Trump vuole conquistare il mondo. O così dice. Ricordate i saggi del salotto politico? Quelli con la certezza granitica che Trump, Biden e Kamala Harris fossero intercambiabili, come tre gusti di yogurt al supermercato. I più acuti si lanciavano in acrobazie retoriche per dimostrare che, alla fine, “l’America è sempre cattiva”. Poi arriva Donald, con il suo Risiko e il suo Golfo “d’America”, e ci regala una prova vivente di quanto fosse sbagliata quell’analisi. Altro che scelte equivalenti: Trump non è semplicemente un presidente, è un blockbuster di fantapolitica in carne e ossa.
Da Mar-a-Lago, dove l’inverno è un concetto astratto, Trump dipinge il suo piano per un’”età dell’oro”. Ma non l’oro dell’economia, piuttosto quello delle battaglie epiche dei fumetti Marvel. Groenlandia, Canale di Panama, Canada, Messico: ogni angolo del mondo diventa la casella di un Risiko da tavolo, con minacce di dazi, invasioni militari, e addirittura ribattezzare un intero golfo. E attenzione, perché Don Jr. è già in Groenlandia: “Rendere la Groenlandia di nuovo grande!”, twitta. Immaginate i 45.000 groenlandesi seduti con in mano un caffè, chiedendosi se questo sia uno scherzo o un preludio all’apocalisse.
Non che gli altri se ne stiano con le mani in mano. La Danimarca cambia lo stemma reale per includere simboli della Groenlandia, un gesto tanto simbolico quanto una dichiarazione di guerra nel linguaggio diplomatico. In Canada, Trudeau, pur dimissionario, ribadisce che il suo Paese “mai e poi mai” diventerà il 51esimo stato americano. E intanto il Canale di Panama rimane saldo nelle mani dei panamensi, con dichiarazioni che sembrano estratte da un film di James Bond: “La sovranità non è negoziabile”.

Ma torniamo ai critici da divano. Quelli che “Trump o Biden, che differenza fa?”. Guardiamo la Groenlandia: era mai successo che un presidente eletto degli Stati Uniti minacciasse di invadere un’isola per comprarla? Certo, non tutto è roseo con Biden o Harris, ma almeno non annunciano di voler cambiare il nome del Golfo del Messico in diretta nazionale. C’è differenza tra un danno limitato e il caos cosmico, tra gestire una crisi con errori e scatenare una serie di “straniamori” geopolitici.
Sì, è vero, le scelte non sono infinite. Ma credere che siano tutte uguali è come dire che un raffreddore e un’influenza pandemica sono la stessa cosa solo perché entrambe ti costringono a letto. Forse non siamo in grado di eleggere un santo, ma possiamo evitare il pirata che vuole ridisegnare le mappe del mondo a suo piacimento. Certo, essere rivoluzionari da tastiera è più divertente. Ma la realtà è un’altra: distinguere tra un danno contenuto e la fine del mondo è una responsabilità, non un’opzione.
E allora brindiamo: al Golfo del Messico, che per ora resta tale; alla Groenlandia, che spera di sfuggire al suo destino di nuovo stato americano; e a noi, che nel nostro cinismo rischiamo di perdere di vista che, a volte, fare una scelta è già un atto di resistenza.



