più elevati. È un argomento comodo, ma smentito dai fatti.
Negli anni in cui si sono moltiplicate le partnership economiche, il regno ha intensificato l’uso della pena di morte, represso oppositori politici, attivisti e difensori dei diritti, incarcerato persone per post sui social, mantenuto il divieto di sindacati indipendenti e una stretta durissima su ogni forma di dissenso. La modernizzazione saudita, per ora, è anzitutto una gigantesca operazione di vetrina che convive con un impianto autoritario intatto.
Per l’Italia questa scelta ha conseguenze precise. Da un lato si presenta come paese impegnato nei consessi internazionali per la tutela dei diritti, firma risoluzioni sulla violenza di genere, sul lavoro minorile, sulla pena di morte. Dall’altro consolida una relazione privilegiata con una monarchia assoluta che viola sistematicamente quegli stessi diritti, e lo fa proprio nei settori – difesa, energia, infrastrutture, grandi opere – dove si concentra il grosso del profitto.
A fronte della dipendenza energetica e della corsa alle commesse, la questione dei diritti viene ridotta a nota marginale, quando non semplicemente rimossa.
La domanda che resta, al netto dei comunicati trionfali sulla “partnership strategica”, è semplice: fino a che punto è accettabile che l’Italia contribuisca a mettere il proprio marchio sulla normalizzazione di un regime che impicca oppositori, sfrutta manodopera priva di tutele e reprime qualsiasi dissenso? E quanto vale la parola “diritti” nei discorsi ufficiali, se a decidere la linea sono sempre e solo i contratti, le commesse, le percentuali di crescita?
Qui il link al rapporto di Amnesty International sui diritti umani violati dall’Arabia Saudita



