Dal 13 maggio 2025 Tripoli è piombata nel caos dopo l’uccisione di Abdel Ghani al-Kikli, detto Gheniwa, leader dello Stability Support Apparatus (SSA), una delle milizie più potenti e controverse della capitale. La sua morte, avvenuta nella sede della 444a Brigata (formalmente parte dell’esercito libico), ha provocato violenti scontri armati nei quartieri centrali e periferici di Tripoli, con almeno 6 morti e oltre 70 feriti.
Kikli era una figura centrale negli equilibri militari della capitale e un uomo chiave per il Governo di Unità Nazionale (GNU) guidato da Abdul Hamid Dbeibah, sostenuto dalle Nazioni Unite. Il suo gruppo era formalmente alle dipendenze del Consiglio Presidenziale, ma in pratica operava come una struttura di potere autonoma e opaca, accusata da anni di gravi violazioni dei diritti umani.
Chi era Abdel Ghani al-Kikli
Kikli era noto per il suo controllo sul quartiere di Abu Salim e per le sue relazioni dirette con i vertici del potere politico a Tripoli. Negli anni, ha costruito una rete basata su intimidazioni, detenzioni arbitrarie, estorsioni e violenze sistematiche, soprattutto ai danni di migranti e richiedenti asilo. La sua figura appare in una denuncia formale alla Corte Penale Internazionale del 2022, in cui è accusato di crimini contro l’umanità.
Organizzazioni come Amnesty International e il Centro europeo per i diritti costituzionali e umani (ECCHR) lo hanno descritto come uno dei principali responsabili del sistema di abusi nei centri di detenzione libici. La sua milizia è accusata di aver usato il controllo territoriale e i fondi governativi per consolidare potere personale e arricchimento illecito.
Scontri e ripercussioni
L’uccisione di Kikli ha innescato un’escalation immediata: le sue forze dell’SSA si sono scontrate con la 444a Brigata, a loro volta supportate dalla milizia RADA, l’altra grande forza armata non ufficialmente sotto il controllo del governo. I combattimenti si sono concentrati nei quartieri di Abu Salim, Salah Eddin e Ain Zara, con l’impiego di armi pesanti e droni.
Il Ministero dell’Interno del GNU ha ordinato ai cittadini di restare in casa. L’aeroporto di Mitiga è stato temporaneamente chiuso, scuole e servizi sospesi. La Missione ONU in Libia (UNSMIL) ha condannato la violenza e ricordato che colpire civili può costituire crimine di guerra.

Contesto politico e fragilità strutturale
La Libia è divisa politicamente dal 2014. Da una parte il Governo di Unità Nazionale (GNU) a Tripoli, riconosciuto a livello internazionale e sostenuto da Turchia e Qatar. Dall’altra il Governo di Stabilità Nazionale (GNS) con sede a Bengasi, sostenuto da Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, guidato dal generale Khalifa Haftar.
Il cessate il fuoco del 2020 ha ridotto i grandi combattimenti, ma le milizie non sono mai state disarmate né integrate realmente nelle forze statali. Al contrario, sono diventate strumenti di potere territoriale e politico, con accesso diretto a risorse economiche, anche grazie alla gestione del flusso migratorio e dei fondi internazionali.
Il paradosso libico: crimini, migranti e impunità
L’instabilità cronica ha reso la Libia un nodo critico per le migrazioni verso l’Europa. Milizie come quella di Gheniwa controllano centri di detenzione illegali, dove migliaia di migranti subsahariani sono trattenuti senza processo, spesso torturati o venduti a trafficanti.
Kikli è stato fotografato a Roma lo scorso marzo, mentre visitava un ministro libico ricoverato. Un dettaglio che testimonia l’ambiguità dei rapporti tra governi occidentali e figure compromesse, spesso tollerate o persino sostenute in nome della “stabilità” o del contenimento dei flussi migratori.
Economia e petrolio
Nonostante la violenza, le esportazioni petrolifere non sono state interrotte. Tuttavia, la Sirte Oil Company ha sospeso i trasporti verso Tripoli, in attesa del ripristino dell’ordine. La Libia resta fortemente dipendente dalle esportazioni di greggio, gestite da un settore a sua volta influenzato da logiche clientelari e miliziane.
Una fragilità permanente
La morte di Gheniwa ha riportato alla luce una verità ignorata: il potere in Libia non si basa su istituzioni stabili, ma su equilibri di forza tra milizie, leader locali, sponsor stranieri e interessi economici. Ogni volta che una figura centrale viene eliminata, il sistema reagisce con il caos, perché nessuno controlla davvero tutto.
La speranza di una transizione democratica in Libia appare ancora lontana. E ogni volta che la violenza esplode, a pagare il prezzo sono soprattutto i civili: libici, migranti e chiunque si trovi in mezzo a una guerra che, per ora, non vuole finire.



