Fame nel mondo: gli aiuti stanno finendo

Nel mondo la fame è diminuita per il terzo anno consecutivo. È la buona notizia dell’estate 2026. Quella cattiva è che 645 milioni di persone continuano a soffrirne, 2,7 miliardi non possono permettersi una dieta sana e nei punti più fragili del pianeta la situazione sta peggiorando. Sudan, Sud Sudan, Yemen, Palestina, Somalia e Afghanistan raccontano però anche un secondo fenomeno: proprio mentre il bisogno resta enorme, il sistema internazionale degli aiuti sta subendo il più forte arretramento della sua storia recente. Il risultato è un paradosso brutale: sappiamo dove la fame può diventare catastrofe, spesso sappiamo anche come impedirlo, ma cominciano a mancare i soldi per farlo.

Per una volta, il rapporto annuale sulla fame nel mondo pubblicato durante l’estate conteneva una buona notizia. Nel 2025 il numero delle persone che soffrivano la fame è diminuito per il terzo anno consecutivo. Erano circa 645 milioni, il 7,8% della popolazione mondiale, contro l’8,1% dell’anno precedente e l’8,6% raggiunto nel 2022. In tre anni sono uscite dalla condizione di fame cronica circa 43 milioni di persone. È un miglioramento reale e sarebbe sbagliato minimizzarlo. Dimostra soprattutto che la fame non costituisce una condizione inevitabile legata all’aumento della popolazione mondiale. Dove crescono i redditi, diminuisce l’inflazione alimentare, funzionano le politiche sociali e aumentano la produttività e la resilienza dei sistemi agricoli, le persone possono effettivamente uscire dalla fame. È quanto accaduto soprattutto in alcune parti dell’Asia e dell’America Latina.

Ma basta allargare leggermente l’inquadratura perché la fotografia cambi. Nel 2025 circa 2,1 miliardi di persone, più di un quarto dell’umanità, hanno sperimentato una condizione di insicurezza alimentare moderata o grave. E circa 2,7 miliardi di persone, un essere umano su tre, non potevano permettersi economicamente una dieta considerata sana. La fame, dunque, diminuisce. Ma resta enorme. E soprattutto non diminuisce ovunque allo stesso modo.

L’Africa supera l’Asia

Per la prima volta l’Africa è diventata il continente con il maggior numero assoluto di persone che soffrono la fame. Nel 2025 erano circa 309 milioni, contro 292 milioni in Asia e 32 milioni in America Latina e Caraibi. In proporzione alla popolazione il divario è ancora più impressionante: soffre la fame il 20% degli africani, contro il 6% degli asiatici e il 4,8% degli abitanti dell’America Latina e dei Caraibi. Più della metà della popolazione africana, il 56,6%, vive inoltre in una condizione di insicurezza alimentare moderata o grave.

Anche in Africa il dato percentuale è leggermente migliorato rispetto al 2024. Ma la crescita demografica fa sì che il continente concentri ormai il maggior numero di persone affamate del pianeta. È una delle grandi trasformazioni geografiche della povertà mondiale. Per decenni la rappresentazione globale della fame è stata associata soprattutto all’Asia. La crescita economica di grandi Paesi asiatici, la riduzione della povertà estrema e l’espansione dei sistemi di protezione sociale hanno progressivamente modificato quella geografia. Oggi il baricentro della fame si sta spostando verso i Paesi nei quali convergono maggiore fragilità economica, conflitti, crisi climatiche, indebitamento e debolezza dello Stato. Ed è proprio in questi Paesi che contemporaneamente stanno diminuendo gli aiuti internazionali.

Non esiste un solo numero della fame

Prima di entrare nelle crisi dell’estate è necessaria una distinzione. I 645 milioni indicati dal rapporto SOFI e i 266 milioni che, secondo il World Food Programme, si trovano oggi in condizioni di fame acuta non sono numeri da sommare. Misurano fenomeni differenti. Il primo dato riguarda prevalentemente la sottonutrizione cronica: persone che per un periodo prolungato non riescono ad assumere energia alimentare sufficiente. Il secondo riguarda invece l’insicurezza alimentare acuta nei Paesi attraversati da crisi: situazioni nelle quali guerre, sfollamenti, eventi climatici, collasso economico o altri shock provocano rapidamente una grave impossibilità di procurarsi il cibo necessario.

