Povertà e jihad: la bomba sociale in Costa d’Avorio

Nel nord della Costa d’Avorio, tra mercati polverosi, scuole improvvisate e villaggi affacciati sulla savana, si sta combattendo una guerra silenziosa. Non è fatta solo di armi o incursioni notturne, ma di promesse, denaro facile e illusioni di futuro. È la guerra dell’estremismo jihadista che, lentamente e con metodo, si infiltra nelle fratture di una società giovane, povera e abbandonata.

Il Sahel, regione a lungo instabile, non è più l’unico teatro operativo del jihadismo. Dopo aver consolidato la propria presenza in Mali, Burkina Faso e Niger, i gruppi affiliati ad Al Qaeda e allo Stato Islamico si spingono oggi verso sud, puntando alle coste dell’Africa occidentale. Costa d’Avorio, Ghana, Togo e Benin sono i nuovi obiettivi. Tra queste, la Costa d’Avorio è la linea del fronte, il muro sottile tra il caos e la parvenza di ordine.

Le armi del jihadismo: soldi, moto e silenzi
Nel nord ivoriano, i jihadisti non arrivano in convoglio armato, ma in silenzio. Si mescolano tra la popolazione, comprano cibo al mercato, parlano la lingua locale. Soprattutto, reclutano. Non con la forza, ma con la leva più potente: la disperazione giovanile.

Oltre il 75% della popolazione ivoriana ha meno di 35 anni. La maggioranza non ha un lavoro stabile, né prospettive reali. Dopo mesi di formazione professionale finanziata dal governo, molti giovani non ottengono alcun impiego. Alcuni ex tirocinanti ricevono in cambio solo un pezzo di sapone alla settimana. In questo vuoto si inseriscono i jihadisti: offrono una moto, qualche banconota, un’arma leggera e uno scopo. Per chi non ha nulla, è tanto.

Quando lo Stato manca, l’insorgenza prende il suo posto
Lo Stato ivoriano ha investito in sicurezza: ha costruito basi militari, pattuglia i confini e ha intensificato la raccolta di informazioni. In alcune aree, come Kafolo, la presenza dei soldati ha ridotto gli attacchi. Ma non basta. Perché il problema non è solo militare: è strutturale.

Photo UN-REDD Programme Image Bank CC BY-NC 2.0

In villaggi come Doropo o Bolè, la presenza jihadista si insinua nella quotidianità. I leader religiosi locali li vedono, sanno chi sono, ma la popolazione li tollera, spesso per necessità. I jihadisti portano ordine dove il governo è assente, proteggono dai funzionari corrotti, distribuiscono beni. Il messaggio è chiaro: “Lo Stato vi ha dimenticati, noi no”.

Così, tra furti di bestiame, micro-credito armato e intimidazioni silenziose, l’insorgenza si consolida. Ed è questa mimetizzazione nella miseria a renderla più pericolosa dei colpi di fucile.

La discriminazione etnica come miccia
In Costa d’Avorio, la questione etnica si intreccia con quella jihadista. I gruppi affiliati ad Al Qaeda reclutano in particolare tra i Fulani, comunità pastorale spesso marginalizzata. Questo legame ha generato diffidenze e tensioni interne, alimentando un circolo vizioso in cui la discriminazione spinge i giovani verso chi li accoglie: i jihadisti.

Nel frattempo, l’afflusso di rifugiati Fulani dal Burkina Faso alimenta nuove pressioni sociali e identitarie in un equilibrio già fragile.

Il fallimento della cooperazione internazionale
Negli ultimi anni, la cooperazione occidentale ha mostrato segnali di ritirata. Dopo il ridimensionamento delle truppe francesi e americane nel Sahel, la Costa d’Avorio è diventata il nuovo baricentro della strategia antiterrorismo occidentale. Ma con risultati ambigui.

Gli aiuti internazionali sono diminuiti. Programmi fondamentali come quello dell’USAID, che monitorava l’estremismo in fase embrionale, sono stati interrotti. Il vuoto lasciato dall’Occidente non è stato colmato da un’efficace risposta africana coordinata. E dove mancano prospettive e risorse, cresce l’insorgenza.

Una partita ancora aperta
La Costa d’Avorio è ancora in tempo. Ma il tempo stringe. La risposta deve andare oltre i checkpoint militari o i corsi di formazione mal retribuiti. Serve una politica che riconosca il legame profondo tra povertà e radicalizzazione, che metta lavoro, istruzione e dignità al centro dell’azione di governo e della cooperazione esterna.

Altrimenti, la prossima avanzata jihadista non sarà un’invasione: sarà un’integrazione silenziosa, già in atto, che esploderà quando sarà troppo tardi.

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