C’è un piccolo regno nell’Africa australe, senza sbocchi sul mare e governato da un monarca assoluto, che oggi si ritrova suo malgrado al centro della geopolitica americana dell’espulsione. Si chiama Eswatini, ed è qui che cinque uomini condannati per crimini gravi negli Stati Uniti — provenienti da Vietnam, Yemen, Giamaica, Laos e Cuba — sono stati deportati, perché nessun altro paese ha voluto riprenderseli. Né i loro governi, né — va da sé — gli Stati Uniti.
Il messaggio è chiaro: quando non sai dove piazzare i “mostri depravati” — come li ha definiti il Dipartimento per la Sicurezza Interna USA — paghi qualcun altro per tenerli. Non importa se quel “qualcun altro” è un paese in cui, secondo il Dipartimento di Stato americano stesso, si registrano torture, esecuzioni extragiudiziali, assenza di indipendenza giudiziaria e repressione politica sistematica.
E così, Re Mswati III, l’ultimo monarca assoluto d’Africa, già noto per il suo stile di vita lussuoso e la gestione autoritaria del paese, ha accolto i cinque uomini nella prigione di massima sicurezza di Matsapha. Per dodici mesi, forse di più. Isolati, controllati, ma a quanto pare ben “integrati” nel regime carcerario locale. Il governo ha fatto sapere che non godranno di alcun trattamento speciale, mentre gli attivisti sul posto denunciano l’assoluta opacità dell’intera operazione.
Il sospetto — per molti, la certezza — è che si tratti di un vero e proprio accordo commerciale sotto mentite spoglie: Eswatini come deposito per rifiuti penali d’Oltreoceano, in cambio di fondi e supporto diplomatico. “Tratta di esseri umani mascherata da accordo di espulsione”, denuncia il principale partito di opposizione, Pudemo. “La nostra patria non è una discarica per i problemi degli altri”, gridano i manifestanti davanti all’ambasciata americana.

Intanto, nessuno sa esattamente cosa preveda l’accordo tra Washington e Mbabane. Il governo locale ammette che altri deportati potrebbero arrivare, “in base alla disponibilità di strutture”. Le organizzazioni della società civile hanno lanciato un appello urgente perché l’intesa venga resa pubblica. Ma a oggi, tutto tace.
Non è la prima volta che gli Stati Uniti usano paesi terzi come discariche diplomatiche per deportati di difficile collocazione. È già successo con otto persone trasferite in Sudan del Sud dopo settimane di detenzione in container a Gibuti, o con oltre 200 venezuelani deportati a El Salvador. Ma l’episodio di Eswatini rappresenta una nuova frontiera, inquietante e pericolosa, in cui la logica securitaria occidentale si salda a regimi repressivi disposti a tutto per mantenere il proprio fragile equilibrio.
La contraddizione è feroce. Mentre gli Stati Uniti dicono di voler promuovere democrazia e diritti umani in Africa, utilizzano come “paese contenitore” una nazione in cui l’opposizione è ridotta al silenzio, le proteste vengono represse nel sangue e le istituzioni democratiche sono solo una facciata.
E intanto, i cittadini di Eswatini si ritrovano a convivere — contro la loro volontà e senza alcuna trasparenza — con individui bollati come “irrecuperabili” da un sistema giudiziario lontano migliaia di chilometri. Una scelta che non solo solleva interrogativi morali e politici, ma che rischia di compromettere la già fragile sicurezza locale.
In tempi in cui l’immigrazione e le deportazioni diventano strumenti di guerra culturale e diplomatica, questa vicenda ci ricorda che la politica estera può essere anche fatta di gabbie, accordi segreti e cinismo. Ma soprattutto ci dice che, per qualcuno, l’Africa resta un luogo dove scaricare i problemi. Materiali, umani, penali. E poi girarsi dall’altra parte.



