11/9/01: la protesta dei familiari e il nodo Guantanamo

L’America si ferma, come ogni 11 settembre, ma quest’anno il rito della memoria convive più che mai con la rabbia. A New York, i familiari delle vittime tornano a Ground Zero per leggere i nomi, osservare i minuti di silenzio agli orari degli impatti e del crollo, abbracciarsi nella piazza che da ventiquattro anni è il centro di gravità del lutto nazionale.

Cerimonie parallele si tengono al Pentagono e a Shanksville, Pennsylvania. La partecipazione dei parenti non è un dettaglio di protocollo: sono loro a dare voce alla giornata, a rendere viva una memoria che senza le loro parole rischierebbe di diventare semplice liturgia.

Fuori dalla cornice delle commemorazioni, però, l’advocacy non si ferma. I gruppi dei familiari continuano a spingere su due fronti: la causa civile che punta ad accertare eventuali responsabilità saudite e il vicolo cieco giudiziario di Guantánamo.

Sul primo capitolo, l’ultimo sviluppo ha ridato fiato ai comitati: il contenzioso prosegue nelle aule federali e i parenti lo considerano un tassello verso una verità completa sulle reti di appoggio ai dirottatori. Sul secondo, la frustrazione è evidente: a quasi un quarto di secolo dagli attentati, il maxi-processo del caso 11 settembre non è ancora entrato nel vivo.

Quattro mesi dopo gli attacchi, gli Stati Uniti aprirono la prigione militare a Guantánamo Bay, Cuba. In sei anni, ci transitarono circa 780 uomini e ragazzi, ma solo una trentina furono formalmente accusati di crimini di guerra. Oggi i detenuti sono quindici; cinque sono imputati di aver cospirato con i dirottatori.

Intorno a loro si muove un apparato imponente: centinaia di addetti militari e civili per gestire un’operazione di detenzione che, nei fatti, ha un rapporto sbilanciato tra personale impiegato e numero di prigionieri. È uno dei paradossi di Guantánamo: più passano gli anni, più l’infrastruttura si perfeziona, mentre la giustizia sostanziale resta al palo.

Il “processo dell’11 settembre” è rimasto inchiodato a un infinito preliminare. Khalid Sheikh Mohammed, ritenuto l’architetto degli attacchi, e gli altri imputati sono in fase pre-processuale da anni, tra giudici che si avvicendano, prove contestate perché contaminate dalle torture nei black sites, udienze che vanno e vengono senza mai sfociare in un dibattimento vero e proprio.

La vicenda si è ulteriormente complicata dopo la stagione dei possibili accordi: tre imputati avevano imboccato la strada del patteggiamento per evitare la pena di morte, ma quei plea deal sono stati bloccati dall’allora segretario alla Difesa e il contenzioso sulla loro validità si è aggiunto ai tanti fili già ingarbugliati.

“Post 9/11 Ground Zero photos” by New York National Guard is licensed under CC BY-ND 2.0.

Oggi il calendario parla di nuove udienze tecniche, non di apertura del processo. Per molte famiglie, è la negazione della promessa fatta vent’anni fa: non solo memoria, ma giustizia in tempi ragionevoli.

Guantánamo, intanto, è diventata qualcosa di più di un carcere. È una base navale di quarantacinque miglia quadrate con pista di atterraggio, porto, scuole per i figli del personale, quartieri residenziali, un cinema all’aperto, persino un McDonald’s.

Negli anni recenti, la base ha assunto anche compiti legati alla gestione dei migranti intercettati nel Mar dei Caraibi. Nel cuore della zona di sicurezza, lontano dalle case e dagli impianti sportivi, sta il complesso di detenzione: oggi tutti e quindici i prigionieri sono concentrati nello stesso edificio. È la fotografia di un luogo forzatamente normale, che convive con un’anomalia giuridica mai risolta.

Nelle cerimonie di oggi questa contraddizione è palpabile. Da una parte la giornata nazionale di servizio, il volontariato, la città che si mobilita per confezionare pasti, raccogliere sangue, sostenere i malati e i soccorritori colpiti negli anni da patologie legate all’esposizione di Ground Zero.

Dall’altra parte, l’America dei procedimenti infiniti, delle udienze in remoto dal Camp Justice, delle trasmissioni a circuito chiuso per i parenti che non riescono a volare a Cuba, delle famiglie che si dividono tra chi pretende un processo pubblico con la massima pena e chi avrebbe accettato una chiusura senza pena di morte pur di voltare pagina e conoscere i documenti nella loro interezza.

Eppure, nonostante la fatica e i decenni, i familiari oggi ci sono. Leggono i nomi, si fermano quando suonano le campane, ripetono la promessa di non dimenticare e, insieme, chiedono conto: che il contenzioso internazionale non venga archiviato per stanchezza diplomatica; che il caso penale non resti prigioniero di cavilli e udienze interlocutorie; che i programmi sanitari per le vittime e i soccorritori continuino ad essere finanziati senza incertezze. Memoria e pressione politica, nello stesso giorno, spesso nelle stesse persone.

Ventiquattro anni dopo, gli Stati Uniti mostrano due verità che convivono senza toccarsi del tutto. C’è la verità civica di una comunità che ogni 11 settembre ricostruisce la propria unità intorno alla lettura dei nomi, ai fiori, ai momenti di silenzio. E c’è la verità giudiziaria di un caso simbolo che non riesce a farsi processo.

È in questo scarto, tra la precisione con cui la memoria ha imparato a ripetersi e l’indeterminatezza con cui la giustizia continua a rinviarsi, che i familiari hanno scelto di stare ancora una volta: dentro le cerimonie, a condividere il lutto, e fuori dalle cerimonie, a ricordare a tutti che la promessa di verità non è stata ancora mantenuta.

“Post 9/11 Ground Zero photos” by New York National Guard is licensed under CC BY-ND 2.0.