A metà 2026 il WFP stimava che 266 milioni di persone nei Paesi colpiti da crisi alimentari si trovassero in condizioni di insicurezza alimentare acuta. Il 70% viveva in Stati fragili o interessati da conflitti. È in questo secondo gruppo che bisogna cercare le situazioni più estreme. Il rapporto FAO-WFP sugli Hunger Hotspots, pubblicato il 17 giugno e relativo al periodo giugno-novembre 2026, ha indicato 13 Paesi o territori nei quali la fame acuta rischia di peggiorare. Sudan, Sud Sudan, Yemen e Palestina sono classificati tra i casi di massima preoccupazione; alla fascia più grave si sono aggiunti anche il nord-est della Nigeria e la Somalia.

La parola carestia, però, va utilizzata con cautela. Non significa genericamente che molte persone abbiano fame. Nella classificazione internazionale IPC rappresenta il livello più estremo di una crisi alimentare, associato a una combinazione di consumo alimentare drasticamente insufficiente, livelli eccezionali di malnutrizione e mortalità. Ed è proprio ciò che rende particolarmente inquietante l’estate 2026: in alcuni luoghi sappiamo già che esiste il rischio di raggiungere quella soglia, ma contemporaneamente le organizzazioni incaricate di impedirlo stanno riducendo gli interventi per mancanza di fondi.

Sudan: il cibo può finire prima della guerra

Il Sudan rappresenta probabilmente il caso più drammatico. La guerra iniziata nel 2023 ha prodotto contemporaneamente una crisi militare, umanitaria, alimentare e di sfollamento. Quasi 19,5 milioni di persone, circa due sudanesi su cinque, si trovano in condizioni di insicurezza alimentare acuta di livello 3 IPC o superiore. Circa 135 mila persone sono già classificate nella fase 5, Catastrophe, il livello più grave della scala. Quattordici aree del Darfur e del Kordofan sono state indicate a rischio di carestia.

A questo si aggiunge la malnutrizione infantile. Nel 2026 oltre 825 mila bambini sotto i cinque anni rischiano di soffrire di malnutrizione acuta grave. Circa nove milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case. Ma durante l’estate è comparso un altro problema. Il World Food Programme ha avvertito che, con le risorse disponibili, le proprie scorte alimentari in Sudan sarebbero state gravemente ridotte già a settembre e completamente esaurite in ottobre. Gli alimenti specializzati utilizzati per prevenire e curare la malnutrizione avrebbero cominciato a scarseggiare già in agosto.

Per finanziare le operazioni previste da giugno a novembre, raggiungere 8,5 milioni di persone e sostenere anche la ricostruzione della produzione alimentare, il WFP stimava un fabbisogno di 646 milioni di dollari. Non si tratta soltanto di denaro. Nel solo mese di giugno il conflitto aveva impedito al WFP di consegnare aiuti salvavita a circa 200 mila persone. Le guerre producono fame in due modi contemporaneamente: distruggono campi, mercati, infrastrutture e redditi e, nello stesso momento, impediscono di raggiungere le persone che hanno bisogno di aiuto. Ma la mancanza di accesso e la mancanza di finanziamenti sono due problemi diversi. Sul primo bisogna riuscire a intervenire politicamente e militarmente. Sul secondo basta una decisione di bilancio.

Sud Sudan: prima si riducono gli aiuti, poi finiscono

Il vicino Sud Sudan offre forse l’esempio più netto di cosa significhi concretamente una crisi di finanziamento. Tra aprile e luglio 7,8 milioni di persone, il 56% della popolazione, si sono trovate in condizioni di insicurezza alimentare acuta grave. Oltre 73 mila erano classificate nella fase più estrema, Catastrophe. Più di 2,2 milioni di bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione acuta.

Poi, il 14 agosto, WFP e UNHCR hanno lanciato l’allarme sui rifugiati presenti nel Paese. Più di 650 mila rifugiati e richiedenti asilo rischiano di perdere l’assistenza alimentare, nutrizionale e di base a causa della mancanza di fondi. Molti erano già stati esclusi progressivamente dai programmi. Restavano circa 240 mila persone considerate più vulnerabili. Per loro il WFP aveva ancora cibo soltanto fino a settembre.

Vale la pena soffermarsi sul meccanismo. Quando diminuiscono i finanziamenti, un’organizzazione umanitaria non chiude necessariamente il programma da un giorno all’altro. Comincia a selezionare. Prima riduce le razioni, poi restringe i criteri per essere ammessi agli aiuti, poi elimina le persone considerate relativamente meno vulnerabili. Alla fine rimangono soltanto quelle in condizioni estreme. E quando finiscono le risorse anche per loro, il programma si interrompe. È esattamente ciò che sta accadendo in Sud Sudan. Non significa che siano diminuite le persone affamate. Significa che è diminuito il numero di persone affamate che possiamo permetterci di aiutare.

