Un oggi di 34 anni fa, intorno alle 17, Davide Cervia veniva rapito a Velletri a causa della sua specializzazione, conseguita nella Marina militare italiana, di esperto in Guerra Elettronica.
Ogni anno da quel giorno, dopo aver costituito il Comitato per la verità per Davide insieme alla sua famiglia, proviamo a tenere vivo il ricordo di uno dei casi di spionaggio italiano che hanno goduto di meno attenzione da parte della stampa.
Io avevo 28 anni all’epoca, facevo il giornalista da poco, è stato il primo grosso intrigo in cui mi sono imbattuto. Il rapimento di Davide, oltre che causa di un dolore ancora in corso per Marisa Gentile, la moglie, ed Erika e Daniele, i figli, è stato anche il mio Master in giornalismo. E per Master non intendo la catena di polli d’allevamento a cui sono ridotte oggi le scuole di giornalismo. Intendo il giornalismo vero, quello d’inchiesta.
Pur venendo da esperienze politiche piuttosto radicali a sinistra, quindi decisamente prevenuto verso la correttezza dello Stato, durante l’inchiesta per seguire le tracce di Davide sono rimasto estremamente meravigliato per la disinvoltura con cui gli uomini e le donne delle istituzioni mentono. Carabinieri che inventano testimoni, esponenti dello Stato Maggiore della Difesa che ti presentano cinque documenti diversi sul Cv della stessa persona, magistrati paurosi e inetti, telefoni controllati da chi anzichè indagare sulla sorte del rapito indaga la moglie del rapito e me, personaggetti dei servizi che minacciano testimoni, finanche personale di tribunale che fa sparire documenti. Non mi sono fatto mancare niente.
Alla fine di una serie infinita di passaggi, che trovate qua e là sparsi nel web, siamo riusciti a ottenere almeno una parziale verità da un tribunale italiano: Davide Cervia fu rapito alla vigilia della prima guerra del Golfo da una paese straniero a causa della sua competenza sul sistema missile/antimissile Teseo Otomat, ma a causa del tanto tempo passato non è stato possibile accertare quale Paese e quali sono state le responsabilità ed eventuali complicità degli apparati di sicurezza italiani.
La chiave di questa “Resistenza” civile, che comunque non ha restituito Davide ai suoi affetti, è stata Marisa Gentile. Non saprei dire quanti escamotage, e devo dire più lei che io, grazie alla complicità di Alberto, il papà di Marisa, ci siamo inventati per far uscire i documenti che non volevano darci, per confrontare le dichiarazioni, per smascherare i falsi testimoni, per resistere a pressioni giuridiche e psicologiche pesanti.
Da Marisa ho imparato a non lasciar mai perdere, a costo di risultare sgradevole e sempre arrabbiato col mondo. L’intelligenza artificiale era ancora lontana dal nostro orizzonte, ma la stupidità delle istituzioni è stata compagna fedele degli anni passati a incontrare civili e militari, politici di tutti i partiti, depistatori professionisti, piccoli e miseri esseri umani incuranti dela tragedia provocata in una famiglia normale.

Arrivo adesso al punto centrale del ragionamento che volevo proporre. Proseguendo negli anni con il mio lavoro ho conosciuto tanti familiari di vittime di terrorismo o di nonnismo in caserma o di radiazioni da uranio o di stragi. Credo sia facile immaginare cosa pensano delle istituzioni, dello Stato, delle forze dell’ordine, dell’autorità costituita. Una diffidenza che in queste persone finisce per riflettersi su tutta la vita e non solo su quel pezzo di vita sottratto come un parente ucciso o scomparso senza che abbia trovato giustizia.
Chi conosce anche soltanto per punti la storia nazionale contemporanea sa che oltre alle centinaia, forse migliaia di persone, a cui è stata sottratta una persona cara, questa stessa sfiducia nelle istituzioni, provocata dalle istituzioni, alberga in una percentuale di cittadini italiani molto alta. Le autorità perdono di autorità ogni volta che non sanno o non vogliono rispondere alle domande dei cittadini. Al punto che, come osserviamo anche nelle cronache politiche, assistiamo a conferenze stampa senza domande o a trasmissioni televisive dove le domande vengono concordate prima. Oggi ci/vi sembra normale, inutile dire che è l’antitesi del giornalismo, per quei pochi romantici che ancora gli affidano un compito di controllo sul potere da parte dell’opinione pubblica.
