Al Hol e Roj: 25mila bambini nei campi, fuori dal diritto

Nel nord-est della Siria esiste da anni una città che sulle mappe non c’è: tende, container, torri di guardia, recinzioni. È fatta quasi solo di donne e bambini. Non è un campo profughi, non è un carcere in senso formale: è il posto dove il mondo ha deciso di parcheggiare i resti sociali del cosiddetto Stato islamico per non affrontare il problema a casa propria.

I nomi sono due: Al Hol e Roj. Insieme ospitano oggi circa 43.500 persone, secondo le stime più recenti di UNICEF e ONU. Più del 60 per cento sono minorenni. Circa il 42 per cento viene dall’Iraq, il 38 per cento dalla Siria, il resto da una sessantina di altri paesi, dall’Asia centrale all’Europa occidentale.

Se allarghiamo lo sguardo oltre i campi, al sistema detentivo complessivo gestito dall’amministrazione curda nel nord-est siriano, i numeri salgono ancora: almeno 56.000 persone tra uomini, donne e bambini in 27 strutture di detenzione più Al Hol e Roj. Un universo carcerario parallelo, costruito a guerra formalmente finita.

Dalla sconfitta del califfato a una Guantanamo diffusa

Dopo la caduta territoriale dell’ISIS nel 2019, le milizie curde delle Forze democratiche siriane (SDF) si sono ritrovate in mano migliaia di combattenti e decine di migliaia di familiari del califfato. Gli Stati Uniti, che avevano armato e finanziato le SDF, hanno scelto la via più semplice: teneteveli lì, vi aiutiamo un po’ con soldi e logistica, ma ognuno si tenga i suoi guai lontano dai confini nazionali.

Nel frattempo, lo Stato islamico è stato ridotto a un insieme di cellule clandestine, ma non è scomparso. Le valutazioni del comando centrale americano (CENTCOM) e delle Nazioni Unite dicono che l’ISIS continua a colpire in Siria e Iraq con attentati mirati, e considerano proprio i campi e le prigioni nel nord-est siriano “una delle principali minacce di rigenerazione” del gruppo: migliaia di militanti concentrati in poche strutture, più un esercito di minorenni cresciuti in un ambiente senza legge, istruzione, futuro.

Quello che era nato come un parcheggio di emergenza è diventato un regime stabile di detenzione extralegale. Amnesty International parla apertamente di “detenzione arbitraria, torture, morte in custodia” nelle strutture sotto controllo curdo. Medici Senza Frontiere descrive Al Hol come il prodotto diretto delle politiche antiterrorismo: norme di massima sicurezza pensate per i combattenti applicate indistintamente a tutti, donne e bambini compresi.

Venticinquemila bambini fuori dal diritto

Se c’è un dato che dovrebbe essere al centro del discorso e invece quasi non esiste nel dibattito pubblico è questo: almeno 25.000 bambini risultano ancora detenuti ad Al Hol e Roj, secondo la Syrian Network for Human Rights. La maggioranza è sotto i 12 anni; tra gli iracheni, un rapporto ONU parla del 77 per cento di minori sotto quella soglia.

Non parliamo di minori condannati da un tribunale: la stragrande maggioranza non ha mai avuto un capo di imputazione, un difensore, una sentenza. Sono in un limbo giuridico totale: non rifugiati, non prigionieri di guerra, non detenuti ordinari. Nel linguaggio delle convenzioni ONU dovrebbero essere trattati come vittime di reclutamento e sfruttamento da parte di un’organizzazione terroristica; nella pratica vengono considerati rischi di sicurezza “ereditati” dai genitori e parcheggiati a tempo indeterminato.

Le conseguenze sono quelle che ci si può aspettare da anni di vita in un campo-lager: nessuna scolarizzazione regolare, livelli di violenza e abusi altissimi, lavoro minorile diffuso, esposizione quotidiana a una miscela di ideologia jihadista, frustrazione e sopravvivenza brutale. È la versione XXI secolo della punizione collettiva: non solo ti prendo il padre, ma congelo anche il futuro dei figli perché sono “contaminati”.

Organismi come UNICEF, l’Alto commissariato ONU per i diritti umani e UN Women lo ripetono da anni: trattenere così a lungo donne e minori in campi isolati, con libertà di movimento quasi nulla e senza vie chiare di uscita, viola in modo plateale le convenzioni sui diritti dell’infanzia e i trattati contro la detenzione arbitraria.

Chi si prende la responsabilità: l’Iraq sì, l’Occidente no

C’è però un elemento che consente a un giornale come Diogene di andare oltre la retorica dell’“emergenza umanitaria”. Se guardiamo chi si sta prendendo carico di svuotare Al Hol e Roj, scopriamo che il paese più attivo è l’Iraq, non l’Europa.

Dal 2021 Baghdad ha avviato un programma massiccio di rimpatrio: quasi 19.000 cittadini iracheni sono stati trasferiti dai campi siriani al centro di riabilitazione di al-Jad’ah, soprannominato “Hope”, prima di essere reinseriti nei villaggi d’origine. Il governo iracheno dichiara di voler riportare a casa tutti i propri cittadini ancora ad Al Hol entro breve.