Gaza: la prova che gli aiuti funzionano

Gaza offre un caso diverso e, da un certo punto di vista, ancora più istruttivo. Dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 e l’aumento dell’assistenza umanitaria, le condizioni alimentari e nutrizionali sono migliorate. È importante sottolinearlo perché mostra qualcosa che spesso scompare nel racconto delle emergenze: gli aiuti producono risultati misurabili.

Tra metà aprile e giugno 2026, tuttavia, oltre 1,2 milioni di persone, il 59% della popolazione, continuavano a trovarsi in fase 3 IPC o superiore, mentre 212 mila erano in condizione di emergenza, fase 4. Per il periodo luglio-dicembre la previsione peggiora: oltre 1,4 milioni di persone, circa due terzi della popolazione, potrebbero trovarsi in condizioni di crisi alimentare o peggiore.

L’IPC sottolinea che i miglioramenti ottenuti sono fragili e che la copertura degli aiuti è già diminuita rispetto all’inizio dell’anno. Con mezzi di sussistenza distrutti e risparmi familiari esauriti, ulteriori riduzioni dell’assistenza potrebbero produrre un nuovo rapido deterioramento. Il WFP stima di aver bisogno di 426 milioni di dollari per le proprie operazioni a Gaza e in Cisgiordania tra luglio e dicembre 2026. Attualmente raggiunge circa 1,5 milioni di persone al mese. Secondo l’organizzazione, se il livello di assistenza non verrà mantenuto, entro fine anno fino al 90% della popolazione di Gaza potrebbe trovarsi in condizioni di grave insicurezza alimentare. Il caso di Gaza permette dunque di vedere la relazione quasi sperimentale tra le due variabili: quando aumentano accesso e assistenza, la fame arretra; quando diminuiscono, torna ad avanzare.

Yemen e Afghanistan: più bisogno, meno risorse

Lo Yemen vive da anni una delle crisi alimentari più gravi e meno raccontate al mondo. Nelle aree controllate dal governo circa 5 milioni di persone erano già in condizioni di insicurezza alimentare acuta nella primavera del 2026, comprese 1,4 milioni in fase di emergenza. Durante la stagione più difficile, tra giugno e settembre, la previsione saliva a 5,4 milioni di persone, il 51% degli abitanti delle aree considerate. Il dato è accompagnato da un’espressione particolarmente significativa utilizzata dalle agenzie delle Nazioni Unite: il peggioramento avviene mentre il sostegno umanitario diminuisce bruscamente. Ancora una volta le due linee si incrociano nella direzione peggiore: più persone hanno bisogno, meno risorse arrivano.

Ad agosto il WFP ha lanciato un allarme analogo sull’Afghanistan. La malnutrizione infantile ha raggiunto livelli critici in circa un terzo delle province del Paese, una quota mai registrata prima, e le previsioni indicavano un ulteriore peggioramento fino a ottobre. Ma proprio mentre aumenta il numero dei bambini che hanno bisogno di sostegno nutrizionale, la mancanza di finanziamenti sta costringendo il WFP e i suoi partner a ridurre i programmi.

Il problema, quindi, non riguarda soltanto le razioni di cibo distribuite alle famiglie. Quando si riducono i finanziamenti umanitari, diminuiscono anche i programmi nutrizionali per donne incinte e bambini, le mense scolastiche, i trasferimenti monetari, il sostegno alla produzione agricola, le cure contro la malnutrizione e la capacità di intervenire prima che una situazione diventi irreversibile.

Foto Eliran t / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0

Non è soltanto una crisi del World Food Programme

A questo punto bisogna guardare ai bilanci. Nel 2025 gli aiuti pubblici allo sviluppo forniti dai Paesi aderenti o associati al Comitato per l’aiuto allo sviluppo dell’OCSE sono diminuiti del 23,1% in termini reali. È stato il maggiore calo annuale mai registrato. Gli aiuti sono scesi da 215,1 miliardi di dollari nel 2024 a 174,3 miliardi nel 2025, tornando ai livelli di circa dieci anni prima.

Il dato specificamente umanitario è ancora più forte. Gli aiuti umanitari erogati dai Paesi DAC sono diminuiti del 35,8% in un solo anno, scendendo a 15,5 miliardi di dollari. I contributi di base al sistema delle Nazioni Unite sono calati del 27%, il maggiore arretramento mai registrato.

Non è stato il risultato di un solo governo. Tutti i cinque maggiori donatori hanno ridotto gli aiuti nel 2025: Germania, Stati Uniti, Regno Unito, Giappone e Francia. Insieme hanno determinato quasi il 96% della contrazione complessiva. Ma il taglio statunitense è stato di gran lunga il maggiore: -56,9%, responsabile da solo di circa tre quarti della riduzione totale registrata dall’OCSE.

