Le forze alleate del governo yemenita e sostenute dall’Arabia Saudita hanno ripreso posizioni decisive nell’est del Paese, riconquistando in pochi giorni porzioni importanti di Hadramout e al-Mahra, due province strategiche per risorse, confini e accesso al mare.
Il ritiro del Consiglio di Transizione Meridionale (STC), il movimento separatista appoggiato dagli Emirati, ha segnato un brusco cambio di fase nella crisi esplosa a dicembre, quando lo STC avanzava rapidamente fino a controllare snodi e istituzioni in un’area che per Riyadh rappresenta una linea rossa: il corridoio orientale vicino alle frontiere saudite e alle rotte di contrabbando e transito verso Oman e Golfo.
La lettura “interna” — la lotta per il futuro del sud yemenita — spiega solo metà della storia. L’altra metà è lo scontro fra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, due alleati che per anni hanno condiviso l’intervento anti-Houthi ma che da tempo divergono su obiettivi e metodi.
Nel sud, Abu Dhabi ha costruito una rete di attori locali e forze armate capaci di controllare territori e porti; Riyadh, dal canto suo, punta a un ordine yemenita che non trasformi il confine meridionale saudita in una fascia instabile controllata da un’entità rivale o eccessivamente autonoma.
L’offensiva di rientro saudita ha avuto un chiaro segnale di escalation: il bombardamento nel porto di Mukalla legato a un carico attribuito agli Emirati destinato a forze separatiste.
È stato un messaggio politico prima ancora che militare: la crisi non era più gestibile con le consuete ambiguità tra partner, e l’espansione dello STC nell’est veniva trattata come una minaccia diretta alla sicurezza saudita.
La riconquista di Mukalla e la rioccupazione di istituzioni locali da parte di forze legate al governo riconosciuto internazionalmente hanno dato a Riyadh l’impressione di aver rimesso il conflitto “sui binari”. Ma l’aggiornamento più importante degli ultimi tre giorni va nella direzione opposta: invece di sgonfiarsi, la frattura nel campo anti-Houthi si è approfondita.
Il mancato arrivo del leader STC ai colloqui di Riyadh, la rottura di fatto con il Consiglio Presidenziale e l’inasprimento delle misure contro la leadership separatista indicano che il nodo non è più solo territoriale. È un nodo di legittimità e comando: chi governa davvero Aden, chi controlla le armi, chi decide la sicurezza nelle città del sud.
Questa crisi ha due conseguenze immediate. La prima è militare: un fronte anti-Houthi diviso, impegnato a regolarsi conti nel sud, riduce la capacità complessiva di contenere Sanaa e la costa occidentale. La seconda è politica: qualunque trattativa sul futuro dello Yemen meridionale — autonomia, federalismo, secessione o riassestamento dentro il quadro statale — rischia di trasformarsi in un braccio di ferro fra sponsor regionali più che in un processo yemenita.

È qui che la notizia apparentemente “esterna” — il riconoscimento israeliano del Somaliland — diventa parte della stessa mappa. Dal 26 dicembre Israele ha compiuto un passo senza precedenti riconoscendo la repubblica autoproclamata e, pochi giorni dopo, ha avviato un livello di relazione politica che ha provocato una dura reazione somala e una condanna dell’Unione Africana.
Al di là della diplomazia, il Somaliland è una piattaforma geografica: si affaccia sulle rotte del Golfo di Aden, guarda lo Yemen di fronte, si colloca accanto al nodo marittimo dove gli Houthi hanno costruito la propria capacità di pressione su traffici e avversari.
Non serve una “base” dichiarata per modificare gli equilibri: bastano intese di cooperazione su porti, aeroporti, sorveglianza marittima, intelligence e sicurezza delle rotte. Somaliland ha negato che il riconoscimento comporti installazioni militari israeliane, ma l’interesse strategico resta evidente e dichiarato in modo implicito da chi legge il dossier come risposta alla minaccia Houthi sul mare.
In questo scenario, il Golfo di Aden e lo Yemen diventano un unico teatro: ciò che accade a Mukalla e Aden non è scollegato da ciò che accade a Berbera e Hargeisa.
C’è un ulteriore incastro che rende la sovrapposizione ancora più sensibile: gli Emirati hanno già una proiezione forte in Somaliland, attraverso la gestione del porto di Berbera. In altre parole, lo stesso attore regionale che sostiene il separatismo armato nel sud Yemen controlla un’infrastruttura chiave sulla sponda opposta dello stesso mare.
Se Israele entra in Somaliland con relazioni piene e, anche solo indirettamente, con cooperazioni di sicurezza, la partita yemenita non resta confinata allo Yemen: si dilata su tutta la cintura del Mar Rosso e del Golfo di Aden, dove ogni mossa viene letta come contenimento, accerchiamento o pressione.
La crisi yemenita, quindi, non sta solo ridisegnando i rapporti interni fra governo, separatisti e Houthi. Sta alimentando una più ampia riorganizzazione regionale, in cui porti e corridoi contano quanto le capitali, e in cui gli sponsor esterni trattano coste e infrastrutture come strumenti di sicurezza.
In questo quadro, la riconquista saudita nell’est può anche avere ribaltato la mappa di dicembre, ma non ha ancora risolto la questione centrale: un sud frammentato e conteso è una vulnerabilità permanente — e una calamita per nuove proiezioni esterne, dalle monarchie del Golfo fino al nuovo asse che Israele sta provando a costruire sul Corno d’Africa.



