Il primo a parlare pubblicamente del figlio di Andreotti fu Massimo Troisi. Non si riferiva a Stefano Andreotti, effettivamente figlio del divo Giulio, ma a un figlio di Andreotti dell’immaginario collettivo, una metafora molto efficace.
Disse che avrebbe preferito essere figlio di Andreotti in quanto così avrebbe potuto fare quello che voleva dentro casa, perchè tanto Giulio Andreotti in 50 anni non si era accorto di niente: stragi, servizi deviati, P2, banche della mafia, di niente, come dichiarò più volte nei processi
Invece il padre vero di Troisi, solo per aver portato la fidanzata a casa una volta, essendo sospettoso di natura, si era subito accorto di un capello biondo e di una coperta spostata di qualche millimetro. Ecco perchè Troisi, nel suo modo naturalmente geniale, era convinto che se il padre fosse stato Andreotti avrebbe potuto fare ogni sorta di casino dentro casa che il padre non se ne sarebbe accorto.
Ci ho pensato appena ho letto l’intervista in cui Stefano Andreotti difendeva la memoria di Giulio Andreotti, dopo che in televisione la conduttrice di un programma aveva fatto il nome del padre quando Rita Dalla Chiesa, ospite in studio, aveva affermato che suo padre, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, era stato massacrato con la moglie, Emanuela Setti Carraro, a Palermo dalla mafia, per fare un favore a un politico. La conduttrice chiede a Rita Dalla Chiesa se si trattasse di Andreotti e la figlia del generale tace di un silenzio rumoroso, per scomodare un ossimoro.
Ritengo da sempre che i familiari delle vittime abbiano il diritto assoluto di dire ciò che vogliono. Come ritengo che sia insensato e ingiusto attribuire ai figli le colpe dei genitori. Così come trovo di cattivo gusto decontestualizzare argomenti importanti all’interno di contenitori inadeguati. Ma ormai va tutto così, inutile pretendere precisione.
Subito dopo è intervenuto con un’intervista Stefano Andreotti per ribadire l’innocenza del padre. Dopo averla letta mi è appunto tornato in mente il discorso surreale di Troisi e ho pensato che forse anche il figlio di Andreotti non si accorge di niente.
Che Andreotti sia stato in combutta con la mafia lo afferma una sentenza giunta all’ultimo grado di giudizio, che un avvocato molto abile come Giulia Bongiorno ha fatto passare per assoluzione. Quella sentenza afferma esplicitamente che i favori di Andreotti alla mafia sono accertati, ma fino a un anno che comportava la prescrizione del reato.

Che Andreotti abbia usato e sia stato usato dalla mafia è una verità storica. Le sentenze della storia non comportano anni di galera, al di là dell’accertamento delle responsabilità penali. Sono basate su documenti, testimonianze e ricostruzioni grazie a cui è possibile disegnare una mappa concettuale delle relazioni di potere intorno ad avvenimenti racchiusi in un determinato numero di anni.
Non sapremo mai se è stato Andreotti a dare l’ordine di uccidere Dalla Chiesa. Magari abbiamo questa convinzione ma non ci sono carte a dimostrarlo. Sta di fatto che i possibili moventi per l’omicidio Dalla Chiesa ruotano intorno a due momenti precisi: le carte di Moro in via Montenevoso a Milano e l’arrivo come Prefetto antimafia del generale a Palermo. Due momenti in cui Andreotti deve difendersi.
Deve difendersi dalle rivelazioni su Gladio contenute nelle confessioni di Moro ai brigatisti, che se fossero state rese note nel 1982, quando viene ucciso Dalla Chiesa, che quelle carte ha gestito da subito, provocherebbero una crisi politica ancora peggiore del cinismo di Stato con cui è stato fatto ammazzare Moro. Tant’è che quando il memoriale rispunterà integrale nel 1990, dopo la caduta del muro di Berlino, sarà lo stesso Andreotti a rivelare in Parlamento l’esistenza dell’organizzazione anti comunista atlantica.
Deve difendersi dal fatto che chi conosce i suoi segreti nel dettaglio come Dalla Chiesa sta andando a indagare sulla mafia a cui la corrente andreottiana in Sicilia è legata mani e piedi, come sappiamo dall’omicidio di Salvo Lima, ucciso per non aver quella corrente mantenuto i patti, e questa è anche verità processuale.
Insomma, se c’è uno che ha motivo e ha tutto da guadagnare dalla morte di Dalla Chiesa è Giulio Andreotti. Dimostrare che sia stato lui il mandante dell’omicidio è questione che riguarda la magistratura, la quale, almeno fino a questo momento, non ha mai trovato elementi che portassero a incriminare Andreotti.
Quindi soltanto il fatto di essere familiare di una vittima dà diritto a Rita Dalla Chiesa di fare quell’affermazione, non affermata ma indotta dalla giornalista che la intervistava. Se io scrivessi che Dalla Chiesa è stato ucciso per volere di Andreotti senza aggiungere altri fatti o documenti a quelli conosciuti meriterei una querela. Senza che questo tolga nulla storicamente alla accertata mafiosità della corrente andreottiana in Sicilia e alla compromissione storica di Andreotti con la mafia, accertata fino al 1990 in tre gradi di giudizio.
Stefano Andreotti tuttavia difende il padre dalle accuse. Fa bene a farlo se pensa che questa sia la verità. Fa meno bene a farlo se lo fa perchè pensa che un figlio debba sempre giustificare le sue radici, ma è una questione di coscienza che riguarda lui e i suoi familiari.
Però, quando afferma che i processi hanno reso giustizia a suo padre e che suo padre aveva la coscienza immacolata, rischia seriamente di far tornare alla mente il surreale desiderio di Massimo Troisi di essere il figlio di uno che non si accorge di niente. Esattamente come il padre Giulio.



