Yemen, guerra infinita tra fame, raid e colera

A fine agosto, un raid attribuito a Israele su Sana’a ha ucciso il premier designato degli Houthi insieme ad altri dirigenti del movimento. Il colpo ha un valore militare ma soprattutto politico: dice che la guerra yemenita non è un conflitto “interno”, bensì una faglia aperta nel cuore del Medio Oriente, collegata alla partita regionale con Iran, Mar Rosso e Gaza.

La risposta degli Houthi è arrivata con nuove minacce sulla rotta di Bab el-Mandeb; la contro-risposta, con raid statunitensi e britannici su infrastrutture militari yemenite. Tutto come prima, solo più fragile.

Chi combatte davvero

Gli Houthi, movimento sciita zaydita radicato nel nord attorno a Saada, hanno preso Sana’a nel 2014 approfittando del vuoto politico seguito alla caduta di Saleh e alla transizione incompiuta dopo le rivolte del 2011. Nel 2015 l’intervento della coalizione guidata da Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti ha trasformato l’insurrezione in guerra aperta.

Nel sud è cresciuto il Consiglio di Transizione Meridionale, sostenuto da Abu Dhabi e orientato a un ritorno all’indipendenza; a est resistono milizie tribali e unità legate al partito islamista Islah; nel caos prosperano gruppi jihadisti come Al Qaeda nella Penisola Arabica e cellule dello Stato islamico. Marib è diventata la linea del fronte per il controllo dell’energia, Taiz una città assediata, Hodeida la valvola che decide se il Paese respira o soffoca.

Radici socio-economiche: perché lo Yemen si è spezzato

Il primo crollo è stato quello del “patto del petrolio”. Per due decenni lo Stato aveva retto grazie alle rendite degli idrocarburi, che permettevano di pagare stipendi pubblici, sussidi e reti clientelari. Quando la produzione è diminuita e infine quasi sparita, i salari di insegnanti, medici e impiegati hanno smesso di arrivare. Senza quelle entrate, intere province sono precipitate nel vuoto.

A ciò si è sommata l’esplosione demografica. Con un’età mediana sotto i vent’anni, centinaia di migliaia di giovani ogni anno bussano a un mercato del lavoro inesistente. Le uniche porte rimaste aperte sono state quelle dell’arruolamento nelle milizie o della migrazione all’estero. Ma la guerra ha reso più difficili anche queste vie di fuga: confini blindati, rimesse in calo, famiglie senza ossigeno.

C’è poi il nodo dell’acqua. Lo Yemen è uno dei Paesi più aridi al mondo, con falde che si prosciugano e una capitale, Sana’a, a rischio di restare senz’acqua entro pochi anni. La coltivazione intensiva del qat, pianta che assorbe enormi quantità d’acqua e assorbe gran parte della manodopera, ha accelerato il collasso dell’agricoltura tradizionale. Senza acqua non c’è produzione agricola; senza agricoltura non c’è economia rurale; e senza economia rurale restano solo migrazione e conflitto.

“Buying Khat, Yemen” by Rod Waddington is licensed under CC BY-SA 2.0.

La guerra ha frammentato persino la moneta. La banca centrale si è spaccata, con due valute in circolazione: un “rial vecchio” nel nord e un “rial nuovo” nel sud. Due inflazioni diverse, due mercati paralleli, una certezza comune: i prezzi del cibo continuano a salire. Il pane, quando si trova, costa sempre più caro.

Il blocco dei porti e gli assedi hanno fatto il resto. Controlli sulle importazioni di carburante, strade interrotte, trasporti rallentati: tutto diventa più costoso, dalle medicine al grano. A Taiz, dieci chilometri di distanza si percorrono in ore su piste sterrate, pagando mazzette ai checkpoint. Gli ospedali, intanto, lavorano a corrente alternata. Senza energia i generatori si spengono, le pompe dell’acqua si fermano, i frigoriferi dei vaccini si surriscaldano.

Il conto umano

Le stime parlano chiaro: oltre 150.000 morti dirette per combattimenti, più di 377.000 se si contano anche fame, malattie e mancanza di cure. Gli sfollati interni sono milioni. La malnutrizione acuta colpisce un bambino su quattro; un milione di minori sotto i cinque anni rischia la vita per mancanza di cibo. Gli ospedali bombardati o senza risorse non riescono a fermare epidemie di colera, morbillo, dengue. La guerra ha interrotto l’istruzione di un’intera generazione.

Il Mar Rosso come fronte globale

Gli Houthi hanno trasformato lo stretto di Bab el-Mandeb in leva strategica: droni, missili e abbordaggi contro la navigazione commerciale sono rivendicati come gesto di solidarietà con Gaza e come arma di deterrenza contro Arabia Saudita e Stati Uniti. La rotta marittima si sposta, i costi delle assicurazioni salgono, il traffico del Canale di Suez si riduce. Washington e Londra rispondono con campagne aeree e navali; Oman prova a mediare; Riad tratta sottotraccia per blindare i propri confini; Abu Dhabi difende i porti e gli interessi economici. L’incursione israeliana su Sana’a si inserisce in questo mosaico: un messaggio a Teheran, un avvertimento agli Houthi, un nuovo ostacolo a qualsiasi tentativo di negoziato.

Politica intrappolata

Le tregue hanno prodotto solo fiammate di ottimismo: qualche scambio di prigionieri, aperture sui salari, dialoghi sui ricavi portuali. Ma ogni passo avanti si è infranto contro tre questioni irrisolte. La prima riguarda il denaro: chi deve incassare e come vanno distribuite le entrate del petrolio e dei porti. La seconda riguarda la sicurezza: chi controlla le città, le strade, i checkpoint. La terza riguarda il sud, dove il Consiglio di Transizione chiede un referendum sull’indipendenza. Senza risposte, la politica resta prigioniera della guerra.

Dopo il raid

Colpire i vertici Houthi può produrre effetti immediati, ma spesso rafforza la logica dell’assedio. La società yemenita, intanto, continua a fare conti più semplici: pane, acqua, cure. Quando queste tre cose tornano, la guerra perde carburante; quando mancano, ogni tregua è solo una pausa.

Lo Yemen oggi mostra che non esiste pace senza economia, né economia senza acqua, né acqua senza politica. Sotto i droni, le esplosioni e i comunicati ufficiali, la vita continua a declinarsi nel piccolo: una madre che divide il pane, un infermiere che conserva l’ultimo litro di carburante per l’incubatrice, un ragazzo che ricarica il telefono con un pannello improvvisato. È lì, molto prima dei raid e molto dopo le trattative, che si decide davvero la guerra.

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