E il 2026 non dovrebbe segnare un’inversione. Secondo le proiezioni dell’OCSE, l’aiuto pubblico allo sviluppo potrebbe diminuire di un ulteriore 6,9%, scendendo a circa 152 miliardi di dollari, il livello più basso dal 2014. Sarebbe il terzo anno consecutivo di riduzione. A essere colpiti più duramente saranno proprio i Paesi più poveri. Gli aiuti bilaterali all’Africa subsahariana sono previsti in diminuzione dell’11,6% nel solo 2026, quelli ai Paesi meno sviluppati del 10,9%. E una delle componenti destinate a subire i tagli maggiori è proprio quella che ci interessa: rispetto al 2024, nel 2026 gli aiuti alimentari potrebbero diminuire del 44,5%, circa 2,6 miliardi di dollari in meno. L’assistenza umanitaria nel complesso potrebbe ridursi di oltre il 40%.

Quando il problema non è che manca il cibo, ma che manca il bilancio

È difficile trovare un’immagine più efficace del paradosso. Nel luglio 2026 il World Food Programme ha dichiarato di aver bisogno di circa 13 miliardi di dollari per raggiungere 110 milioni di persone durante l’anno. Al 24 agosto le contribuzioni registrate dal WFP per il 2026 ammontavano a circa 4,37 miliardi di dollari. Il dato non rappresenta ancora il bilancio definitivo dell’anno e non può quindi essere confrontato meccanicamente con il fabbisogno annuale, ma dà comunque la dimensione della pressione finanziaria sotto la quale opera l’organizzazione.

Il WFP, inoltre, è finanziato attraverso contributi volontari. Non possiede una sorta di fiscalità internazionale dalla quale attingere quando esplode una carestia. Dipende da ciò che gli Stati decidono di versare. E quando decidono di versare meno, deve distribuire meno cibo.

Il costo della guerra arriva anche dove non cadono le bombe

L’estate 2026 ha aggiunto un ulteriore fattore. La crisi in Medio Oriente ha prodotto aumenti del prezzo dell’energia, maggiori costi di trasporto, problemi alle catene di approvvigionamento e rincari dei fertilizzanti. Il WFP ha stimato che, se questi effetti fossero proseguiti, fino a 45 milioni di persone in più avrebbero potuto entrare in una condizione di insicurezza alimentare acuta nei Paesi vulnerabili analizzati.

A giugno l’organizzazione ha spiegato di trovarsi di fronte a una sorta di tripla pressione: aumentano le persone che hanno bisogno, aumenta il costo per raggiungerle e diminuiscono i finanziamenti disponibili. Il WFP prevedeva già di poter assistere 1,5 milioni di persone in meno rispetto a quanto programmato. Se la crisi e i conseguenti rincari fossero proseguiti, più di nove milioni di persone avrebbero potuto perdere l’assistenza.

È un meccanismo particolarmente perverso. Una guerra combattuta a migliaia di chilometri può aumentare il prezzo del carburante necessario per portare cibo in Somalia, il prezzo del fertilizzante per un agricoltore afghano e il costo di un sacco di farina importato da un Paese povero. Può contemporaneamente aumentare il costo sostenuto dalle organizzazioni umanitarie per acquistare e distribuire gli stessi beni. La guerra produce quindi fame anche molto lontano dal fronte.

L’assurdità della selezione

Quando i soldi non bastano, nel linguaggio delle organizzazioni umanitarie compare continuamente una parola: prioritizzare. Significa concentrare le risorse sulle persone più vulnerabili. È ragionevole. Ed è anche terribile. Perché se il finanziamento continua a diminuire, la priorità deve essere continuamente ridefinita verso l’alto. Una persona in grave difficoltà smette di essere sufficientemente grave rispetto a chi sta peggio.

Una famiglia classificata nella fase 3, Crisis, può perdere assistenza perché bisogna concentrare il denaro sulla fase 4, Emergency. Chi è in fase 4 può ricevere una razione ridotta perché bisogna raggiungere chi è nella fase 5. Dal punto di vista contabile è una razionalizzazione. Dal punto di vista della povertà significa aspettare che le persone diventino più affamate prima di poterle aiutare.

Ed è anche economicamente miope. Intervenire quando una famiglia ha ancora un raccolto, qualche animale, un piccolo capitale e la possibilità di continuare a lavorare costa meno che intervenire dopo che quella famiglia ha venduto tutto, abbandonato la terra, smesso di mandare i figli a scuola ed è stata costretta a fuggire. Gli aiuti umanitari non distribuiscono soltanto pasti. Impediscono che la povertà diventi irreversibile.

