Quattro morti, centinaia di arresti, una capitale paralizzata. È il bilancio – provvisorio – delle proteste esplose in Angola nelle ultime 48 ore, in seguito alla decisione del governo di aumentare del 33% il prezzo del diesel. Il provvedimento, presentato come una riforma necessaria per ridurre il deficit pubblico, ha innescato un’ondata di rabbia popolare che attraversa i quartieri più poveri di Luanda e si estende in altre province.
Barricate, scontri, saccheggi, gas lacrimogeni. La protesta è partita dal settore del trasporto urbano – tassisti e conducenti di minibus (“candonga”) – ma è rapidamente degenerata in disordini generalizzati. Nella sola notte tra lunedì e martedì, sono stati fermati oltre 400 manifestanti, portando il numero complessivo degli arresti a più di 500. Le autorità parlano di violenze da parte dei dimostranti, ma i video circolati mostrano anche interventi brutali delle forze dell’ordine e violazioni dei diritti dei detenuti.
Una riforma che colpisce i più poveri
La scintilla delle proteste è economica. Il governo ha annunciato l’ennesimo passo verso la eliminazione dei sussidi ai carburanti, sostenuto anche dal Fondo Monetario Internazionale. Il diesel è passato da 300 a 400 kwanzas al litro: una cifra apparentemente contenuta, ma devastante in un paese dove quasi la metà della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno.
Le tariffe dei trasporti sono immediatamente salite, seguite a ruota dai prezzi di beni e servizi. Per chi vive nei sobborghi, lavora nei mercati o si sposta ogni giorno per lavorare a giornata, questo è un colpo durissimo.
Una crisi sociale strutturale
Le tensioni economiche sono solo la punta dell’iceberg. Secondo i dati più recenti della Banca Mondiale, il tasso di disoccupazione giovanile supera il 53%, e l’inflazione continua a erodere i salari, già bassissimi. Le disuguaglianze territoriali e la scarsità di servizi pubblici amplificano la sensazione di abbandono.

Il governo, guidato dal presidente João Lourenço (MPLA), cerca da tempo di presentarsi come riformatore, ma per gran parte della popolazione il potere resta nelle mani di una ristretta élite economico-militare, erede diretta del regime post-coloniale. L’opposizione è debole, le elezioni poco trasparenti, la stampa libera quasi assente.
Una democrazia soffocata
Le proteste di questi giorni si innestano in un clima politico segnato da repressione e controllo. Organizzazioni internazionali come Amnesty International hanno documentato negli ultimi anni l’uso sistematico della forza per zittire il dissenso, arresti arbitrari di attivisti e oppositori, e una giustizia spesso subordinata all’esecutivo.
Il diritto di manifestare pacificamente, teoricamente garantito dalla Costituzione, è in realtà negato nei fatti. Le proteste contro il caro-carburanti si trasformano così in un contenitore più ampio di frustrazione: contro la povertà, contro la corruzione, contro un potere che si presenta come tecnico, ma resta opaco e autoritario.
L’instabilità che preoccupa (anche l’estero)
Angola è uno dei principali esportatori di petrolio dell’Africa. Le sue relazioni con Cina, Russia e multinazionali occidentali sono strategiche, soprattutto per gli approvvigionamenti energetici. Un’escalation di instabilità sociale avrebbe conseguenze anche fuori dai confini nazionali.
E mentre il governo prova a rassicurare con vaghe promesse di redistribuzione, la popolazione angolana – giovane, urbana e senza voce – comincia a riempire le strade. Non solo per il diesel. Ma per il diritto a un futuro che non sia interamente consumato dalla sopravvivenza.



