Al Commonwealth Heads of Government Meeting (Chogm) tenutosi a Samoa, il discorso di re Carlo ha affrontato le “questioni dolorose” della storia britannica, ma ha evitato di offrire scuse per le ingiustizie coloniali.
Questa mancata presa di posizione arriva in un momento di richieste sempre più insistenti da parte delle nazioni del Commonwealth, soprattutto caraibiche e africane, che chiedono alla Gran Bretagna di riconoscere e risarcire le vittime della schiavitù e del colonialismo.
Durante il vertice, Carlo ha dichiarato che “nessuno di noi può cambiare il passato”, pur riconoscendo che gli aspetti più bui della storia britannica continuano a risuonare. Le sue parole, tuttavia, non hanno risposto alle aspettative di chi auspicava un impegno concreto verso la giustizia riparativa.
In Australia, una delle tappe del recente tour di Carlo, le tensioni attorno al passato coloniale sono emerse in modo netto. I rappresentanti delle comunità aborigene hanno espresso un profondo risentimento verso il sovrano e il governo britannico, citando i crimini storici di sterminio, appropriazione e sfruttamento delle terre indigene perpetrati dalla colonizzazione britannica.
Per le popolazioni aborigene, il processo di colonizzazione ha significato l’annientamento culturale e fisico: massacri, separazione dei bambini dalle famiglie, perdita di risorse e sistematiche discriminazioni. Gli attivisti chiedono non solo scuse formali ma anche un dialogo aperto su possibili riparazioni, sia simboliche che materiali.
Mentre re Carlo si è soffermato su temi come la crisi climatica e lo sviluppo, molti leader del Commonwealth hanno sottolineato che il dialogo sui crimini del passato deve includere non solo riconoscimenti simbolici, ma anche misure concrete.
Il primo ministro delle Bahamas, Philip Davis, ha parlato apertamente dell’importanza di un “vero dialogo” per affrontare questi torti storici. Davis ha ricordato che gli orrori della schiavitù hanno lasciato ferite profonde nelle comunità e che la lotta per una giustizia riparativa è “tutt’altro che finita”.

Anche Keir Starmer, primo ministro britannico, pur escludendo risarcimenti economici diretti, ha aperto la strada a forme di riparazione “non finanziarie”, come il finanziamento di istituzioni e iniziative di sviluppo.
Tuttavia, la misura è vista come insufficiente da molti rappresentanti del Commonwealth, che insistono sul riconoscimento delle responsabilità storiche britanniche e sugli effetti duraturi del colonialismo, come il leader di Saint Vincent e Grenadine, Ralph Gonsalves, che ha denunciato le condizioni di svantaggio in cui si sono ritrovate le popolazioni colonizzate.
Patricia Scotland, segretaria generale uscente del Commonwealth, ha sottolineato nel suo discorso di apertura come la comunità abbia spesso confuso la propria storia dolorosa, cercando di sedersi “come pari” nonostante le violenze del passato.
Anche Joshua Setipa, candidato del Lesotho per la carica di segretario generale, ha evidenziato l’importanza di soluzioni innovative, come i finanziamenti climatici, per iniziare a sanare le ferite storiche.
Le mancate scuse di Carlo sono percepite da molti come una continuazione di una retorica diplomatica vuota, che non considera pienamente le richieste di giustizia da parte di chi ha subito secoli di oppressione.
Per i popoli del Commonwealth, questo rifiuto rappresenta una chiusura all’opportunità di riconoscere appieno le responsabilità coloniali.
L’impegno del sovrano, inoltre, viene visto come contraddittorio, poiché, mentre ribadisce l’importanza del dialogo e della comunità, evita di affrontare le richieste di risarcimento per uno dei capitoli più bui della storia britannica.



