Due anni dopo l’accordo di Pretoria che ha posto fine alla devastante guerra del Tigray, l’Etiopia sembra sull’orlo di una nuova crisi armata. Tra scontri sporadici, divisioni interne e riarmo, il rischio di una nuova esplosione di violenza è reale. E ancora una volta, al centro delle tensioni, c’è un attore determinante ma poco sotto i riflettori: l’Eritrea.
Un regime militare eterno e senza freni
Guidata da Isaias Afwerki dal 1993, l’Eritrea è una delle dittature più longeve e impenetrabili del pianeta. A partire dal 2001, il Paese ha di fatto abolito ogni forma di libertà di stampa, di dissenso politico e di organizzazione civile. Gli eritrei vivono sotto un controllo capillare, in un sistema che combina repressione, sorveglianza e mobilitazione forzata.
Il servizio nazionale obbligatorio, ufficialmente limitato a 18 mesi, in realtà dura spesso per decenni. I giovani vengono arruolati già a 17 anni e destinati a compiti che spaziano dall’addestramento militare al lavoro agricolo, dall’insegnamento alla manodopera per aziende pubbliche o minerarie, anche in condizioni di sfruttamento estremo.
I coscritti, uomini e donne, non possono scegliere né se arruolarsi né quando smettere. Il lavoro forzato è la norma. Le donne subiscono anche abusi sessuali sistemici, come documentato da organizzazioni internazionali.
Secondo il report delle Nazioni Unite (A/HRC/29/CRP.1), il governo continua a reclutare anche minori e a impiegare studenti nei campi di addestramento. Il programma Sawa, un’accademia militare obbligatoria per i diplomandi, è il passaggio forzato verso il servizio nazionale. Chi non vi partecipa non può accedere a università o lavori statali. Il regime limita i permessi di viaggio, impedisce l’emigrazione legale e punisce con detenzioni, torture o ritorsioni familiari chi tenta la fuga.
Saccheggi e traffici: il ruolo occulto nella guerra del Tigray
Durante la guerra del Tigray (2020–2022), le forze eritree sono state tra le più attive sul terreno, alleate del governo etiope contro il TPLF. Tuttavia, mentre l’accordo di Pretoria imponeva il ritiro delle truppe straniere dalla regione, l’Eritrea non solo non è stata coinvolta nei negoziati, ma ha anche mantenuto una presenza militare attiva, violando il cessate il fuoco.
Il rapporto del gruppo investigativo The Sentry documenta come l’Eritrea abbia usato il conflitto per consolidare il proprio potere economico e militare: fabbriche smantellate e trasferite in Eritrea, oro e sesamo esportati illegalmente, persone trafficate oltre confine. Il saccheggio sistematico del Tigray ha permesso ad Asmara di accumulare valuta estera e rafforzare la propria influenza.

In parallelo, l’Eritrea avrebbe addestrato milizie etiopi, come la Fano nella regione Amhara, protagoniste di recenti scontri con le forze federali. Questo fa parte di una strategia deliberata: mantenere l’Etiopia divisa, instabile, troppo debole per rappresentare una minaccia o un modello alternativo.
Riarmo silenzioso e tensioni crescenti
Secondo DW e The Sentry, l’Eritrea starebbe oggi rafforzando le proprie postazioni militari lungo il confine con il Tigray, con possibili avanzamenti in territorio etiope fino a 10 km. Intanto, il TPLF è internamente diviso: una parte guidata da Debretsion Gebremichael cerca una soluzione politica, mentre l’ex generale Tadesse Werede è stato nominato capo del governo ad interim. Le tensioni interne rendono la regione vulnerabile, e molti temono un nuovo intervento militare.
Il governo etiope, dal canto suo, gioca una partita rischiosa. Il primo ministro Abiy Ahmed sembra voler mantenere i vari attori locali (TPLF, Amhara, Oromia) in una condizione di equilibrio precario, dividendo le alleanze per impedire una coalizione unitaria contro di lui. Ma questa strategia potrebbe sfuggirgli di mano, soprattutto in vista delle elezioni del 2026.
Nel frattempo, si moltiplicano i segnali di preparativi bellici: i civili nel Tigray ritirano contanti, accumulano beni di prima necessità, e vivono nel timore di una nuova guerra. Le promesse di pace si scontrano con la realtà di un conflitto congelato, pronto a riaccendersi.
Una crisi ignorata
L’Eritrea, dal canto suo, continua ad agire impunemente. Ha approfittato del rinnovato legame con l’Etiopia nel 2018 per revocare l’embargo ONU sulle armi, e ha acquistato forniture anche dalla Russia. Le sue forze sono accusate di gravi crimini di guerra e tratta di esseri umani in Tigray, ma finora nessuna sanzione significativa ha colpito il regime.
Il governo eritreo nega tutte le accuse, bollando i rapporti come propaganda. Ma dietro la cortina, il sistema resta lo stesso: lavoro forzato, repressione, addestramento di minori, sfruttamento delle donne, migliaia di persone fuggite all’estero, e ora una nuova escalation militare.
L’ombra lunga di Asmara
Se la comunità internazionale vuole davvero stabilizzare il Corno d’Africa, non può più ignorare l’Eritrea. Il suo regime non è solo una tragedia per i suoi cittadini, ma un fattore attivo di destabilizzazione regionale. La guerra del Tigray ha mostrato quanto Afwerki sia disposto a spingersi lontano per i suoi interessi. Oggi, con il riarmo alle porte e il conflitto etiope di nuovo in bilico, l’inerzia diplomatica rischia di lasciare campo libero a una delle dittature più feroci del mondo.
Un’azione seria, a partire da pressioni multilaterali per il ritiro eritreo dal Tigray e la smobilitazione del servizio nazionale permanente, è indispensabile. Altrimenti, il Corno d’Africa continuerà a vivere in uno stato di guerra sospesa – e l’Eritrea continuerà a fare da miccia.



