Il 29 marzo 2025, i manifestanti si sono radunati fuori dal Phil Long Music Hall all’arrivo dell’ex capo stratega della Casa Bianca, Steve Bannon. Bannon era a Colorado Springs per il “Golden Gala” del Colorado GOP, tenutosi al music hall. Si prevedeva che avrebbe iniziato a parlare alle 17:30 e, in risposta, la gente si è radunata fuori dallo spazio dell’evento.
Ma ad accoglierlo non c’erano solo fan: decine di manifestanti lo hanno contestato duramente, accusandolo di fomentare odio, di essere ormai un relitto tossico di una stagione politica passata. Le immagini delle proteste hanno fatto il giro dei media conservatori e liberal, dando corpo a una verità che già aleggiava da tempo: il tempo di Steve Bannon sembra finito.
Eppure, c’è stato un tempo in cui Bannon era il demiurgo oscuro del trumpismo. Nel 2016, l’ex banchiere d’affari, convertitosi in ideologo anti-globalista, era il cervello della rivoluzione MAGA. Con lui alla Casa Bianca si affermava un nazionalismo economico feroce, una narrazione apocalittica, una visione del mondo fatta di muri, scontri di civiltà, attacchi sistematici all’establishment. Il “Make America Great Again” non era solo uno slogan: era un manifesto ideologico. Bannon era l’ideologo, il costruttore della cornice.
Ma nel 2025 il suo ruolo è stato drasticamente ridimensionato. Il nuovo Trump è meno ideologico, più funzionale. Meno incendiario, più sistemico. E soprattutto, ha un nuovo interlocutore privilegiato: Elon Musk. L’imprenditore di origine sudafricana è oggi molto più che un sostenitore: è parte integrante della macchina statale. Con il suo DOGE, il Dipartimento dell’Efficienza Governativa, Musk ha trasformato l’amministrazione federale in una start-up distopica, tutta dashboard, tagli e automazione. In questa nuova Casa Bianca, c’è poco spazio per la retorica apocalittica di Bannon.

Il conflitto tra i due è profondo, strutturale. Bannon odia Musk non per il suo accento straniero, l’immigrazione di Musk è solo una facciata dell’odio di Bannon, ma perché rappresenta tutto ciò che ha cercato di abbattere: l’oligarchia tech, il potere senza nazione, l’efficienza al posto dell’identità. Musk, dal canto suo, non ha bisogno dell’ideologia. Ha i dati, i satelliti, i soldi. E ha soprattutto una visione: uno Stato leggero, automatizzato, privo di memoria e di ancore culturali. Bannon predicava la sovranità, Musk la sostituisce con la scalabilità.
La nuova presidenza Trump ha chiaramente scelto da che parte stare. Non ha bisogno di profeti, ma di manager. Non cerca la guerra culturale, ma la riformattazione del sistema. Musk ha vinto perché è utile, funzionale, connesso. Bannon è rimasto con il suo podcast War Room e una platea sempre più residuale. Non è solo escluso dal potere: è diventato imbarazzante per chi, dentro al trumpismo, vuole apparire credibile nel nuovo contesto corporativo.
Eppure, il tramonto di Bannon non cancella la sua eredità. Al contrario: la moltiplica. Mentre negli Stati Uniti viene marginalizzato, in Europa è ancora il padre nobile di molti movimenti. È stato lui a portare, tra il 2017 e il 2020, l’ideologia MAGA nel vecchio continente. Ha corteggiato la Lega, affiancato Le Pen, dialogato con l’AfD, sognato un’accademia per quadri sovranisti nel monastero italiano di Trisulfi. Ha costruito reti, seminato parole d’ordine, offerto un vocabolario e un metodo ai nuovi fascismi europei.
E qui il paradosso si fa evidente: mentre in Europa una larga parte della società civile detesta Musk, accusandolo di rappresentare il potere disumano delle big tech, è proprio la nuova destra estrema europea a guardarlo con interesse. AfD in Germania, Reconquete in Francia, Vox in Spagna: tutte formazioni che stanno abbandonando l’identitarismo tradizionalista per flirtare con un modello di potere più pragmatico, tecnologico, efficiente. Bannon ha aperto la strada, Musk rischia di prendersi la destinazione. Anche i fascismi si aggiornano.
Così si chiude la parabola del profeta: chi infiamma le folle, spesso prepara il terreno per chi poi gestisce il potere. Steve Bannon ha dato un corpo al populismo. Elon Musk lo ha smaterializzato, lo ha trasformato in software. Nella seconda era Trump, la rivoluzione non si fa più con i manifesti: si fa con le piattaforme.



