Quando sembrava che la guerra in Yemen si fosse trasformata in un lungo stallo, la mappa del Paese ha iniziato di nuovo a muoversi. Da inizio dicembre le forze del Consiglio di transizione del Sud (STC), il principale movimento separatista del Sud sostenuto militarmente e finanziariamente dagli Emirati Arabi Uniti, hanno lanciato un’operazione lampo nella provincia orientale di Hadramawt, il cuore petrolifero del Paese.
In poche ore hanno preso il controllo di Seiyun, città strategica dell’interno, e di gran parte della valle del Wadi Hadramawt, dove avevano sede la Prima Regione Militare del governo riconosciuto a livello internazionale e diversi comandi dell’esercito.
La dinamica dell’avanzata è indicativa: più che una battaglia prolungata, diversi resoconti locali parlano di una ritirata rapida delle forze governative e di un crollo delle linee di difesa, con lo STC che in breve tempo si è ritrovato a controllare aeroporto, palazzo presidenziale, basi e snodi stradali nell’area di Seiyun.
Alla fine della giornata del 3 dicembre, quasi tutti i punti nevralgici del Wadi Hadramawt risultavano passati sotto il controllo delle forze separatiste, inclusi centri urbani come Tarim e al-Qatn.
L’offensiva non si è fermata lì. Il 4 dicembre le stesse forze, allineate agli Emirati, si sono spinte ancora più a est, nella provincia di al-Mahra al confine con l’Oman, e hanno preso senza sparare un colpo la capitale al-Ghaydah e il porto di Nishtun.
In pochi giorni, ciò che per anni era stato un equilibrio instabile nel Sud-Est dello Yemen è diventato una nuova realtà sul terreno: lo STC controlla ormai la maggior parte delle aree costiere meridionali e una quota crescente dell’interno, mentre il governo riconosciuto è stato spinto ai margini in regioni dove fino a poche settimane fa manteneva ancora una certa presenza.
Per capire il peso di questa svolta bisogna ricordare che Hadramawt non è una provincia qualunque. Copre più di un terzo del territorio nazionale ed è il principale polmone energetico del Paese: qui si concentrano gran parte dei giacimenti di petrolio, tra cui l’area di Masila, e i terminal che affacciano sull’Oceano Indiano. Prima del collasso dello Stato, da queste zone arrivava la quota più consistente delle entrate in valuta pregiata per il bilancio yemenita.
Già nelle settimane precedenti all’offensiva, Hadramawt era entrata in fermento. Una confederazione tribale guidata dallo sceicco Amr bin Habrish, con legami consolidati con l’Arabia Saudita, aveva occupato alcuni impianti strategici per chiedere una quota maggiore delle rendite del petrolio e migliori servizi per la popolazione locale.
La compagnia PetroMasila, che gestisce il blocco 14, aveva annunciato la sospensione delle attività di pompaggio e raffinazione per ragioni di sicurezza, provocando interruzioni di corrente a catena in diverse città. In pratica, il principale produttore di energia del Paese era stato messo in stallo da uno scontro interno al campo anti-Houthi, molto prima che entrassero in scena le colonne dello STC.
L’offensiva lanciata da Aden e Abu Dhabi si innesta precisamente in questo vuoto di potere. Ufficialmente, i dirigenti del Consiglio di transizione parlano di un’operazione di “stabilizzazione” per proteggere gli impianti petroliferi, contrastare il contrabbando e impedire il radicamento di gruppi jihadisti o di reti vicine agli Houthi nell’interno di Hadramawt.
Ma guardando al ritmo dell’avanzata e alle città finite sotto controllo separatista, il messaggio reale sembra un altro: chi vuole avere voce in capitolo sul futuro politico dello Yemen deve prima mettere le mani sui pozzi, sui porti e sui valichi.
In sottofondo si sente lo scricchiolio di un’alleanza regionale che da anni mostra crepe profonde. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno combattuto fianco a fianco contro gli Houthi dal 2015 in poi, guidando una coalizione internazionale che ha devastato il Paese. Da tempo però le loro agende divergono.
Riyadh ha iniziato un negoziato diretto con gli Houthi per arrivare a un accordo politico nel Nord, interessata prima di tutto a fermare gli attacchi con missili e droni che negli ultimi anni hanno colpito anche il territorio saudita. Abbraccia, almeno sul piano formale, l’idea di uno Yemen ancora nominalmente unito, con un governo centrale indebolito ma riconosciuto. Abu Dhabi ha invece investito massicciamente sulla costruzione di milizie autonome nel Sud, controllando porti, isole, zone costiere e oggi, progressivamente, anche l’interno.

