In questo Paese ci siamo abituati a vedere i conflitti sociali come lampi isolati: un corteo in tv, qualche minuto di scontri, un’intervista a un ministro che invita alla calma. Ma se mettiamo in fila quello che sta succedendo da settimane nei luoghi di lavoro, il quadro cambia: l’autunno del 2025 assomiglia sempre meno a una normale stagione di vertenze e sempre più a un conflitto aperto fra chi vive di lavoro da un lato e, dall’altro, non solo le imprese ma anche il governo Meloni, che di quel modello di lavoro povero è oggi il principale garante politico.
La scena che resterà nelle cronache è quella di Genova: gli operai dell’ex Ilva che scendono da Cornigliano verso il centro, dietro gli striscioni di fabbrica, insieme ai metalmeccanici di Ansaldo Energia, Fincantieri, Leonardo e delle altre grandi aziende della città. Davanti alla Prefettura, le reti della polizia vengono abbattute, volano lacrimogeni, ci scappa un ferito. Non è la “solita” protesta simbolica: è il punto di ebollizione di una vertenza che da anni promette soluzioni e produce soltanto cassa integrazione, commissariamenti e piani industriali scritti lontano dagli stabilimenti.
Genova non è un caso isolato. A Taranto, cuore malato dell’acciaio italiano, i lavoratori dell’ex Ilva bloccano i binari interni allo stabilimento e le statali che collegano la città al resto della Puglia. L’unico altoforno acceso continua a produrre, ma attorno si moltiplicano gli appalti che chiudono e i licenziamenti secchi, come per i 220 addetti Semat Sud lasciati a casa da un giorno all’altro.
Il governo ha commissariato Acciaierie d’Italia, annuncia una causa miliardaria contro ArcelorMittal per il degrado degli impianti, promette la transizione “verde” dell’acciaio. Ma intanto la vita concreta di quasi 18 mila persone che dipendono dall’ex Ilva resta sospesa nel vuoto, appesa a decisioni prese a Roma o a Lussemburgo.
In teoria lo Stato è tornato in campo. In pratica, agli occhi di chi manifesta, il governo Meloni è un’altra controparte: non più solo l’arbitro che dovrebbe mettere ordine, ma il soggetto che decide chi si salva, chi si ridimensiona, chi può chiudere, senza mai mettere una garanzia chiara sul tavolo per i lavoratori.
Se ci spostiamo di qualche centinaio di chilometri, l’impressione di trovarsi in un unico film non cambia. A Campi Bisenzio, alle porte di Firenze, il presidio davanti all’ex GKN non si è mai sciolto. Dal 2021 gli operai difendono i cancelli, dormono nelle tende, discutono di piani industriali alternativi e di “reindustrializzazione ecologica” della fabbrica: componenti per fotovoltaico, cargo bike, produzioni pulite.
Nel 2025 è nato finalmente un consorzio industriale pubblico che dovrebbe rilevare lo stabilimento. Sulla carta, una vittoria. Nella realtà, quel consorzio è bloccato: non ha ancora tutti i pareri, non può impegnare risorse, “non può comprare nemmeno una biro”, come hanno detto gli stessi lavoratori. Nel frattempo, molti di loro sono al settimo mese di disoccupazione, dopo aver passato più di un anno formalmente assunti ma senza stipendio né ammortizzatori.
Qui l’avversario non è più soltanto l’azienda che vuole delocalizzare, ma anche quell’intreccio di governo centrale, enti locali, burocrazia e vincoli di bilancio che trasforma ogni promessa di intervento pubblico in un percorso ad ostacoli infinito. È un’altra faccia dello stesso conflitto: il lavoro si organizza, prova a immaginare un futuro diverso, e le istituzioni lo lasciano al palo.
Mentre l’acciaio e l’ex GKN occupano lo spazio delle cronache, un’altra grande frattura si apre nel cuore dell’industria italiana: l’automotive. A Mirafiori, a Torino, Stellantis ha appena rilanciato con grande enfasi la nuova Fiat 500 ibrida. Le foto della presentazione raccontano una storia rassicurante: l’auto italiana di successo che travasa il proprio mito nella transizione ecologica, con la promessa di nuove assunzioni e di un futuro “sostenibile” per lo stabilimento.