Basta fare una domanda non prevista, indipendentemente dall’intenzione con cui viene fatta, per essere accusati di un qualche fine torbido. Come se fossero stati i cittadini in questi anni a creare processi farsa come quelli per la strage di Alcamo e per la strage di via D’Amelio in cui morì Borsellino, per i quali degli innocenti hanno fatto molti anni di prigione. Sono soltanto due esempi, ma ognuno può metterci il suo. Però il cattivo sei tu se chiedi come è stato possibile che così tanti uomini e donne delle istituzioni si siano lasciati depistare.
Quell’impressione acquisita 34 anni fa non solo non è diminuita ma è aumentata ogni giorno di più mentre, in contemporanea, la capacità d’incidere della stampa italiana diminuiva, anche a causa delle molte leggi bavaglio, l’ultima è il divieto di pubblicare il testo dell’ordinanza di custodia cautelare. I giornalisti sono ormai una categoria indebolita dopo anni di sforzi congiunti del potere politico e degli editori, che al potere appartengono.
I familiari delle vittime sono insopportabili, nessuno glielo dirà mai in faccia naturalmente, e per un motivo semplicissimo: fanno domande e pretendono risposte. Tutto qua. E si ostinano se non ottengono risposte, provano in un’altra procura, cercano un investigatore che li stia a sentire e non li tratti con supponenza, insomma: rompono le scatole a tutti. A nessuno interessa la loro vittimizzazione secondaria, l’essere vittime a loro volta di un evento tragico che ha riguardato un loro congiunto e continua nel tempo, determinando in loro una condizione psicologica che non si chiude certo con il lutto.
Riguardando oggi con distacco a 34 anni fa continuo a pensare che non avevamo altra via. Alle prime querele subite per un paio di libri inchiesta che avevo scritto, con me è stata vigliaccamente imputata anche Marisa, la stampa ha cominciato a evitarci, tranne alcuni testardi giornalisti vecchia maniera. Perchè oltre alle domande avevamo trovato delle risposte scomode e pericolose. Perchè avevamo le prove che ben due sottosegretari di diversi governi erano stati costretti a mentire dai loro apparati. Ma non si può dire e tantomeno scrivere. Non solo: quando le inchieste diventano estremamente complesse come per le stragi spesso accade che i comitati di familiari si dividano in più rivoli. Perchè la capacità del potere è proprio quella di dividere per preservarsi.
Siamo stati a volte logici, a volte sottili, talvolta furbi altre volte aggressivi, abbiamo sbagliato qualche mossa. Ma non c’era altra strada. Le uniche cose che oggi si sanno intorno alla sorte di Davide Cervia si sanno perchè le abbiamo trovate e scoperte noi. E’ stato un corpo a corpo con lo Stato, che oltretutto non è ancora finito. Durante questa lotta abiamo incontrati tutta quell’umanità dolente di comitati e familiari in varie città. E non ci ragioni con i familiari delle vittime, ripetono sempre le stesse cose, vogliono la verità. E hanno ragione loro, sarebbe gravissimo pensare che esista una qualche “ragion di stato” che neghi il diritto alla verità dei familiari e del paese intero.
“Davide Cervia fu rapito alla vigilia della prima guerra del Golfo da una paese straniero a causa della sua competenza sul sistema missile/antimissile Teseo Otomat, ma a causa del tanto tempo passato non è stato possibile accertare quale Paese e quali sono state le responsabilità ed eventuali complicità degli apparati di sicurezza italiani”. Recita così la sentenza finale rispetto al rapimento. Ce ne sono altre poi di sentenze, civili, che condannano il ministero della Difesa a risarcire la famiglia di Davide, anche se solo con un euro simbolico. Queste sentenze esistono soltanto perchè i familiari di Davide hanno deciso di rompere le scatole e sfidare lo Stato pretendendo risposte. Non c’era e non c’è altra via. Ed è una realtà insopportabile.



