Il conto dei bambini: oltre un milione in povertà assoluta

La povertà non è un’emergenza, è la norma che distrugge l’infanzia. Lo dicono i numeri dell’ultima ricerca di OpenPolis, che continuano a scorrere, anno dopo anno, con l’indifferenza di una costante: più di un milione e duecentomila bambini e ragazzi in Italia vivono in povertà assoluta. Non è un crollo, non è un miglioramento: è una linea piatta che misura la distanza tra le statistiche e la realtà.

La geografia del danno è ormai nota. L’incidenza cresce dove il lavoro è più fragile, dove la famiglia ha troppi figli e troppo poco reddito, dove il Sud resta cronicamente in fondo alle graduatorie di tutto, tranne che del bisogno.

Ma il dato che pesa di più è quello che riguarda l’istruzione. In un Paese che continua a confondere la scuola con una spesa, la povertà si eredita come un cognome. Laddove un genitore ha solo la licenza elementare, la possibilità che i figli restino intrappolati nella stessa condizione è quasi quadrupla rispetto a chi ha almeno un diploma. Non è destino: è una precisa architettura sociale.

C’è poi il silenzio dei dati locali, un vuoto che diventa complicità. Le ultime statistiche comunali affidabili risalgono al 2020 e fotografano città come Andria, Barletta o Prato, dove le famiglie monoreddito con figli superavano già allora un quarto della popolazione. Da allora, nessuno ha aggiornato quella mappa. Si governa a tentoni, mentre la realtà corre avanti, invisibile ai numeri e alla politica.

Eppure la retorica pubblica continua a parlare di crescita, di PIL in aumento, di consumi che tengono. Un linguaggio asettico che non conosce la voce di chi sceglie se pagare l’affitto o la mensa, di chi sa che la parola “tempo pieno” esiste solo nei documenti ministeriali.

Se la povertà minorile non scende, significa che le misure pensate per combatterla non arrivano dove dovrebbero. Le disuguaglianze territoriali restano un dato strutturale e le politiche, spesso, si limitano a confermare gli squilibri invece di colmarli.

La verità è che la povertà infantile non è un effetto collaterale della crisi economica: è una sua conseguenza programmata. Ogni taglio alla scuola dell’infanzia, ogni ritardo nell’apertura dei nidi, ogni quartiere lasciato senza spazi educativi aggiunge un mattone al muro dell’esclusione. Mentre si discute di bonus e incentivi, nessuno sembra ricordare che la Costituzione parla di “rimuovere gli ostacoli”.

Ecco, oggi l’ostacolo ha un’età precisa: da zero a diciassette anni. Non chiede elemosina, chiede possibilità. Non cerca un sussidio, cerca un futuro. E ogni anno che passa senza un piano serio contro la povertà minorile è un anno in cui il Paese decide, consapevolmente, di rinunciare al proprio.