A giugno 2025, gli elettori italiani saranno chiamati a votare su cinque referendum abrogativi, tra cui uno che propone di ridurre da dieci a cinque anni il periodo di residenza richiesto agli stranieri extracomunitari per ottenere la cittadinanza italiana. Un’iniziativa sostenuta da una larga parte del mondo progressista, da +Europa a Possibile, dai Radicali al Partito Socialista Italiano, passando per il Pd e fino a Rifondazione Comunista. In questo contesto, il silenzio del Movimento 5 Stelle su questo quesito si fa assordante.
Non si tratta di una dimenticanza, né di una strategia prudente. È una scelta. Ed è una scelta che obbliga a riflettere sulla vera natura del M5S e sul suo presunto ancoraggio nel campo progressista. La mancata presa di posizione sul diritto di cittadinanza, tema simbolico e sostanziale per chiunque si richiami a valori di inclusione, uguaglianza e giustizia sociale, non è un’eccezione: è la conferma di una linea.
E’ un punto qualificante per il futuro, il referendum sulla cittadinanza. Se i referendum sul lavoro e sui diritti sindacali sono direttamente collegati alla vita di tutti i giorni dei lavoratori, fissi e precari, a questioni economiche e sindacali, il quesito sulla cittadinanza è un baluardo identitario importante. E’ la difesa di una visione della società inclusiva, aperta. Società italiana a cui gli immigrati, ed è l’Inps a dirlo, portano un contributo economico determinante per l’erogazione delle pensioni agli italiani.
Per comprendere la coerenza di questo silenzio pentastellato, bisogna tornare al primo governo Conte, nato nel 2018 dall’alleanza tra M5S e Lega. Durante quel periodo, il M5S votò e difese i cosiddetti “Decreti Sicurezza” voluti da Matteo Salvini. Norme che abolivano la protezione umanitaria per molti richiedenti asilo, criminalizzavano le ONG impegnate nei soccorsi in mare, ampliavano i casi di revoca della cittadinanza e rafforzavano un impianto repressivo e securitario in piena contraddizione con qualsiasi sensibilità progressista.
Anche allora il M5S non fu un soggetto passivo. Non subì quelle misure: le votò, le difese, le rese legge. Quando, nel 2019, cambiò alleanza e formò un governo con il Partito Democratico, giunse una parziale revisione di quei decreti. Ma il M5S non accompagnò mai quel processo con un’autocritica politica esplicita. Nessun mea culpa, nessuna presa di distanza netta dal passato. Solo un adeguamento tecnico, un riequilibrio calcolato.

Prossimamente, torneremo anche sulla posizione del Pd rispetto ai referendum che abrogano leggi volute da quel partito sotto altre gestioni, anche qui senza aver svolto un processo di identificazione di quell’errore che ha rovinato la vita di migliaia di lavoratori. Un’ambiguità dovuta ad equilibri interni, che l’attuale dirigenza non ha avuto la forza, ma nemmeno il coraggio, di rovesciare. In quel caso però, l’adesione al SI per la loro abrogazione costituisce un rinnegamento di fatto di quella stagione politica.
Al contrario, l’ambiguità pentastellata sull’attuale referendum sulla cittadinanza conferma la postura passata di chi ha governato con la xenofobia razzista e forcaiola della Lega di Salvini. Giuseppe Conte, oggi leader del M5S, non ha speso una parola sul tema della cittadinanza. Nessun endorsement, nessun appello al voto, nessuna riflessione pubblica su un tema che riguarda centinaia di migliaia di persone che vivono, lavorano e studiano in Italia senza godere dei pieni diritti civili. Al contrario, su altri referendum – quelli sul lavoro, sostenuti dalla CGIL – il Movimento ha preso posizione in modo netto. Questo doppio standard è illuminante.
Se un partito tace su un tema che definisce l’identità politica di un’area, quel silenzio è una scelta ideologica. E nel caso del M5S, è il segno di una continuità culturale con la stagione del governo con la Lega. Il Movimento, al di là delle alleanze parlamentari, non ha mai veramente rotto con l’impianto sovranista che lo ha reso compatibile con Salvini. Rimane un soggetto politico allergico alla complessità, che si muove per onde d’opinione, calibrando il consenso in base agli umori prevalenti più che su principi coerenti.
La sua collocazione nel cosiddetto “campo largo” insieme al Partito Democratico non è sufficiente a definirlo parte del fronte progressista. Anzi, il mantenere questa ambiguità rischia di delegittimare l’intero campo alternativo alla destra. Se la sinistra non ha il coraggio di distinguersi chiaramente da chi su un tema fondante come la cittadinanza sceglie di non schierarsi, allora offre a Giorgia Meloni e alla destra la rendita di una coerenza, seppur regressiva.
Il caso del referendum sulla cittadinanza non è dunque solo un episodio. È un segnale di fondo. Dimostra che il M5S non è parte della sinistra, ma nemmeno dei cosiddetti “progressisti”, né sul piano culturale né su quello politico. E che continuare a trattarlo come tale non solo è un errore analitico: è un ostacolo alla costruzione di una vera alternativa di governo.



