Alla vigilia della Conferenza delle Parti sulla Biodiversità (COP16Bis), Greenpeace ha portato la sua protesta davanti alla sede della FAO a Roma. L’obiettivo era lanciare un segnale ai delegati dei governi che parteciperanno ai negoziati fino al 27 febbraio, esortandoli a mantenere gli impegni finanziari per la tutela della natura.
L’azione simbolica ha visto l’installazione di sei gigantesche tessere del domino, alte fino a quattro metri, raffiguranti esseri umani, specie animali e una banconota statunitense. Il messaggio era chiaro: senza interventi concreti, la biodiversità continuerà a sgretolarsi, portando con sé effetti devastanti sugli ecosistemi e sulla sopravvivenza dell’uomo.
Striscioni con slogan come “Se cade la natura, casca il mondo” e “Mantenete le promesse, salvate la natura” hanno accompagnato la manifestazione, sottolineando l’urgenza di azioni immediate e finanziamenti adeguati.
Mentre Greenpeace continua il suo impegno per l’ambiente, il suo stesso futuro è messo a rischio da una controversia legale che potrebbe condurre l’organizzazione alla bancarotta.
Un colosso dell’energia contro Greenpeace: la battaglia legale che potrebbe stroncare l’attivismo ambientale
L’organizzazione ambientalista si trova al centro di una causa intentata da Energy Transfer, colosso texano dell’energia, che l’accusa di aver orchestrato una campagna per sabotare il progetto dell’oleodotto Dakota Access Pipeline.
Il gasdotto, la cui costruzione è stata fortemente osteggiata dalle comunità indigene e dagli attivisti, è stato autorizzato nel 2017 con il sostegno dell’allora presidente Donald Trump, nonostante le proteste che ne denunciavano l’impatto ambientale e le violazioni dei diritti dei nativi americani.
Le contestazioni attorno all’oleodotto hanno attirato migliaia di persone nei pressi della riserva Standing Rock Sioux, diventando un simbolo della lotta contro lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali. Piccola curiosità: tra i 10.000 dimostranti e le oltre 200 diverse tribù di nativi americani, figuravano centinaia di veterani dell’esercito statunitense, attori e leader politici, tra cui l’attuale segretario alla salute, Robert F Kennedy, Jr.
Energy Transfer, tuttavia, sostiene che Greenpeace abbia avuto un ruolo chiave nel ritardare il progetto, arrecando danni economici significativi all’azienda. La richiesta di risarcimento ammonta a circa 300 milioni di dollari, una cifra che, se accolta, potrebbe decretare la fine dell’organizzazione ambientalista.
Non è la prima volta che Greenpeace viene presa di mira con strumenti legali. Già nel 2017, Energy Transfer aveva provato a incastrare l’organizzazione con il Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act (RICO), una legge solitamente applicata ai gruppi mafiosi.
Quella causa venne archiviata da un giudice federale, ma l’azienda non ha rinunciato a cercare giustizia nei tribunali del conservatore Dakota del Nord, dove il clima politico potrebbe giocare a suo favore.

Greenpeace teme che il processo non si svolga in condizioni di equità, data la forte influenza del settore petrolifero nell’area e il ruolo di figure politiche legate all’amministrazione Trump nel determinare le politiche ambientali statunitensi.
Il caso Dakota Access
Per comprendere la portata di questa battaglia legale, bisogna tornare indietro al 2017, quando Donald Trump, appena insediato alla Casa Bianca, diede il via libera al completamento del Dakota Access Pipeline e di altri grandi progetti infrastrutturali nel settore petrolifero.
Il gasdotto, lungo quasi 1.900 km e dal costo di 3,7 miliardi di dollari, è stato concepito per trasportare fino a 470.000 barili di petrolio al giorno, tagliando attraverso quattro stati fino all’Illinois.
Il progetto è stato aspramente contestato dai nativi americani della riserva Standing Rock Sioux, che hanno denunciato il rischio di contaminazione delle loro risorse idriche e la violazione di siti sacri. Le proteste, iniziate nell’aprile 2016, hanno raggiunto il culmine quando la Guardia Nazionale e la polizia hanno sgomberato il campo dei manifestanti con l’uso della forza.
In un contesto di crescente repressione, centinaia di attivisti sono stati arrestati e sono stati documentati episodi di violenza da parte delle autorità, con l’uso di gas lacrimogeni, proiettili di gomma e cannoni sonori.
Nonostante l’opposizione, il sostegno dell’amministrazione Trump ha garantito il completamento del progetto. La decisione ha sollevato interrogativi sulle connessioni tra il settore petrolifero e il potere politico: il CEO di Energy Transfer, Kelcy Warren, aveva donato ingenti somme alla campagna elettorale di Trump, sollevando dubbi sulla trasparenza delle scelte dell’amministrazione.
Ora, con il nuovo processo in corso, Greenpeace denuncia un uso strumentale della giustizia per silenziare il dissenso. L’organizzazione ha risposto portando Energy Transfer in tribunale nei Paesi Bassi, accusandola di voler mettere a tacere le critiche attraverso cause infondate e intimidatorie.
Se la sentenza dovesse dare ragione al colosso dell’energia, Greenpeace potrebbe essere costretta a chiudere, mettendo fine a oltre cinquant’anni di battaglie per la tutela dell’ambiente.
Il caso Dakota Access rischia di diventare un precedente pericoloso: se un’azienda può affossare un’organizzazione ambientalista con azioni legali di questa portata, il diritto alla protesta e alla denuncia pubblica potrebbe subire un duro colpo.
In un mondo sempre più segnato dall’emergenza climatica, la posta in gioco va ben oltre il destino di Greenpeace. È il principio stesso della libertà di espressione e dell’attivismo a essere sotto attacco.
Foto a cura di Greenpeace



