Mauro Rostagno, sociologo, giornalista e fondatore della comunità Saman, fu assassinato il 26 settembre 1988 in un agguato mafioso, una delle pagine più oscure della lotta alla criminalità organizzata in Sicilia.
Il suo impegno civile e giornalistico, caratterizzato da un’incessante denuncia contro la mafia trapanese, ne decretò l’uccisione, ma la ricerca della verità processuale richiese più di vent’anni.
Nato a Torino nel 1942, Rostagno ebbe una vita movimentata e attraversata da esperienze molto diverse tra loro ma che avevano come filo conduttore l’impegno civile. Dopo un percorso giovanile nell’ambito del movimento studentesco e un’esperienza politica in Lotta Continua, si trasferì in Sicilia negli anni ’80, dove fondò la comunità terapeutica Saman, che si occupava del recupero dei tossicodipendenti.
Parallelamente, cominciò a lavorare per l’emittente televisiva locale RTC (Radio Tele Cine), utilizzando il mezzo televisivo per fare giornalismo d’inchiesta, denunciando la mafia e i suoi legami con la politica e l’economia locale.
La sua attività giornalistica, puntuale e incisiva, disturbava non solo i mafiosi, ma anche settori della politica e dell’economia che avevano interessi nel mantenere lo status quo.
La sera del 26 settembre 1988, Mauro Rostagno stava tornando alla comunità Saman, nella frazione di Lenzi, quando fu colpito a morte da diversi colpi di fucile. La dinamica dell’omicidio fece subito pensare a un’esecuzione di stampo mafioso, ma le indagini iniziali seguirono piste molto diverse.
Inizialmente, le attenzioni si concentrarono su presunti conflitti interni alla comunità Saman e su ipotesi di dissidi personali, forse legati alla sua attività nella comunità. Tuttavia, queste piste si rivelarono presto infondate, anche se continuarono a occupare le indagini per molti anni, rallentando l’accertamento della verità.
Nel corso degli anni ’90, cominciarono a emergere nuovi elementi che collegavano l’omicidio di Rostagno direttamente alla mafia trapanese. La chiave di volta fu rappresentata dalle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, che confermarono come la mafia avesse ordinato l’uccisione del giornalista per le sue denunce pubbliche contro i traffici mafiosi e i legami tra criminalità organizzata, politica e affari.
Tuttavia, la giustizia continuò a procedere lentamente, e solo nel 2011, a 23 anni dall’omicidio, si aprì il primo processo per l’uccisione di Rostagno.

Imputati principali furono Vincenzo Virga, boss mafioso della provincia di Trapani, accusato di essere il mandante, e Vito Mazzara, noto sicario di Cosa Nostra, ritenuto l’esecutore materiale dell’omicidio. Durante il processo, diversi pentiti, tra cui Vincenzo Sinacori e Angelo Siino, confermarono che Rostagno era stato ucciso per la sua attività giornalistica, che disturbava gravemente gli affari della mafia.
Rostagno non solo denunciava con precisione i traffici illeciti, ma lo faceva da un mezzo di comunicazione popolare, rendendo pubblici temi scottanti in un contesto dove il silenzio era una regola non scritta.
Nel 2014, la Corte d’Assise di Trapani emise la sentenza: Vincenzo Virga fu condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio, mentre Vito Mazzara, già incarcerato per altri crimini di mafia, ricevette la stessa condanna come esecutore materiale.
Le prove balistiche, tra cui l’analisi dei bossoli ritrovati sul luogo del delitto, incastrarono definitivamente Mazzara, grazie anche all’utilizzo della comparazione del DNA prelevato da una sigaretta trovata sulla scena del crimine.
Il processo di appello, conclusosi nel 2018 presso la Corte d’Assise d’Appello di Palermo, confermò le condanne per entrambi gli imputati, ribadendo che Rostagno era stato assassinato per il suo giornalismo d’inchiesta, volto a smascherare i traffici mafiosi nella provincia di Trapani.
A novembre 2020, a 32 anni dalla morte, la Cassazione ha confermato l’ergastolo per il boss Vincenzo Virga, rigettando i ricorsi presentati dalla difesa di Virga e dalla procura generale di Palermo contro la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Palermo
Questa sentenza rappresentò una svolta importante non solo per la famiglia Rostagno, che per anni aveva lottato per ottenere giustizia, ma anche per la storia del giornalismo italiano, troppo spesso colpito dalla violenza mafiosa.
Il caso Rostagno si inserisce in un contesto storico delicato, segnato da una forte presenza mafiosa in Sicilia e da un crescente coinvolgimento del giornalismo nella lotta contro il crimine organizzato. La sua figura rimane oggi un simbolo di coraggio civile, di libertà di informazione e di impegno contro l’omertà.
Mauro Rostagno, con la sua dedizione alla verità, pagò con la vita il prezzo del suo impegno, ma la sua voce continua a ispirare chi lotta per un’informazione libera e per una società più giusta.
A oltre trent’anni dalla sua morte, la vicenda di Mauro Rostagno rappresenta ancora oggi un monito potente contro l’indifferenza e la connivenza con il crimine organizzato, ricordando il valore dell’impegno civile anche in contesti estremamente difficili come quello della Sicilia degli anni ’80.



