C’è qualcosa di simbolicamente feroce nel fatto che il governo più a destra della storia repubblicana scelga proprio la settimana del 25 aprile per proclamare cinque giorni di lutto nazionale per la morte di Papa Francesco. Nessuno mette in discussione la solennità dell’evento, né la figura di un pontefice che ha parlato spesso di pace, diritti, memoria.
Ma è difficile non vedere, in questa scelta così estesa e così tempestiva, un sottotesto politico: il desiderio di coprire, di affievolire, di “normalizzare” il 25 aprile, rendendolo una giornata in sordina, in tono minore. Un giorno in cui si consiglia di abbassare la voce, invece di alzarla per ricordare che la libertà è nata dalla disobbedienza.
Dove non arriva il manganello, arriva il protocollo. Dove non si può vietare apertamente, si invita al decoro. E così, sotto la croce del lutto, si tenta di mettere tra parentesi l’unica festa civile che non celebra vincitori, ma resistenti. Donne e uomini di ogni credo, dalle montagne alla città, che salvarono l’onore dell’Italia perdente.
No al fascismo, certo. Ma soprattutto no alla vigliaccheria, no al servilismo, no alla svendita dell’Italia a potenze straniere in cambio di un pezzo di potere. Ieri fu Berlino. Oggi? Budapest? Mar-a-Lago?
È curioso come, ogni anno, chi si indigna per le celebrazioni del 25 aprile tenda a presentarsi come il vero patriota. Come se onorare la Liberazione fosse un atto divisivo, mentre difendere la memoria di chi tradì l’Italia e consegnò il Nord ai nazisti fosse segno di amor di patria. Ma la storia, quella vera, è impietosa: la Repubblica Sociale Italiana fu un regime fantoccio, instaurato sotto occupazione militare straniera, responsabile di deportazioni, stragi e collaborazionismo.

Chi oggi nega la Resistenza o ne minimizza il valore sta continuando quella linea di asservimento. Se allora fu Berlino, oggi l’asse si è solo spostato: si parla con ammirazione di Orban, si prendono a modello le destre illiberali, si blandisce Trump come un faro per l’Occidente decadente. Si finge di difendere la sovranità, ma la si svende ogni volta che può servire a consolidare un potere interno.
Il problema, tuttavia, è più profondo: questi non sono nemmeno fascisti. Non ne hanno la forza, l’ideologia, la coerenza – per quanto aberrante fosse. Sono nipoti imbarazzati di un nonno ingombrante, incapaci di dissociarsi ma anche di rivendicare apertamente. Usano il termine “patria” solo per negare i diritti, “italiani” solo per escludere, “ordine” solo per reprimere. Ma di quella scelta tragica e consapevole che fu il fascismo, non resta nemmeno l’ombra. È una caricatura del passato, imbellettata di comunicazione digitale e sorrisi televisivi.
Non meritano nemmeno l’onore dell’accusa di fascismo. È troppo per loro. È una parola che evoca almeno la tragica dignità della Storia. Qui, invece, siamo davanti a un potere che cerca solo di svuotare il passato, sterilizzarlo, ridurlo a folklore. Se potessero, sostituirebbero la Liberazione con una rievocazione in costume, con partigiani finti e bandiere neutre.
Diciamolo una volta per tutte: sì, il 25 aprile è divisivo. E meno male. Divide, come è giusto che sia. Da una parte ci sono gli italiani — quelli veri, quelli imperfetti, contraddittori, ma testardi nella difesa della libertà. Dall’altra ci sono i servi. Non del fascismo: sarebbe troppo onore. I servi della nostalgia che non osa dire il proprio nome, dei manganelli col Wi-Fi, del potere che si traveste da ordine.
Non c’è niente da unire, qui. C’è solo da scegliere: o stai con chi ha sparato per liberarti, o con chi oggi firmerebbe volentieri per rimetterti in gabbia. Il resto è galateo istituzionale.



