La mattina del 20 novembre 2025 non è stata una mattina qualunque per Taranto, Genova e per l’intero perimetro degli stabilimenti ex Ilva. Cancelli presidiati, strade bloccate, fabbriche occupate: a Taranto i lavoratori hanno fermato la circolazione sulle principali arterie, a Genova il presidio si è allargato fino a creare chilometri di coda, gli impianti sono stati simbolicamente “ripresi” dagli operai. Non è l’ennesimo sciopero rituale: è il segnale che la misura è colma.
Il bersaglio dichiarato è il piano annunciato dal governo e dall’azienda, un progetto che nelle parole vorrebbe garantire la transizione e il rilancio, ma che nei fatti viene percepito come l’anticamera di una riduzione drastica dell’occupazione. Si parla di oltre 1.500 lavoratori destinati ad aggiungersi ai circa 4.500 già in cassa integrazione. In uno stabilimento che, solo pochi anni fa, contava più di 8.000 dipendenti diretti, significa svuotare un pezzo di città.
La produzione, da parte sua, racconta un’altra verità amara: l’acciaieria di Taranto, che un tempo era il cuore della siderurgia europea, oggi viaggia su livelli attorno a 1,5 milioni di tonnellate l’anno, una frazione di ciò che sarebbe necessario per reggere il ciclo industriale. I forni spenti, le linee a singhiozzo, i reparti ridotti ai minimi termini non sono più un’eccezione ma la normalità. È in questo scenario che la parola “piano” suona ai lavoratori più come preannuncio di smantellamento che come promessa di futuro.
Dietro questi numeri ci sono nomi e cognomi: famiglie che hanno costruito la propria vita attorno a quei turni, quei reparti, quegli stipendi. Quartieri interi – a Taranto, a Genova Cornigliano, a Novi Ligure – che sono nati e cresciuti all’ombra dei capannoni. A Taranto, soprattutto, la questione non è mai stata solo produttiva: è anche la storia del quartiere Tamburi, delle malattie respiratorie, delle statistiche sui tumori, dei bambini che crescono con il peso di una ciminiera sopra la testa.
Per anni lo stesso Stato che oggi parla di “transizione” ha chiesto a questa città di sacrificarsi sull’altare dell’interesse nazionale: produrre acciaio, costi quel che costi. Oggi, improvvisamente, la stessa parola “interesse nazionale” sembra coincidere con la possibilità di chiudere, ridurre, mettere in pausa. È comprensibile, allora, che gli operai vivano i nuovi annunci come l’ennesima giravolta: dopo decenni in cui ci si è sentiti dire che l’acciaio di Taranto era strategico, ora il conto della conversione rischia di ricadere solo su chi lavora.
La transizione ecologica, in astratto, è un obiettivo giusto. Nessuno può difendere all’infinito un modello produttivo che ha avvelenato il territorio. Ma il punto, dal basso, è un altro: chi paga il prezzo di questa transizione?
Perché se la risposta è: “i lavoratori, le loro famiglie, i quartieri popolari”, allora non è una transizione, è una sostituzione: si tolgono le vecchie colate e si lascia il vuoto.
Il governo parla di nuovi impianti, di tecnologie a minor impatto, di decarbonizzazione. Belle parole, ma i lavoratori chiedono cose molto semplici: date certe, investimenti concreti, garanzie scritte sul mantenimento dei livelli occupazionali. Finché questi elementi non ci sono, la “fabbrica verde” resta un miraggio utile alle conferenze stampa ma irrilevante per chi deve pagare il mutuo.

La questione non è solo industriale: è sociale. Taranto è da anni intrappolata in un ricatto crudele, riassunto in una frase: o il lavoro o la salute. Una vera politica industriale dovrebbe spezzare questo ricatto, non spostarlo. Non puoi chiedere a una comunità avvelenata di rinunciare all’unico grande polmone occupazionale senza costruire un’alternativa seria, credibile, finanziata. Non puoi dire “chiudiamo l’area a caldo” e poi lasciare migliaia di persone a chiedersi cosa succederà tra sei mesi.
Per questo le manifestazioni di questi giorni non si spiegano con logiche di categoria. Sono qualcosa di più: sono una sfiducia esplicita nelle istituzioni, che per l’ennesima volta appaiono pronte a decidere sul futuro di un intero territorio senza coinvolgere realmente chi quel territorio lo abita e lo fa vivere. Il tavolo fissato a valle della protesta, le dichiarazioni rassicuranti, le promesse di ammortizzatori sociali non bastano più. I lavoratori hanno imparato a riconoscere il vocabolario dell’emergenza permanente: ogni “fase di transizione” ha portato con sé, finora, cassa integrazione e ridimensionamento.
La verità è che la siderurgia italiana, pezzo dopo pezzo, è stata lasciata marcire. Non da un solo governo, ma da una sequenza lunga di scelte rimandate, privatizzazioni opache, accordi al ribasso. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un impianto che era il gigante europeo dell’acciaio è diventato un caso cronico di cui nessuno vuole davvero prendersi la responsabilità piena. Si interviene solo quando esplode la crisi, mai per evitarla.
Dentro questa storia, le manifestazioni di Taranto e Genova assumono il valore di un avvertimento: non esiste giustizia ambientale senza giustizia sociale. Non si può parlare di aria pulita se non si parla, nello stesso istante, di lavoro, reddito, servizi, riconversione vera. Non si può immaginare di chiudere, ridurre o ridisegnare gli stabilimenti senza un progetto che parta dalle persone e non dai bilanci.
In fondo la domanda che sale dai cortei è semplice e potente: quale posto avrà la classe lavoratrice nell’Italia che verrà? Sarà ancora un soggetto con cui trattare, o solo una variabile da gestire nelle note a margine dei piani industriali?
La risposta non si misurerà nei comunicati, ma nei fatti: negli investimenti stanziati, nei tempi della riconversione, nella scelta se usare la transizione come alibi per tagliare o come occasione per ricostruire.
Perché ogni volta che una fabbrica viene occupata, ogni volta che operai bloccano una strada, non stiamo assistendo a un fastidio per l’ordine pubblico: stiamo vedendo un pezzo di democrazia che reclama il diritto di non essere rottamato insieme ai macchinari. E oggi, all’ex Ilva, questo diritto passa dalla capacità dello Stato di dire finalmente, con chiarezza, se la siderurgia è un bene comune da salvare o un fardello da scaricare su chi ha già pagato abbastanza.



