Dopo una lunga attesa di 17 anni, la Libia ha annunciato l’apertura di una nuova gara d’appalto per l’esplorazione petrolifera, un evento che segna un momento decisivo per l’industria energetica del paese. L’annuncio è stato dato da Masoud Suleman, presidente ad interim della National Oil Corporation (NOC), con l’obiettivo di rilanciare un settore chiave per l’economia libica, nonostante le incertezze politiche e i rischi legati alla sicurezza.
I dettagli della gara d’appalto e le aree coinvolte
Secondo i piani della NOC, la tornata di offerte riguarderà tre bacini con un totale di 15-21 blocchi esplorativi. Il 70% del territorio libico e oltre il 65% delle acque territoriali rimangono ancora inesplorati, offrendo un potenziale significativo per nuove scoperte. L’obiettivo dichiarato è aumentare la produzione petrolifera fino a 1,6 milioni di barili al giorno (bpd), con un investimento stimato tra i 3 e i 4 miliardi di dollari.
Tra le aree individuate per le nuove esplorazioni, spicca il bacino di Ghadames, situato nel nord-ovest del paese al confine con Algeria e Tunisia, noto per le sue ricche riserve di idrocarburi. L’italiana Eni, già attiva in Libia, ha annunciato di voler avviare operazioni esplorative nel bacino di Ghadames nel 2025, consolidando così il suo impegno nel paese.
Gli attori in gioco: tra ritorni e nuovi protagonisti
Oltre alla NOC, diversi attori internazionali si stanno posizionando per entrare nella nuova fase di esplorazione. Eni ha firmato nel 2023 un accordo da 8 miliardi di dollari con la NOC per la produzione di gas, mentre altre compagnie come OMV, BP e Repsol hanno ripreso le attività esplorative. L’interesse per la Libia è dovuto non solo alle sue enormi riserve, ma anche al suo ruolo strategico nel mercato globale del petrolio, essendo il secondo produttore africano e membro dell’OPEC.
Un elemento di novità è rappresentato dalla Arkenu Oil Company, la prima compagnia petrolifera privata libica, legata alla fazione orientale sotto il controllo del generale Khalifa Haftar e di suo figlio Saddam Haftar. Arkenu, nata nel 2023, ha già esportato petrolio per un valore di almeno 600 milioni di dollari, segnando un cambiamento rispetto al monopolio storico della NOC sulle esportazioni di greggio.

La fragilità politica e le incognite economiche
L’iniziativa della NOC si inserisce in un contesto politico estremamente fragile. La Libia è ancora divisa tra due governi rivali: da un lato il Governo di Unità Nazionale (GNU) con sede a Tripoli e guidato da Abdelhamid Dabeiba, dall’altro il governo di Bengasi, presieduto da Osama Hamad e sostenuto dal generale Haftar. Il settore petrolifero, principale fonte di entrate del paese, è spesso al centro di scontri tra le fazioni rivali, con blocchi alla produzione e chiusure forzate dei giacimenti.
Le dispute sulle entrate petrolifere hanno già avuto conseguenze pesanti nel recente passato. Ad agosto 2024, la Libia ha perso più della metà della sua produzione petrolifera a causa di interruzioni nei principali porti di esportazione, con un impatto significativo sulle casse dello Stato. La produzione è ripresa gradualmente a ottobre, ma l’episodio ha messo in evidenza quanto sia fragile il sistema energetico libico.
Un rilancio possibile, ma a quale prezzo?
Nonostante le difficoltà, la Libia ha registrato un miglioramento nella produzione, raggiungendo 1,4 milioni di bpd nel 2025, avvicinandosi ai livelli pre-bellici. Tuttavia, l’obiettivo di 1,6 milioni di bpd richiede investimenti consistenti e, soprattutto, una stabilità politica che appare ancora lontana.
La riapertura delle gare d’appalto rappresenta un’opportunità, ma anche un rischio. Gli investitori stranieri, pur attratti dal potenziale petrolifero libico, restano cauti di fronte all’instabilità del paese. Se la Libia vuole davvero rilanciare la propria industria energetica, dovrà garantire condizioni di sicurezza per le compagnie e stabilire un quadro normativo chiaro e trasparente.
In questo scenario, il futuro del settore petrolifero libico dipenderà dalla capacità del paese di superare le divisioni interne e costruire un ambiente favorevole agli investimenti. Per ora, la corsa al petrolio è aperta, ma il terreno su cui si gioca resta incerto.



