Nei giorni immediatamente precedenti alla sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale Unesco, che quest’anno sarà ospitata a New Delhi dal 21 al 31 luglio, si terrà nella stessa sede un evento dedicato ai gestori dei siti del patrimonio, il “World Heritage Site Managers Forum”. Il tema scelto per questa edizione è “Patrimonio e comunità: approcci inclusivi ed effettivi per la gestione sostenibile dei siti del Patrimonio Mondiale”.
I principali obiettivi del Forum riguardano il rafforzamento della rete dei site managers e il sostegno alle loro attività di promozione del Patrimonio Mondiale, nell’ottica di contribuire allo sviluppo sostenibile coinvolgendo le comunità locali.
Come si vede un tema centrale. In occasione di tale evento Amnesty International chiede che si discuta degli sfratti in Cambogia.
Più precisamente Amnesty si riferisce ad un suo rapporto di fine 2023.
Un rapporti riguardante gli sfratti nel sito archeologico di Angkor Wat, in Cambogia
Secondo quel rapporto di Amnesty International molte persone che ci vivono sono state costrette dal governo a lasciare le proprie case.
Amnesty International con il rapporto criticava il Governo cambogiano e l’UNESCO per lo sfratto forzato di migliaia di persone che abitano all’interno del parco archeologico dei templi di Angkor Wat, iscritto dal 1992 nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.
Il governo cambogiano giustifica gli sfratti con la necessità di preservare il sito archeologico, ma secondo Amnesty l’operazione vìola apertamente norme nazionali e internazionali e l’UNESCO dovrebbe assumere iniziative per interrompere tali sfratti.
Angkor Wat è un sito archeologico enorme. Costruito nel Dodicesimo secolo si estende per 400 chilometri quadrati: comprende decine di templi antichi, infrastrutture e strade. Al suo interno vivono migliaia di persone, molte delle quali da generazioni, che nei decenni hanno realizzato abitazioni e strutture.
Il sito è diviso in cinque zone, e gli sfratti ai quali si era riferito il rapporto di Amnesty erano quelli avvenuti le zone 1 e 2, ovvero le zone che si trovano al centro del sito e dove sono ubicati i principali monumenti e rovine.
Gli sfratti operati dal governo cambogiano hanno investito 10.000 famiglie (circa 40.000 persone).
Il governo cambogiano, secondo Amnesty, afferma che gli.sfratti definiti “ricollocamento: sta avvenendo su base volontaria.
Amnesty afferma al contrario che i residenti dicono di essere stati costretti ad andarsene.
Il rapporto di Amnesty si basa su interviste con 111 persone fatte tra marzo e giugno del 2023.

La quasi totalità dei casi le persone intervistate hanno parlato di minacce, intimidazioni e abusi da parte delle autorità cambogiane.
La divisione in zone di Angkor Wat fu decisa due anni dopo l’iscrizione del sito alla lista dei patrimoni dell’UNESCO, e fu pensata per preservarlo dalle conseguenze di un’eventuale crescita degli insediamenti abitativi.
Nelle zone 1 e 2 fu introdotto il divieto di costruire nuovi insediamenti.
Gli insediamenti già esistenti, nella zona 2 si decise che andavano «preservati», mentre per la zona 1 si era affermata la necessità di fornire a chi ci abitava appezzamenti di terreno e sostegni economici per andare altrove.
Quelle norme, afferma Amnesty, erano poco chiare e contraddittorie, di fatto, fino al 2022, chi abitava nelle due zone protette non era mai stato allontanato.
Le cose sono cambiate alla fine del 2022, in concomitanza con la necessità per il governo cambogiano di dare una ulteriore spinta al turismo dopo il calo delle visite dovuto all’emergenza sanitaria mondiale del.Covid.
Effettivamente Angkor Wat è una destinazione frequentatissima con circa 2 milioni di visitatori ogni anno ed è una grossa fonte di entrate per l’economia cambogiana.
Secondo quanto documentato e riferito a fine 2023 da Amnesty il governo cambogiano avrebbe spostato le persone sfrattate soprattutto in due aree a circa 30 chilometri dal sito archeologico, fornendo alle famiglie soldi e materiali da costruzione per realizzare nuovi alloggi.
A detta di Amnesty sono mezzi economicamente e materialmente insufficienti per costruire nuove abitazioni, e le aree per il ricollocamento, visitate dagli autori del rapporto, sarebbero inadeguate in termini di strade, forniture di acqua ed elettricità e servizi igienici.
I residenti di Angkor Wat avrebbero subito sfrattati con pochissimo preavviso, da agenti che li avrebbero invitati ad «andarsene volontariamente» ma accompagnando queste parole con minacce e conseguenze gravi nel caso di rifiuto.
C’e da dire che UNESCO ha commentato il rapporto di Amnesty affermando di non avere competenze per ciò che riguarda i diritti e la formulazione di raccomandazioni di tipo politico, e che il proprio ruolo si limita a consulenze e attività di promozione sullo sviluppo e la preservazione.
Strana presa di posizione che sembra un voler lavarsene le mani. Ma la tutela del Patrimonio Mondiale non può essere scisso dagli abitanti residenti in quelle aree.
La riprova sta proprio nell’evento che si terrà negli stessi giorni.della riunione del Comitato Unesco che guarda caso parla di “Patrimonio e comunità: approcci inclusivi ed effettivi per la gestione sostenibile dei siti del Patrimonio Mondiale”.
Io sono dell’idea di sostenere la richiesta di Amnesty International e che l’occasione dell’incontro a New Delhy l’UNESCO non deve perderla e deve affrontare la questione degli sfratti in Cambogia su territori Unesco.



