Da decenni, l’Iran ha costruito una rete di alleati e gruppi armati in Medio Oriente per espandere la propria influenza regionale. Questo “asse della resistenza” ha garantito a Teheran una posizione di forza in Iraq, Libano, Siria e Yemen, spesso in opposizione diretta agli interessi di Stati Uniti e Israele.
L’Iraq, in particolare, ha rappresentato un tassello fondamentale nella strategia iraniana, sia per la sua vicinanza geografica sia per la presenza di una numerosa popolazione sciita, facilmente influenzabile dal regime di Teheran.
Per anni, l’Iran ha sfruttato le proprie milizie irachene alleate per attaccare obiettivi statunitensi e israeliani, consolidando così il proprio controllo sul paese. Tuttavia, negli ultimi mesi, la situazione è cambiata. Le milizie irachene hanno ridotto le loro azioni offensive, temendo possibili ritorsioni da parte di Washington.
Anche il governo di Baghdad, guidato dal primo ministro Mohammed Shia al-Sudani, ha iniziato a prendere le distanze da Teheran. Segnali concreti di questa svolta si sono visti nella decisione di ritirare un mandato di arresto contro Donald Trump, nel rilascio della ricercatrice Princeton Elizabeth Tsurkov e nell’approvazione di una riforma economica favorevole ai curdi iracheni, storicamente vicini agli Stati Uniti.
L’Iran ha tutto l’interesse a mantenere il proprio controllo sull’Iraq, principalmente per ragioni economiche. Il paese rappresenta una fondamentale fonte di finanziamento per il regime di Teheran, che sfrutta l’economia irachena per aggirare le sanzioni internazionali e ottenere risorse vitali.
Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) e le sue milizie alleate sottraggono petrolio iracheno, manipolano il mercato del carburante e controllano settori chiave come edilizia e trasporti. Questi flussi finanziari sono essenziali per mantenere l’attività dei gruppi armati filo-iraniani in tutto il Medio Oriente.
Ma la pressione su Teheran cresce. L’economia iraniana è in crisi, con il rial in caduta libera e l’inflazione alle stelle. La riduzione dell’influenza iraniana in Iraq non è solo un problema strategico, ma anche un rischio politico interno: perdere Baghdad significherebbe mostrare segni di debolezza e rafforzare il malcontento tra gli iraniani stessi.

Tuttavia, secondo un rapporto mensile pubblicato dall’US Census Bureau, nel gennaio 2025 l’Iraq ha esportato petrolio negli Stati Uniti per un valore di 442 milioni di dollari e 5,62 milioni di barili.
Il rapporto indicava che l’Iraq era il secondo paese arabo esportatore di petrolio negli Stati Uniti, dopo l’Arabia Saudita, che ne ha esportati 9,61 milioni di barili, seguita dalla Libia con 2,15 milioni di barili, dal Kuwait con 1,4 milioni di barili e dagli Emirati Arabi Uniti con un milione di barili.
Nel 2024, le esportazioni irachene di petrolio greggio e derivati del petrolio verso gli Stati Uniti hanno superato i 95 milioni di barili, secondo l’Energy Information Administration (EIA) degli Stati Uniti.
Negli ultimi anni le spedizioni di petrolio dall’Iraq agli Stati Uniti sono aumentate notevolmente, raggiungendo spesso quantità senza precedenti in un solo mese. Responsabili di questa crescita sono sia la capacità del Paese di aumentare la produzione di petrolio sia la crescente domanda mondiale di petrolio.
La stabilità del mercato petrolifero mondiale, la crescita economica di entrambi i Paesi e la fornitura di energia all’economia americana e mondiale dipendono in gran parte dalle relazioni commerciali tra Stati Uniti e Iraq.
Questo non significa ancora che gli Usa avranno la capacità si sradicare l’influenza iraniana in Iraq. L’instabilità politica e commerciale creata con la presidenza di Donald Trump non permette di fare previsioni precise.
Teheran ha dimostrato grande capacità di manovra nelle elezioni irachene, influenzando la formazione dei governi e sostenendo politicamente ed economicamente i propri alleati. Tuttavia, gli Stati Uniti possono sfruttare questa fase di vulnerabilità iraniana per ridurre la sua presenza a Baghdad, questa volta senza un intervento militare diretto, limitare il potere delle milizie filo-iraniane e rafforzare le istituzioni indipendenti irachene.
Un’azione efficace da parte di Washington non solo priverebbe Teheran di una risorsa economica cruciale, ma potrebbe anche migliorare la governance dell’Iraq, liberandolo da una dipendenza politica che ha frenato il suo sviluppo. L’azione su cui ragionano i think tank di Washington prevede di diminuire il peso iraniano nella regione fornendo agli Stati Uniti una leva nei negoziati sul nucleare, costringendo Teheran a trattare da una posizione di maggiore debolezza.
Dopo anni di dominio incontrastato, l’Iran sta perdendo terreno in Medio Oriente. La sua rete di alleati si sta sgretolando, e la pressione economica e politica potrebbe accelerare questo processo. Che forse si presenta troppo raffinato per la “selvaggia” e poco riflessiva amministrazione Trump.



