Blocco Euro 5: tra salute pubblica e ingiustizia sociale

A partire da ottobre 2025, nel Nord Italia scatteranno le limitazioni alla circolazione dei veicoli diesel Euro 5, una misura necessaria secondo le autorità per migliorare la qualità dell’aria in una delle aree più inquinate d’Europa.

La Pianura Padana, com’è noto, è tra le maglie nere per il biossido di azoto (NO₂), un inquinante che incide direttamente su patologie respiratorie, cardiovascolari e mortalità precoce. Secondo i dati dell’Agenzia europea per l’ambiente, ogni anno migliaia di morti premature in Italia sono riconducibili a questo tipo di inquinamento.

Il blocco quindi ha una motivazione sanitaria evidente, e difficilmente contestabile. Ma se il danno ambientale è reale e misurabile, lo è anche quello sociale. Le auto Euro 5 sono state vendute fino a pochi anni fa, e oggi moltissimi cittadini se le trovano improvvisamente inutilizzabili per gran parte della settimana. E non si tratta di modelli antiquati: molte sono vetture solide, sicure, ancora nel pieno del loro ciclo di vita. Nessuno aveva detto agli acquirenti che nel giro di pochi anni sarebbero diventate “fuorilegge”.

Chi può permetterselo passerà all’ibrido, al benzina o all’elettrico. Ma per chi non ha margini di spesa, la prospettiva è un doppio danno: economico (perdita del valore residuo dell’auto) e funzionale (mancanza di alternative reali nei trasporti pubblici). È una transizione ecologica che rischia di presentarsi come un’imposizione regressiva, più punitiva che costruttiva.

Il sistema Move-In – che consente di percorrere un numero limitato di chilometri monitorati via GPS – è un tentativo di mediazione. Ma resta una soluzione tampone, non strutturale. Il rischio concreto è che le regole colpiscano soprattutto chi ha meno risorse per adeguarsi.

Mentre le città si riempiono di SUV elettrici sovradimensionati, pagati con forti incentivi statali, i piccoli artigiani e le famiglie che hanno creduto al “diesel pulito” si trovano in difficoltà. E questo, più che una scelta ecologica, somiglia a un cortocircuito sociale.

La colpa non è solo della politica attuale. È anche del passato, quando l’industria ha spinto su tecnologie che già allora erano al limite, sostenuta da campagne promozionali ambigue e da governi poco lungimiranti. Ma oggi la domanda è semplice: si può davvero chiedere alle persone di pagare due volte, prima come consumatori e poi come cittadini?

Il punto non è opporsi alla necessità di una svolta ecologica. È pretendere che sia guidata con equità, trasparenza e responsabilità. Se si vuole che le persone cambino, bisogna offrire alternative reali, credibili, accessibili. Altrimenti il risultato sarà solo sfiducia, rabbia, e un’ennesima frattura tra le intenzioni ambientali e la realtà sociale del Paese.

La mappa dell’inquinamento della Pianura Padana by The Guardian