Nel 2024, oltre una persona su cinque nell’Unione Europea è a rischio di povertà o esclusione sociale. È quanto emerge dagli ultimi dati pubblicati da Eurostat, che rilevano una leggera diminuzione rispetto all’anno precedente – appena 0,4 punti percentuali – ma che non rappresenta in alcun modo una svolta.
La Rete europea contro la povertà (EAPN) è stata netta: «Non possiamo festeggiare una piccola diminuzione quando vediamo più persone vivere per strada, file più lunghe per accedere ai pacchi alimentari e un bisogno crescente di aiuti sociali».
La statistica sembra contraddirsi da sola. Se la povertà “tecnica” diminuisce, ma gli effetti della povertà reale sono sempre più visibili nelle città europee, allora forse è il metodo di lettura a essere carente. O forse è la narrazione ottimista a essere fuori tempo. In ogni caso, il dato generale resta allarmante: quasi 94 milioni di cittadini europei vivono in condizioni economiche precarie o vulnerabili.
I Paesi con i livelli più alti di rischio sono ancora una volta quelli dell’Est e del Sud Europa. In cima alla classifica c’è la Bulgaria, con oltre il 30 per cento della popolazione esposta a povertà o esclusione sociale, seguita da Romania e Grecia.
Ma i segnali d’allarme non riguardano solo l’Est. Anche la Francia, ad esempio, ha registrato nel 2023 il tasso di povertà più alto dal 1996: è passato dal 14,4 al 15,4 per cento in un solo anno, colpendo in modo particolare i nuclei monoparentali e i minori.
In Italia, come in molti altri Paesi, la vulnerabilità economica è profondamente legata all’origine e alla composizione delle famiglie. Le famiglie con almeno un cittadino straniero sono risultate nel 2023 molto più esposte al rischio povertà: il 30,4 per cento contro appena il 6,3 per cento delle famiglie composte esclusivamente da cittadini italiani. Un dato che denuncia un problema di integrazione sociale ed economica ancora lontano dalla risoluzione.
Le disuguaglianze, inoltre, si accentuano in modo sistemico tra alcuni gruppi specifici. Le donne, i giovani adulti tra i 18 e i 24 anni, le persone con basso livello di istruzione e i disoccupati sono significativamente più esposti alla povertà rispetto ad altri segmenti della popolazione. A Cipro, per esempio, il 18,5 per cento delle donne è a rischio, contro il 15,6 per cento degli uomini.

Questo divario riflette, secondo l’EAPN, l’effetto delle disuguaglianze strutturali, come il carico sproporzionato di lavoro di cura non retribuito che grava sulle donne o la difficoltà dei giovani a trovare un impiego stabile e un alloggio dignitoso.
Il problema non riguarda solo la quantità di persone a rischio, ma anche la qualità della risposta politica. Da anni si insiste sull’importanza del rapporto tra povertà e accesso all’istruzione, e i dati lo confermano: le probabilità di cadere in povertà diminuiscono sensibilmente se si ha un titolo di studio più elevato.
Tuttavia, la mobilità sociale resta rigida, e molte famiglie faticano a garantire ai figli le condizioni per migliorare il proprio status. In un’Europa che formalmente promuove l’uguaglianza di opportunità, questo resta un nodo irrisolto.
Il miglioramento rilevato da Eurostat, insomma, esiste solo in senso tecnico e statistico. Ma la fotografia sociale dell’Unione Europea racconta un’altra storia: quella di un continente in cui i meccanismi di protezione sociale stanno cedendo sotto il peso di crisi economiche a catena, di una precarizzazione crescente del lavoro e di una crisi abitativa che in molti Paesi è ormai strutturale.
A rendere ancora più evidente il divario tra i numeri e la realtà vissuta sono le testimonianze quotidiane, gli sportelli delle associazioni sempre più affollati, i centri di accoglienza pieni, le mense solidali che faticano a soddisfare la domanda.
Una persona su cinque vive in una condizione di povertà o esclusione sociale. Eppure, l’attenzione politica resta bassa, l’opinione pubblica si abitua e la comunicazione ufficiale tende ad aggrapparsi a variazioni minime per parlare di progresso.
Ma non c’è nulla da festeggiare. L’Europa non può considerarsi civile, giusta o prospera se la povertà resta una condizione diffusa e, peggio ancora, ereditaria.
Servono interventi profondi, non aggiustamenti. Servono politiche coraggiose, redistributive, strutturali. E serve, prima di tutto, riconoscere la realtà per quella che è, non per quella che fa comodo raccontare.



