Roma ha accolto re Carlo III con tutti gli onori del caso: trombe, corazzieri, picchetti inamidati, e quel vago imbarazzo che accompagna gli eventi che nessuno sa davvero perché esistano. Carlo, reduce da una lunghissima carriera come eterno figlio – l’uomo che ha passato più tempo in panchina di un portiere di riserva – è finalmente arrivato nella capitale italiana come re. In senso tecnico. In senso pratico, sembrava il turista britannico che sbaglia fermata dell’autobus e finisce per caso al Quirinale.
Al suo fianco, la regina consorte Camilla, impeccabile come sempre nel suo ruolo di “nonna vestita bene”. I due sono stati accolti da Mattarella e figlia, in un cortile d’onore che più che onorare sembrava cercare di trattenere gli sbadigli. Il presidente della Repubblica, campione per ruolo di immobilità emotiva, ha fatto il suo dovere: ha sorriso, ha stretto mani, ha guardato nel vuoto con l’eleganza di un soprammobile presidenziale. Per un attimo, Carlo ha pensato di avere davanti un busto di Cavour.
Il programma è serrato: Altare della Patria, Colosseo, Villa Pamphili, Montecitorio, Ravenna. Un tour che sembra ideato da un algoritmo confuso tra “cose importanti” e “roba da brochure per crocieristi pensionati”. Domani l’incontro con Giorgia Meloni, già definito da molti osservatori come “la sfida tra due conservatori: uno vittoriano, l’altra sovranista”. Lui parlerà del cambiamento climatico, lei della natalità. Il tutto mentre si studieranno con sospetto, cercando di capire chi dei due è più fuori dal tempo.

Ma il momento clou rischia di essere giovedì a Ravenna, quando Carlo visiterà la tomba di Dante. Qui si gioca tutto. C’è una possibilità concreta – e meravigliosa – che confonda il Sommo Poeta con Lord Byron, vista anche la vicinanza del museo dedicato all’inglese. Se dovesse pronunciare un “He was a great romantic”, potremmo tranquillamente archiviare l’intera visita come installazione comica su larga scala.
Non ci sarà invece il Papa, fuori uso per motivi di salute. Il che, a ben vedere, è un sollievo per entrambi. Francesco avrebbe dovuto sorridere e stringere la mano a un anglicano con più titoli nobiliari che giorni utili. Carlo, dal canto suo, si sarebbe trovato a spiegare le virtù della monarchia a un gesuita che predica la sobrietà e gira con la valigia di cuoio consumata. Non era il caso.
In definitiva, questa visita è ciò che accade quando la storia, la tradizione e le relazioni internazionali decidono di giocare a Risiko con pezzi presi da un mercatino dell’usato. Mentre il mondo è squassato da guerre, anche economiche, un re fuori tempo, un presidente stanco, una premier che sogna grandeur ottocentesche, s’incontrano nel nulla della storia. E in mezzo, i corazzieri, che almeno si muovono.
Roma ha visto di peggio, certo. Ma anche di molto meglio.