Ma sotto i riflettori, le righe degli accordi sindacali dicono altro: gli operai di Mirafiori vivono ormai da mesi con i contratti di solidarietà, con riduzioni d’orario che, in media, arrivano all’80% del tempo lavorato, in alcuni casi anche di più. La fabbrica c’è, il marchio è forte, ma si lavora a singhiozzo, con buste paga alleggerite e un indotto in apnea.
Anche qui, quando i sindacati chiedono una politica industriale nazionale, il governo risponde con parole sulla “transizione giusta”, ma non mette in campo strumenti comparabili a quelli dei governi francese o tedesco, che vincolano gli aiuti alle produzioni e alle occupazioni sui loro territori.
Nel Nord Est, regione simbolo della manifattura italiana, il quadro è ancora più frammentato ma non meno grave. Tra Veneto e Friuli Venezia Giulia risultano oltre settanta aziende in crisi, più di quindici mila lavoratori coinvolti, decine di tavoli aperti nei soli primi nove mesi dell’anno.
Non sono solo i nomi che arrivano sui giornali: ci sono decine di imprese metalmeccaniche medio-piccole che chiudono, delocalizzano, chiedono cassa integrazione straordinaria. In quella geografia il governo è un interlocutore distante, che preferisce raccontare i numeri dell’export piuttosto che guardare in faccia il dato di fatto: una parte del tessuto industriale si sta sfarinando e i costi di questa dismissione vengono scaricati sui lavoratori.
Se l’autunno operaio fosse solo questo – grandi fabbriche, impianti strategici, marchi storici – potremmo ancora illuderci che si tratti di eccezioni. Ma la vera novità di questi mesi è che le lotte più dure arrivano dai settori meno visibili. La giornata del 28 novembre lo ha mostrato con chiarezza: lo sciopero generale dei sindacati di base, convocato contro una “manovra di guerra” e contro il ruolo dell’Italia nella logistica militare, ha paralizzato per ore trasporti e servizi in molte città.

All’alba, al nodo logistico di Pioltello, nell’hinterland milanese, un lungo picchetto chiude gli accessi ai terminal DSV e Logtainer: è lì che transitano ogni giorno i container che arrivano dai porti di Genova, La Spezia, Livorno, Venezia, diretti verso i grandi hub dell’Italia del Nord e l’aeroporto di Malpensa. I lavoratori della logistica lo chiamano “hub della logistica di guerra”, perché da lì passano anche merci e componenti legati all’industria militare.
Nei blocchi si mescolano rivendicazioni salariali – aumento dei minimi, orari sostenibili, fine del sistema degli appalti a catena – e parola d’ordine politiche: basta utilizzare il loro lavoro per alimentare una guerra che non hanno deciso. Il governo, che nella stessa legge di bilancio aumenta le spese militari mentre taglia o comprime sanità e welfare, si trova qui in modo esplicito dall’altra parte della barricata.
Lontano dai grandi nodi di trasporto, altri pezzi di lavoro povero provano a farsi sentire. Nel settore delle pulizie e del multiservizi – circa seicentomila persone, soprattutto donne – il rinnovo del contratto nazionale ha portato un aumento annuo che sulla carta sembra significativo. Ma quando lo si divide per dodici mesi e per le ore di lavoro effettive, il salario orario resta vicino agli otto euro lordi, spesso con part-time imposti che, nella pratica, significano spezzare la giornata in tanti micro-turni sottopagati.
È la stessa condizione denunciata dalle lavoratrici delle cooperative sociali, dagli operatori delle RSA, dagli educatori scolastici esternalizzati: contratti definito “a salari da fame” dagli stessi addetti, stipendi che non raggiungono i mille euro netti, responsabilità enormi sulle spalle.