La fame è naturale solo nei racconti

Quando immaginiamo una carestia pensiamo spesso a un evento naturale: una siccità, un raccolto perduto, una terra improvvisamente incapace di produrre cibo. Ma le grandi crisi alimentari contemporanee hanno quasi sempre una struttura diversa. Il rapporto FAO-WFP del giugno 2026 individua una combinazione ricorrente: conflitti e violenze, impedimenti all’accesso umanitario, mezzi di sussistenza ormai esauriti, capacità delle famiglie di reagire consumata e finanziamenti insufficienti agli interventi salvavita.

Il clima può distruggere un raccolto. Ma che quel raccolto perduto produca una carestia dipende da ciò che accade dopo. Esistono riserve? Il mercato continua a funzionare? Le persone hanno reddito per comprare il cibo? Lo Stato è in grado di intervenire? Gli aiuti possono entrare? Le organizzazioni hanno i soldi per acquistarli? Le strade sono percorribili? Le parti in guerra lasciano passare i convogli? Sono domande politiche, economiche e militari. Non meteorologiche.

Il dato più politico dell’estate

Forse il numero più interessante dell’intero dossier non riguarda nemmeno la fame. Riguarda una simulazione dell’OCSE. Se i Paesi donatori nel 2026 si limitassero a mantenere invariato il rapporto tra aiuti pubblici allo sviluppo e proprio reddito nazionale registrato nel 2025, l’ammontare complessivo degli aiuti aumenterebbe dell’1,4%. Con le politiche attualmente annunciate, invece, dovrebbe diminuire del 6,9%.

Questo significa che almeno una parte consistente del calo non è determinata dall’impossibilità economica dei Paesi ricchi di continuare a finanziare gli aiuti. È una scelta sulla destinazione delle risorse. Una scelta perfettamente legittima sul piano politico e di bilancio. Ma resta una scelta.

Ed è forse qui che l’espressione “crisi degli aiuti” rischia di essere fuorviante. Non sono gli aiuti ad avere una crisi. Sono i governi che stanno decidendo di finanziarli meno.

La fame è diminuita e il rischio è aumentato

È questa la fotografia apparentemente contraddittoria che ci lascia l’estate 2026. Nel mondo ci sono meno persone affamate rispetto a tre anni fa. È un risultato importante. Ma ci sono ancora 645 milioni di esseri umani che soffrono cronicamente la fame, 2,1 miliardi in condizioni di insicurezza alimentare moderata o grave e 2,7 miliardi che non possono permettersi una dieta sana. Nei Paesi attraversati dalle crisi più dure, 266 milioni di persone affrontano livelli acuti di fame.

In Sudan quasi 19,5 milioni di persone sono in crisi alimentare e le scorte del WFP rischiano di esaurirsi. In Sud Sudan oltre metà della popolazione soffre una grave insicurezza alimentare mentre centinaia di migliaia di rifugiati stanno perdendo gli aiuti. A Gaza gli interventi umanitari hanno dimostrato di poter migliorare la situazione, ma la riduzione della loro copertura minaccia di invertire quei progressi. In Yemen più di metà della popolazione delle aree considerate affronta la stagione più difficile dell’anno in condizioni di grave insicurezza alimentare. In Afghanistan aumenta la malnutrizione infantile mentre diminuiscono i soldi per curarla. E intanto i Paesi ricchi hanno prodotto il maggiore taglio annuale agli aiuti internazionali mai registrato dall’OCSE.

È possibile allora che il vero fatto dell’estate non sia semplicemente che nel mondo esista ancora la fame. Lo sappiamo da molto tempo. Il fatto nuovo è che stiamo riducendo gli strumenti utilizzati per combatterla proprio mentre sappiamo con sempre maggiore precisione dove colpirà, chi colpirà e cosa bisognerebbe fare per impedirlo.

Una carestia del XXI secolo raramente arriva senza preavviso. Viene misurata, classificata, prevista, disegnata sulle mappe. Si stabilisce quante persone sono nella fase 3, quante nella fase 4, quante stanno entrando nella fase 5. Si calcola quanto cibo serve, quanto costa trasportarlo, quanti milioni di dollari mancano. Poi, qualche mese dopo, possiamo contare quante persone siamo riusciti a raggiungere e quante no.

Forse è questo l’aspetto più difficile da accettare della fame contemporanea: non l’incapacità di vederla arrivare, ma il fatto che spesso la vediamo arrivare benissimo.

Foto Okello Warom / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0