Non è un’operazione angelica: comporta interrogatori, screening di sicurezza, stigmi sociali pesanti nei villaggi, rischi reali di nuovi conflitti locali. Ma è l’unico esperimento su scala reale che prova a trattare ex familiari dell’ISIS come problema da gestire – con uno Stato, dei servizi, un sistema giudiziario – invece che da congelare nel deserto.

Sul resto del fronte, i numeri vanno nella direzione opposta. Save the Children segnala che nel 2024 i rimpatri di donne e bambini stranieri dai campi sono diminuiti del 50 per cento rispetto al 2023. Molti governi europei si limitano a operazioni simboliche: poche decine di cittadini in anni, spesso solo quando ci sono minori molto piccoli da usare come copertura umanitaria.

L’Australia è arrivata al paradosso di avere meno di 40 connazionali nel campo di Roj – 12 donne e circa 25 bambini – e di rifiutare comunque qualsiasi nuovo rimpatrio, nonostante le pressioni dirette degli Stati Uniti, per timore di pagare un prezzo elettorale interno.

L’Italia si muove in modo ancora più opaco: ha firmato con l’UNDP un progetto da 3 milioni di euro per finanziare programmi di reintegrazione in Iraq dei rimpatriati da Al Hol, ma non ha mai chiarito quanti cittadini o residenti italiani siano ancora detenuti nei campi, né quale sia la strategia su donne e minori legati all’ISIS. Il caso di Meriem Rehaily, la giovane italiana partita per la Siria nel 2014 e condannata in contumacia per terrorismo, è uno dei pochissimi arrivati alla stampa; il resto è sepolto tra fascicoli di procura e silenzio istituzionale.

La linea di fondo è semplice: Baghdad si prende la propria quota di ex affiliati; molte democrazie europee preferiscono usare Al Hol come pattumiera politica, luogo dove tenere lontani cittadini imbarazzanti, evitando processi, reinserimento e conflitti interni.

Sicurezza contro sicurezza

A chi prova a contestare questo stato di cose viene spesso opposta l’argomentazione più rassicurante e meno vera: “è più sicuro tenerli lì”. È qui che la stessa macchina militare americana ha cominciato a incrinare il racconto.

Il comandante del CENTCOM, parlando alle Nazioni Unite, ha definito i campi “incubatori di radicalizzazione”, spiegando che tenere migliaia di bambini esposti all’ideologia jihadista senza prospettive né uscite controllate è un moltiplicatore di rischio, non un fattore di stabilità. Gli attacchi ISIS contro prigioni come quella di Hasakah, con evasioni di massa e combattimenti urbani durati settimane, sono avvertimenti concreti su cosa può succedere quando un sistema del genere collassa, per taglio di fondi o per cambio di potere a Damasco.

In Siria, intanto, il quadro politico è di nuovo in movimento: il nuovo governo post-Assad, dominato da forze islamiste che in passato hanno avuto legami con Al Qaeda, dovrebbe in teoria assorbire le SDF nel nuovo esercito nazionale e assumersi la gestione di campi e carceri. I curdi temono, non a torto, che una parte dei prigionieri possa essere usata come moneta di scambio o come riserva militare in nuove partite regionali. Il rischio è che Al Hol e Roj, da problema internazionale ancora visibile, diventino questione interna siriana completamente opaca.

Laicità e diritto, non pietismo

Per un quotidiano laico come Diogene la questione non è se “provare compassione per le mogli dell’ISIS”, formula tossica dietro cui ci si trincera spesso per non fare nulla. La questione è se accettiamo che, in nome della guerra al terrorismo, intere categorie di persone – soprattutto bambini – vengano tenute fuori dal perimetro del diritto per anni, su base di sospetto collettivo.

È una questione di coerenza, non di buonismo. Se pensiamo davvero che il terrorismo vada contrastato con lo Stato di diritto, allora le opzioni sono tre e solo tre: rimpatriare i propri cittadini; riabilitare e reinserire chi non ha commesso crimini perseguibili; processare, condannare e detenere chi li ha commessi, in strutture riconosciute, con garanzie minime.

Tenere decine di migliaia di persone – tra cui un’intera generazione di minori – in una steppa sotto tende e filo spinato, senza accusa, senza difesa, senza prospettiva di uscita, non rientra in nessuna di queste tre categorie. È un’altra cosa: è accettare che, per alcune vite, le regole non valgano.

Al Hol e Roj sono il punto in cui la retorica occidentale sui “valori” e sul “rule of law” si inceppa. Non per quello che raccontano di un passato – il califfato – ma per quello che dicono sul presente: dove conviene politicamente, lo Stato di diritto diventa opzionale. Chi oggi applaude a questo sospensione selettiva dovrebbe chiedersi quanto tempo ci vorrà perché quella eccezione, sperimentata su donne e bambini siriani e iracheni, venga normalizzata anche più vicino a casa.

By Y. Boechat (VOA) – Syria Camp Housing Hardcore IS Families Spiraling ‘Out of Control’, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=83344184