Secondo un rapporto diffuso dall’UNHCR attraverso la Protection and Solutions Monitoring Network, tra il 16 e il 18 novembre il distretto di Jamaame, nella regione di Lower Jubba, in Somalia, è stato travolto da una nuova serie di scontri tra le forze del Jubaland, affiancate dall’esercito nazionale somalo, e miliziani di Al-Shabaab.
Tre giorni di combattimenti hanno svuotato interi villaggi, trasformato piste di terra in linee di fuga e costretto migliaia di persone a muoversi senza alcuna certezza sul luogo in cui sarebbero arrivate.
Le operazioni militari sono partite da un nucleo di villaggi – Muuse Xaaji, Araare, Koban, Bangeeni, Maleyleey, Baladu-Raxma e Maan-Bile – e si sono estese rapidamente. L’avanzata delle truppe di Jubaland, accompagnata da attacchi aerei, ha spinto le famiglie a lasciare le case nel giro di poche ore.
Nel caos della fuga, i percorsi possibili si sono ristretti a poche direttrici: molti sono scesi verso la costa, altri hanno cercato riparo nell’entroterra, dove l’arrivo di migliaia di persone in così poco tempo ha creato nuove situazioni di fragilità.
Le stime raccolte indicano circa 22.800 sfollati, suddivisi in quasi quattromila nuclei familiari: una massa di persone che ha lasciato le abitazioni senza beni essenziali.
Le storie raccolte dagli operatori parlano di mercati, negozi e magazzini colpiti durante gli scontri, di famiglie che hanno perso tutto ciò che possedevano, di persone rimaste ferite mentre cercavano di attraversare zone esposte al fuoco incrociato. Dodici civili hanno perso la vita e almeno ventidue sono rimasti feriti nelle prime ore del conflitto.
La parte più vulnerabile della popolazione, tuttavia, è quella che non è riuscita a muoversi. In alcune aree, Al-Shabaab mantiene un controllo rigido, imponendo restrizioni alla libertà di movimento e impedendo ai civili di lasciare i villaggi.

Chi resta è intrappolato in un territorio che oscilla tra occupazione armata e bombardamenti, senza possibilità di raggiungere luoghi sicuri o accedere agli aiuti. È una prigionia che non ha confini visibili ma che condiziona ogni scelta: uscire può significare attirare l’attenzione dei miliziani, restare significa vivere sotto minaccia costante.
Tra gli sfollati che sono riusciti a raggiungere le zone costiere o le località dell’interno, l’immagine è quella di una popolazione scossa, segnata dalla violenza e dal lutto. Gli operatori hanno descritto persone in stato di shock, bambini che hanno assistito a esplosioni e fughe precipitose, donne che hanno perso familiari e non sanno ancora dove siano finiti gli anziani rimasti indietro.
L’impatto psicologico della fuga è immediato e profondo: nessuno ha avuto il tempo di prepararsi, nessuno ha potuto portare via beni, documenti o medicinali.
Le condizioni materiali sono altrettanto precarie. Le famiglie si sono accampate in ripari improvvisati, senza tende adeguate né protezione dal caldo. La mancanza di cibo è una delle prime emergenze: la quasi totalità degli sfollati è arrivata ai punti di raccolta senza provviste, dopo giorni di spostamenti forzati.
Anche l’assistenza sanitaria è insufficiente: i villaggi che hanno accolto gli sfollati non dispongono di strutture in grado di gestire feriti, donne incinte, anziani e persone con malattie croniche. In molti casi si tratta di comunità già fragili, che faticano ora a sostenere un numero così alto di nuovi arrivati.
Il quadro complessivo resta estremamente instabile. Le forze governative stanno tentando di avanzare verso la città di Jamaame mentre nuovi bombardamenti vengono segnalati a intervalli irregolari. Ogni movimento militare può provocare un nuovo flusso di sfollati, alimentando un ciclo che da anni caratterizza questa parte della Somalia.
Per la popolazione civile, la distinzione tra fronte, retrovie e zone neutre da tempo non esiste più: ogni villaggio può diventare un bersaglio, ogni strada un possibile corridoio di fuga o un punto di blocco.
Jamaame è l’ennesima conferma di una dinamica che si ripete: in Somalia la guerra non procede per avanzate territoriali stabili, ma per scosse improvvise che travolgono intere comunità. E ogni volta, il costo più alto lo pagano i civili, costretti a spostarsi più rapidamente di quanto lo Stato riesca a proteggerli.