Hadramawt è il luogo in cui queste due linee si scontrano a cielo aperto. Da un lato ci sono le forze tribali e le unità legate alla Prima Regione Militare e alle “forze di protezione di Hadramawt”, guardate con favore da Riyadh; dall’altro le truppe del STC, affiancate dalle forze “élite” hadramite e da unità provenienti da Shabwa e da altre regioni sotto influenza emiratina, spesso equipaggiate con mezzi blindati e artiglieria moderna.
I primi rivendicano autonomia locale e una maggiore quota dei proventi dal petrolio sotto un ombrello saudita; i secondi mirano a integrare anche Hadramawt nel progetto di uno Yemen meridionale separato, legato economicamente e militarmente ad Abu Dhabi.
Per la maggior parte dei cittadini, questo gioco di potere ha una conseguenza immediata e molto meno astratta: la luce che si spegne. Le offensive armate degli ultimi giorni hanno fatto saltare reti elettriche già fragili, lasciando intere città al buio e aggravando una crisi umanitaria che dura da anni.
In una regione dove gli ospedali pubblici faticano a funzionare e l’acqua potabile arriva con difficoltà, la chiusura degli impianti di produzione e le interruzioni di corrente significano frigoriferi spenti, pompe ferme, medicine conservate male. Mentre a Riyadh, Abu Dhabi e nelle capitali occidentali si ragiona su “sicurezza energetica” e corridoi marittimi, a Mukalla, Seiyun o Tarim l’urgenza è far tornare l’elettricità e riportare al lavoro il personale delle centrali.
Questa nuova fase del conflitto arriva dopo più di dieci anni di guerra. Dal 2014, quando gli Houthi hanno preso Sana’a costringendo alla fuga il governo riconosciuto, lo Yemen è scivolato in una spirale fatta di bombardamenti, frammentazione istituzionale e collasso economico.
Gli Houthi controllano oggi quasi tutto il Nord, compresa la capitale e l’area più popolosa del Paese, e negli ultimi mesi hanno rafforzato il loro peso internazionale colpendo navi e obiettivi legati agli Stati Uniti e ai loro alleati nel Mar Rosso.
A Sud, sulla carta, governa un esecutivo “unitario”. In pratica, il territorio è spezzettato fra forze locali, milizie salafite, unità vicine ad al-Qaeda, contingenti filo-sauditi e il blocco più coerente e organizzato, quello del Consiglio di transizione, che ha la sua capitale de facto ad Aden.
L’avanzata in Hadramawt rende sempre più concreta la prospettiva di una divisione stabile del Paese. In molte analisi che circolano negli ultimi giorni si parla esplicitamente di “soluzione a due Stati”: uno Yemen del Nord controllato dagli Houthi e uno Yemen del Sud dominato dallo STC e dai suoi alleati, con una serie di enclave tribali e religiose incastonate in mezzo.
Per chi vive nella valle petrolifera, però, il rischio è di trovarsi schiacciato fra progetti che hanno tutti un punto in comune: considerare la provincia soprattutto come un serbatoio di risorse, più che come una società da ricostruire dopo anni di guerra.
A breve termine, la partita si gioca su alcuni nodi molto concreti. Bisognerà capire se l’intesa di cessate il fuoco raggiunta fra le forze tribali legate a bin Habrish e le unità armate sarà rispettata, se la produzione di PetroMasila ripartirà davvero sotto una nuova “forza congiunta” di protezione e quale ruolo si ritaglieranno i mediatori regionali nelle prossime settimane.
Sul medio periodo, resta una domanda di fondo: in un Paese dove milioni di persone vivono già sospese tra fame, malattie e sfollamenti interni, che cosa significa che la “liberazione” di una valle o di un giacimento coincide sempre più spesso con il passaggio da un gruppo armato all’altro?
In Hadramawt, come in altre periferie del Sud globale, la corsa per controllare il petrolio e le rendite locali rischia di consumarsi ancora una volta sulla pelle di chi vorrebbe solo luce, acqua e un minimo di sicurezza, più che una nuova bandiera a sventolare sui pozzi.