Nel pubblico impiego, soprattutto in sanità, si aggiunge la ferita del precariato: decine di migliaia di infermieri, medici, OSS assunti con contratti a termine, proroghe, partite Iva mascherate, mentre gli ospedali arrancano. I sindacati parlano di oltre duecentomila precari nella pubblica amministrazione, di cui almeno trentamila nella sola sanità. Anche qui il governo rivendica qualche stabilizzazione, qualche finanziamento extra, ma rifiuta l’idea di un piano strutturale che metta in sicurezza il sistema.
E poi ci sono i campi. Per anni abbiamo raccontato il caporalato come una piaga del Sud, confinata tra Piana di Gioia Tauro, Foggiano, Metapontino. Nel 2025, un rapporto dell’associazione Terra! sul Nord Italia mostra che lo sfruttamento è ormai sistemico anche nei distretti agricoli di eccellenza della Pianura Padana.
Finte cooperative, paghe irregolari, lavoro “grigio” travestito da legalità, turni massacranti per i braccianti, spesso migranti, che raccolgono la frutta e la verdura che finiscono nelle filiere del made in Italy. Secondo diversi rapporti su agromafie e caporalato, fino a 230mila braccianti lavorerebbero in condizioni irregolari, con tassi di illegalità fra il 20 e il 30 per cento anche al Centro-Nord.
Tutto questo avviene in un paese che, a differenza di altri partner europei, continua a non avere un salario minimo legale. In un’audizione del 2023 sul tema, l’Istat ha stimato che circa tre milioni di lavoratori hanno retribuzioni orarie inferiori ai 9 euro lordi, che era la soglia proposta dalle opposizioni come base minima di dignità. Eurostat ci ricorda che oltre un lavoratore su dieci, pur avendo un impiego, resta in condizione di povertà: i cosiddetti working poor.
Di fronte a questo quadro, il governo ha scelto una linea molto chiara: invece di assumersi la responsabilità politica di fissare una soglia legale, ha chiesto un parere al Cnel. Il Cnel ha stabilito che un salario minimo per legge non è necessario e non è adatto a contrastare il lavoro povero.
Il governo ha brandito quel parere per affossare la proposta delle opposizioni, trasformandola in una generica delega “a rafforzare la contrattazione”, senza alcun numero scritto in chiaro. Così, i milioni di persone che oggi lavorano a 6, 7, 8 euro l’ora restano esattamente dove sono: affidati alla forza – spesso molto relativa – dei loro contratti collettivi.
È in questo contesto che arriva lo sciopero generale della Cgil del 12 dicembre. Non è uno sciopero “contro le imprese” in astratto, ma contro una legge di bilancio che, nella lettura del principale sindacato italiano, consolida il modello del lavoro povero invece di metterlo in discussione: niente salario minimo, pochi vincoli sulle delocalizzazioni, nessun piano industriale degno di questo nome, nuovi tagli o definanziamenti a sanità e scuola, più soldi per la difesa.
Il governo ha già scelto la sua narrazione: accusa i sindacati di voler “fare politica”, ironizza su chi sciopera di venerdì per “farsi il weekend lungo”, rivendica di aver tagliato le tasse ai lavoratori. Ma il punto è che, in questo autunno, sono proprio i lavoratori più poveri – quelli che difficilmente possono permettersi di perdere un giorno di paga – a sentire sulla pelle che la politica ha scelto da che parte stare.
Dai cancelli di Cornigliano ai binari di Taranto, dalle tende di Campi Bisenzio ai piazzali di Pioltello, dalle cooperative sociali alle serre della Pianura Padana, l’autunno operaio racconta un’Italia in cui il conflitto non è più solo fra lavoratori e azienda. In mezzo c’è un governo che difende l’idea che la competitività del Paese passi per salari bassi, precarietà, flessibilità, riduzione delle tutele.
Lo sciopero del 12 dicembre, con tutti i suoi limiti e con tutte le differenze tra i soggetti che lo sostengono o lo guardano da fuori, è il momento in cui questi pezzi sparsi di conflitto possono riconoscersi come parte di una stessa storia. Non è detto che basti un giorno di piazze per cambiare la rotta di un governo. Ma è certo che, senza questo autunno di lotte spesso ignorate dai grandi media, quella rotta sarebbe sembrata – e forse sarebbe diventata – inevitabile.


