Il vero piano europeo? Milioni di poveri ben distribuiti

Ogni anno l’Eurostat misura la povertà nell’Unione Europea. E ogni anno il dato non cambia di molto: oltre il 20% della popolazione è a rischio povertà o esclusione sociale. Nel 2024 si parla di 93,3 milioni di persone, 13,5 solo in Italia. In testa alla classifica della disperazione ci sono Bulgaria, Romania, Grecia. Ma anche Spagna, Francia e Germania superano abbondantemente i 10 milioni. Un fenomeno diffuso, strutturale, che attraversa paesi ricchi e poveri, produttivi e indebitati. E allora la domanda che pochi osano porre apertamente è: a chi serve che ci siano così tanti poveri in Europa?

La risposta più onesta è: a molti. E soprattutto, ai più potenti. Non solo per cinismo, ma per logica economica. La povertà, in un sistema come il nostro, non è un malfunzionamento: è un componente essenziale del motore.

Serve innanzitutto a chi controlla il mercato del lavoro. Le imprese – piccole, medie e grandi – hanno bisogno di manodopera disponibile, ricattabile, sottopagata. La povertà crea questa riserva. Dove c’è povertà, i lavoratori accettano condizioni peggiori, non fanno vertenze, rinunciano a diritti. I grandi gruppi della logistica e della distribuzione – Amazon, DHL, Zara, Carrefour – prosperano grazie a migliaia di lavoratori intermittenti, sottopagati, invisibili. Ma anche il piccolo commerciante, il subappaltatore edile, il titolare del ristorante che assume a nero guadagnano dal fatto che ci siano abbastanza persone disperate da accettare turni impossibili per paghe da fame.

Non è un caso se la crescita dell’occupazione negli ultimi anni in Italia si accompagna all’aumento del rischio povertà: crescono i contratti a tempo determinato, i part-time involontari, i lavoratori autonomi senza tutele. La povertà dei lavoratori è oggi il lubrificante della produttività: uno strumento per abbattere i costi senza toccare i profitti.

Serve alla politica, che usa la povertà come strumento di consenso. I bonus, i sussidi una tantum, le card per la spesa: tutto serve a costruire una relazione di dipendenza tra cittadini e governo. Non si affrontano le cause strutturali della povertà – precarietà, disoccupazione, bassi salari – ma si distribuiscono mance in cambio di pace sociale. Intanto si smantellano i servizi: sanità, scuola, trasporti. La povertà, paradossalmente, garantisce stabilità: un elettorato impaurito, diviso, isolato, è più controllabile. Lo Stato sociale non si espande: si ritira. E la politica sociale diventa carità selettiva.

Serve anche al mercato finanziario. Le banche e le finanziarie prosperano sulle difficoltà economiche delle famiglie. Prestiti rapidi, microcredito, rate per acquistare anche beni essenziali. Quando le persone non hanno abbastanza reddito, entrano in un circuito di debiti: e i debiti generano profitti. L’affitto, diventato ormai insostenibile in molte città europee, è una rendita garantita per chi ha accumulato proprietà e capitali. La povertà di alcuni diventa l’arricchimento passivo di altri.

Non a caso il settore immobiliare e quello finanziario sono tra i più redditizi nell’economia europea. Chi compra case per affittarle beneficia di un mercato drogato, dove l’offerta pubblica è ridotta all’osso e le alternative non esistono. E chi presta denaro guadagna sul tasso di interesse applicato a chi non ha scelta. In questo modo, la povertà produce business: dai pacchi alimentari venduti all’UE da multinazionali fino alle commissioni sui prestiti a breve termine.

Infine, la povertà serve a costruire una narrazione. Quella della colpa individuale: “non hai studiato abbastanza”, “non ti sei dato da fare”, “sei rimasto indietro”. In questo modo si neutralizza ogni discorso collettivo, ogni rivendicazione politica. Se sei povero, è colpa tua. E se è colpa tua, nessuno deve cambiare il sistema. Si crea così un perfetto circolo vizioso: la povertà come effetto del sistema e al tempo stesso giustificazione per non metterlo in discussione.

Eppure ci sono scelte politiche precise dietro questi numeri. Si sono deregolamentati i mercati del lavoro, tagliate le imposte sui redditi alti, precarizzate le generazioni giovani, privatizzati i servizi essenziali. Si è scelto di scaricare il rischio sulle famiglie, sulle donne, sugli immigrati, sui disoccupati. L’idea stessa di welfare universale è stata bollata come “insostenibile”. La lotta alla povertà è diventata gestione della povertà. E un’occasione di profitto.

Nel frattempo, si continua a misurare la povertà come se fosse un fenomeno naturale, un dato statistico come la pioggia o la temperatura. Ma quei 93 milioni non sono una pioggia improvvisa. Sono il prodotto di scelte precise: di chi ha deciso che la competitività viene prima dei diritti, che il profitto conta più del benessere, che la povertà è tollerabile purché sia silenziosa.

Quei 93 milioni di poveri sono il prodotto di scelte precise: di chi ha deciso che la competitività viene prima dei diritti, che il profitto conta più del benessere, che la povertà è tollerabile purché sia silenziosa.

Non è vero che non si sa come eliminare la povertà. È che non conviene farlo. Perché un’Europa dove tutti vivono dignitosamente sarebbe meno flessibile, meno docile, meno redditizia per chi detiene il potere economico. Vorrebbe dire alzare i salari, regolarizzare il lavoro, tassare le rendite, investire nella spesa pubblica, restituire potere a chi oggi non ne ha.

In una parola: redistribuire. E questo, per molti, è semplicemente inaccettabile e i pochi pallidi riformisti e progressisti che, a parole, accennano a questa soluzione non hanno la forza e il coraggio di farne una piattaforma politica. Non perché sia impossibile. Ma perché rompere la povertà significa rompere il sistema. E nessuno ha davvero intenzione di farlo.