L’insicurezza alimentare e nutrizionale continua a imperversare, peggiorata da un insieme di fattori che vanno dal cambiamento climatico ai conflitti geopolitici, dai prezzi alimentari vertiginosi alla speculazione finanziaria.
I dati più recenti, tra cui il rapporto “State of Food Security and Nutrition in the World” del 2023, rivelano una situazione drammatica: oltre 733 milioni di persone nel mondo hanno sofferto di malnutrizione nel 2023, con un aumento spaventoso di 152 milioni rispetto al 2019. Un aumento di appena l’1% dei prezzi globali dei prodotti alimentari spingerebbe altri 10 milioni di persone in estrema povertà.
Numeri che non solo evidenziano l’incapacità del sistema globale di affrontare questa sfida, ma soprattutto mette in luce una verità scomoda: chi detiene il potere economico continua a rendere difficile l’accesso a cibo sano e nutriente per milioni di persone.
Questa crisi non è solo il risultato di eventi climatici avversi o di guerre lontane. È il frutto di un sistema alimentare globale che ha visto il prevalere degli interessi delle grandi multinazionali e dei produttori di materie prime, i quali traggono profitto dalla manipolazione dei prezzi e dalla scarsità di risorse.
L’inflazione alimentare, che ha colpito il mondo intero nel 2022, non è semplicemente una questione di aumento dei costi di produzione. Le stesse multinazionali della distribuzione alimentare e dei produttori agricoli sono tra i principali responsabili del costante innalzamento dei prezzi.
Le strategie di accumulo di riserve e la concentrazione del mercato sono meccanismi volti a massimizzare i profitti, costringendo le persone più povere a spendere una fetta sempre maggiore del loro reddito per cibo, mentre i consumatori ricchi continuano a nutrirsi in abbondanza.

Il fenomeno della “fame nascosta”, che oggi colpisce 2,8 miliardi di persone, è la diretta conseguenza di queste dinamiche. L’accesso a una dieta sana è divenuto un privilegio per pochi, con milioni di famiglie che non possono permettersi cibi freschi e nutrienti a causa dei prezzi imposti dal mercato globale.
La disuguaglianza sociale e economica non è solo un effetto collaterale di un sistema malato: è il suo motore principale. Le politiche neoliberiste, che promuovono la deregulation dei mercati alimentari e la privatizzazione dei servizi essenziali, sono la causa strutturale di questa disuguaglianza.
Mentre i paesi sviluppati continuano a concentrarsi sull’innovazione tecnologica e sulla produzione di alimenti altamente trasformati, i Paesi in via di sviluppo, invece, sono schiacciati dalla speculazione alimentare e dall’aumento dei costi legati ai cambiamenti climatici.
Le grandi aziende agroalimentari, supportate da politiche agricole che premiano l’intensificazione della produzione a discapito della sostenibilità, sono tra i maggiori responsabili del disastro.
Anche le istituzioni internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale, spesso impongono politiche che favoriscono l’esportazione di cibo a basso costo, contribuendo alla fame in molti paesi, pur di mantenere l’ordine economico globale che li sostiene.
Il costo crescente del cibo, unito alla scarsità di risorse causata dalle politiche agricole insostenibili, non è solo un problema economico, ma anche etico. La capacità di produrre cibo sufficiente per tutti esiste, ma è il sistema che impedisce che questo cibo arrivi a chi ne ha bisogno.
I giganti della distribuzione e i governi che non sono disposti a mettere in discussione l’attuale ordine economico continuano a sacrificare il benessere della maggioranza per il profitto di pochi.
Finché non si affronteranno queste disuguaglianze strutturali, non ci sarà speranza di abbassare i prezzi o di garantire a tutti l’accesso a cibi sani e nutrienti. La domanda che ci si dovrebbe porre non è solo come alimentare il mondo, ma chi detiene il controllo sul cibo e perché non viene messo in discussione il sistema che lo gestisce.



